Il Ministro degli esteri Antonio Tajani continua a prestarsi al gioco di fare il parafulmine di un Governo che non dice mai come stanno le cose. Soprattutto se riguardano le vicende di Gaza e della Cisgiordania. Lui si lamenta con quelli che lo dipingono “scodinzolante”. Ma non dovrebbe bastare il lamento, bensì smentire con i fatti e prendere una posizione chiara. Non è affatto vero che la politica internazionale sia fatta solo di una finezza diplomatica confusa con l’acquiescenza. In particolare a quella di Donald Trump che ha dato corso a quella che The New York Times di stamattina definisce “una diplomazia senza diplomatici” perché affidata in esclusiva al genero Jared Kushner e al suo socio in affari Steve Witkoff.

Il fatto politico importante che emerge dai comportamenti di Tajani -perché questa non è la prima volta – va ricercato in una certa dissonanza con la posizione del Partito popolare europeo – di cui Forza Italia fa parte – e del suo più rilevante esponente germanico, il Cancelliere Merz. Ma le stesse posizioni per un Europa autonoma ed alternativa a Trump e, dunque, a favore di una “rinascita europea”, sono state appena espresse dal Presidente del PPE, dell’Unione cristiano sociale bavarese, Manfred Weber. C’è dunque una convergenza di pensiero, e di determinazione, nella famiglia europea di cui fa parte che Tajani non può né ignorare né sottovalutare. Magari sperando che, poi, tutto finisca  a tarallucci e vino. Vecchio vizio italico di cui non riusciamo mai ad emendarci.

Alla fine, non sarà Giorgia Meloni ad andare a Washington in occasione dell’insediamento del Board of peace per Gaza. Si è tirata indietro dopo che anche il Cancelliere tedesco, Friedrich Merz, si è allineato alla posizione degli altri grandi paesi europei, ma facendo ben sapere che non aveva mai avuto le titubanze di Giorgia Meloni. E ancora ci si deve chiedere il senso del tanto celebrato Asse con Berlino e di quanto, per una non accorta gestione delle relazioni ci si trovi non ad assumere la postura del partner, ma quello delle ruota di scorta.

In ogni caso, ci sarà -ma né come partecipante né come “osservatore” – una molto ridimensionata rappresentanza dell’intera Unione europea a Washington, ma solo dopo che le principali cancellerie europee hanno espresso chiaramente perplessità e contrarietà al progetto trumpiano. Il primo istinto della nostra Presidente del consiglio è stato quello di presentarsi al cospetto di Trump. Poi, Giorgia Meloni ha capito che lo strappo con Parigi e Berlino -ma anche con quasi tutte le capitali degli altri 26, meno l’Ungheria di Orban e la Slovacchia – sarebbe stato troppo lacerante, almeno sul piano della comunicazione e dell’immagine. Cosa che l’Italia non si può permettere. E allora a Washington volerà Tajani preceduto dalle dichiarazioni fatte ieri in Parlamento sul fatto che per lui ed il Governo Meloni non ci sarebbe alternativa al Piano di Pace di Trump.

Peccato che questo ragionamento sarebbe valido se davvero dessimo per scontato che Nazioni Unite e gli altri organismi internazionali ufficiali non esistessero davvero più. Questo è ciò che vuole raccontarci Donald Trump da cui sono venute le picconate più decise contro il cosiddetto “vecchio ordine internazionale”. Ma come ha ricordato nel corso della recente Conferenza sulla sicurezza di Monaco il Governatore della California, Gavin Newsom – che rappresenta un’altra America da non sottovalutare – Trump passerà … Certo i danni fatti finora resteranno, ma esiste pur sempre la possibilità che qualcuno d’oltre Atlantico torni a ragionare. Soprattutto, a rioccupare con intelligenza quello spazio necessario a gestire la gran parte delle relazioni mondiali con logica ed equilibrio. Spazio che sta occupando invece sempre più la Cina, non a caso, impegnata a tessere una rete di relazioni consistenti in tutti e cinque i continenti. Sostenendo che non possono essere considerati superati gli equilibri raggiunti dopo il Secondo conflitto mondiale. E così vediamo che addirittura il Canada si trova più a suo agio a parlare con Xi Jinping che con Trump.

Ma ci sono anche altri attori nel mondo che puntano più sulla rottura che sulla costruzione. Un mondo sempre sull’orlo di un conflitto consente di condurre le operazioni più spregiudicate pensando di poterla in ogni caso farla franca. Siamo, dunque, in un momento di passaggio storico in cui non è possibile accontentarsi del piccolo cabotaggio. Quello in cui i veri intenzionati al superamento dei conflitti dovrebbero pure trovare il coraggio di mantenere una posizione ferma con paesi alleati ed amici.

Così, in qualche modo, bisognerebbe pure spiegare a chi di dovere che il Board of Peace di Gaza – del quale Trump si illude di poter estendere il metodo di lavoro anche ad altre aree del mondo – non farà molta strada perché è al di fuori di ogni logica ragionevole, ancorché imposto dal Presidente americano. In fondo, a ben guardare, e lo abbiamo già notato, siamo di fronte ad una montagna che ha partorito un topolino. Cinque i miliardi di dollari versati e solo da alcuni paesi partecipanti. E il Ministro Tajani convince poco se ne fa la lista come per innalzarne il peso specifico. I più significativi di loro sono dell’area mediorientale ci vivono direttamente interessati. Chi più, chi meno ha proprie milizie in armi ed alleati nelle zone di conflitto che, schierate in un modo o in un altro, sono partecipi dello scontro più largo che da decenni caratterizza il permanente clima di ostilità reciproca’ostilità. Si fa l’esempio della Turchia – la cui presenza è stata imposta a Benjamin Netanyahu – ma si sorvola sul fatto che quel Paese – membro della Nato – è governato da chi è molto in sintonia con la Fratellanza musulmana di cui fa parte anche Hamas.

Nessun paragone è possibile, dunque, con l’Italia ed altri singoli paesi europei. A meno che, invece – questa sarebbe la vera alternativa praticabile – non fosse l’intera comunità mondiale rappresentata dall’Onu – ma anche da altri organismi come il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale, ma persino la Nato – a creare un autentico Board of peace in grado non solo di rispondere ad interessi economici e finanziari ben precisi, ma soprattutto a quella domanda di autentica pace che da tanto tempo è soffocata tra i palestinesi, nei paesi confinanti e, persino, in Israele.

La parzialità dell’analisi del Governo Meloni – peccato che se ne sia fatto ancora una volta portavoce Tajani – si riscontra anche nella sua valutazione sulla situazione della Cisgiordania a proposito della quale il nostro responsabile della Farnesina ha detto: “La violenza in Terrasanta però deve cessare, questo vale anche per i coloni estremisti le cui aggressioni colpiscono le comunità cristiane che sono da sempre garanti di pace e dialogo in tutto il Medio oriente. Continuiamo infatti a chiedere con forza a Israele di porre un freno all’azione di coloni”.  Ignorando, però, quello che ci dicono la cronaca e le dichiarazioni -poi seguite dai fatti – dei ministri più estremisti del Governo Netanyahu. E’ evidente da un pezzo che più grave della responsabilità dei coloni vi è quella di chi li lascia fare, li aiuta e li sostituisce nella pulizia etnica e nella espropriazione delle terre.

E, dunque, il Ministro Tajani deve chiedersi se il pesante epiteto di “scodinzolante” lo stia ricevendo solo per polemica preconcetta.

Giancarlo Infante

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