La denuncia di Greta Thumberg nei confronti di coloro che hanno in mano i destini del mondo, capaci solo di pronunciare dei bla-bla in tema di crisi climatica, ha sollevato critiche di vario ordine e provenienza.

Lascio da parte, poiché non meritano di essere presi in considerazione, quei giornalisti che con chiaro intento denigratorio definiscono “gretini” i seguaci della giovane svedese. La maggioranza dei politici e degli opinionisti si limita ad esortare, con atteggiamento paternalistico, i giovani a prendere in migliore considerazione quanto si sta facendo in materia, e a tener conto delle difficoltà che si incontrano nel tradurre gli intendimenti in misure operative. Alcuni fanno presente che le responsabilità non riguardano le sole classi dirigenti, ma coinvolgono tutti, ed invitano, in particolare i giovani contestatori, a fare delle scelte coerenti, nei comportamenti quotidiani e negli acquisti, con l’obiettivo di salvaguardia dell’ambiente. Ma chi fa questo discorso non tiene conto che, per la più parte della gente, non è facile orientarsi in mezzo alla molteplicità di offerte che il mercato propone. Inoltre, per ottenere modifiche rilevanti nei comportamenti delle persone, bisognerebbe che queste non fossero quotidianamente sollecitate da messaggi tesi a promuovere i consumi alimentando quel consumismo su cui si fonda ancora oggi ogni misura per favorire la crescita.

Giunti a conclusione il G20 di Roma e la COP26 di Glasgow, si è acceso il dibattito sui documenti scaturiti.

Mario Draghi ha rivendicato la positività degli impegni presi dai governi dei più importanti Paesi, impegni in grado di dare una concreta speranza di successo nel contrastare la crisi climatica. Con lui, altri esponenti del mondo politico e delle istituzioni internazionali ne hanno dato una valutazione positiva, o comunque hanno visto il bicchiere mezzo pieno.

I giovani seguaci di Greta hanno invece rinnovato l’accusa ai potenti di essere solo dei parolai.

È risultato alquanto critico anche il giudizio di coloro che sono sempre stati molto attenti ai temi ambientali. L’Agenzia delle Nazioni Unite per l’ambiente (UNEP) ha parlato di impegni nazionali poco chiari, incompleti e in molti casi incoerenti con la più parte degli obiettivi proposti. Fra tali impegni, è scarsamente credibile quello della Commissione europea di dimezzare le emissioni di CO2 per il 2030, mentre Cina, India e Russia sono restate nel vago su quando chiudere con le energie fossili. Tutti sembrano dimenticare che, per contenere il riscaldamento climatico entro +1,5°C per la fine del secolo, bisognerebbe raggiungere tale traguardo già nel 2040. Infatti, gli esperti in fatto di clima ci dicono che oggi stiamo a +1,09°C, e che, ai ritmi di incremento attuali, si sta andando verso +2,7°C, una catastrofe inimmaginabile.

Resta poi la deforestazione che aggiunge male al male. Alla Dichiarazione di New York del 2014 che aveva sancito l’obbligo di porre fine alla deforestazione per il 2030, non hanno fatto seguito fatti concreti. Adesso, tale obiettivo viene ribadito da 134 Paesi, una scadenza però assai poco ambiziosa, viste le rilevanti aree forestali che ogni anno vengono distrutte.

Per Antonio Guterres, segretario generale delle Nazioni Unite, ci stiamo scavando la fossa con l’aleatorietà degli impegni presi nei due eventi.

Tuttavia, anche di fronte a questi giudizi negativi, non mancano coloro che restano ottimisti. Nel mondo, viene detto, ci sono i capitali necessari per la transizione. Da qualche tempo, si aggiunge, nel settore della finanza c’è crescente attenzione per l’economia verde, e già molti imprenditori stanno introducendo nelle loro aziende innovazioni che vanno nella direzione del cambiamento energetico perché trovano conveniente adottare le nuove tecnologie ecosostenibili. Alcuni giungono a dire che, a salvare il pianeta, non saranno i sacrifici e le imposizioni di limiti (che ci riporterebbero alla deprecata decrescita), ma le dinamiche di mercato e il progresso tecnologico che il mercato promuove.

In presenza di tante divergenti valutazioni, ritengo opportuno fare alcune considerazioni.

Certamente sono rimasti in pochi a negare la necessità di un profondo cambiamento delle fonti energetiche a cui attingere, ma rimangono ancora molti a dire che il solo utilizzo delle energie rinnovabili non sarà sufficiente a garantire la continuità produttiva perché solare ed eolico funzionano ad intermittenza (il solare non di notte, poco con cielo nuvoloso; l’eolico non in assenza di vento); ed aggiungono che siamo ancora molto indietro nella creazione di batterie capaci di mettere in riserva grandi quantità di corrente elettrica per superare i punti morti.

A tali rilievi, si possono dare due risposte. Su un piano più generale, bisogna entrare nell’ordine di idee che, con il passaggio alle fonti rinnovabili e con i cambiamenti imposti da una crisi che non riguarda solo il clima e l’ambiente, non si ritornerà a quei modi di vita affermatisi nelle ricche società dell’Occidente che esigono una costante e illimitata disponibilità di energia. Saranno modalità di vita più parche e probabilmente più serene da estendere all’intero pianeta. Sul piano tecnico, non vedo perché lo sviluppo tecnologico (sempre invocato come toccasana) non dovrebbe prossimamente consentire di mettere a punto batterie idonee. Credo inoltre che, a garantire la continuità dei rifornimenti energetici, ci sarà comunque l’idrogeno ottenuto ricorrendo all’energia elettrica generata nei momenti di più elevata capacità produttiva dei generatori eolici e solari.

Il passaggio alle energie rinnovabili richiede una fase di transizione. È ovvio, ma qui la discussione verte sui tempi. Ci viene detto dai fautori di un processo lento che bisogna tener conto delle ricadute economiche e sociali che un rapido cambiamento comporterebbe. Per orientarsi in materia, più che ricorrere al bilancio costi-benefici, si devono confrontare le negative ricadute economiche, sociali e umane delle misure per una pronta transizione con quelle derivanti dal ritardarne l’applicazione. E non c’è dubbio (ci dicono gli esperti) che i ritardi conducano ad una situazione catastrofica su tutti i piani.

Ci sono Paesi che non marciano spediti come si auspica in Europa? Sì, ci sono Cina, India, Indonesia, Australia, Arabia Saudita, Russia, Giappone, ma ci sono anche gli Stati Uniti rispetto ai quali non si dice una parola sui guasti connessi alle nuove tecniche (fracking) introdotte per ricavare gas e petrolio dalle rocce scistose, tecniche che, se hanno riportato gli USA ad essere esportatori di gas e petrolio, comportano l’immissione in atmosfera di ingenti quantità di metano (molto più clima-alterante della CO2).

Parlando di metano, rammento che recentemente sono state messe in evidenza le rilevanti emissioni in atmosfera di tale gas nei processi di estrazione e trasporto. Pertanto, oltre cento Paesi hanno preso l’impegno di ridurre del 30% tali fughe per il 2030, ma è difficile capire come si potrà raggiungere questo obiettivo (peraltro limitato) quando il metano viene considerato, da autorevoli personalità (ad esempio Draghi e Cingolani), una fonte energetica indispensabile per la transizione.

In Occidente, si punta il dito contro Cina e India, indicate come le massime produttrici di CO2, imputando a tali paesi la responsabilità per l’eventuale fallimento dell’obiettivo di restare entro un riscaldamento di +1,5°C per la fine del secolo. Tuttavia, i Paesi di recente sviluppo hanno buon gioco a ricordarci che gran parte della CO2 di origine antropica presente in atmosfera vi è stata immessa negli ultimi due secoli da Europa e Nord America.

A parte ciò, la questione richiede una valutazione meno parziale. In primo luogo, un cinese produce la stessa quantità di CO2 di un tedesco e circa la metà di un americano; un indiano produce 1/4 della CO2 di un tedesco e 1/7 di quella di un americano. In secondo luogo, una rilevante parte degli inquinanti prodotti in Cina e India è connessa alla produzione di merci e servizi utilizzati in Europa e America; ci sono poi quelli prodotti da imprese occidentali che hanno delocalizzato in Oriente gli impianti per aggirare le disposizioni nazionali in tema di tutela dei lavoratori e dell’ambiente. Pertanto, è fuorviante imputare le emissioni di gas ad effetto serra ai sopraddetti Paesi per quanto attiene ai prodotti e ai servizi utilizzati altrove. Bisogna invece farne carico ai Paesi ove hanno luogo i consumi. È ciò che contempla l’impronta ecologica (vedi Impronta ecologica su “Rinascita popolare” del giugno 2015) in larga misura correlata al PIL pro capite delle varie nazioni. Ne consegue che i maggiori inquinatori si riscontrano tra coloro che hanno il PIL pro capite più elevato.

In un’intervista pubblicata su “La Stampa”, Jeffrey Sachs ha dichiarato di essere preoccupato di questo conflitto ingaggiato dagli USA con la Cina, giudicandolo inappropriato e pericoloso. In effetti, ritengo che gli occidentali (in particolare gli europei) dovrebbero fare due cose, invece di utilizzare strumentalmente in chiave anticinese l’argomento ambientale: 1) imporre, con valore generale nei confronti di tutte le nazioni, una tassa sui prodotti e sui servizi correlata alla quantità di energia di origine fossile impiegata per realizzarli, spingendo in tal modo verso le tecnologie verdi anche i Paesi recalcitranti; 2) collaborare sul piano tecnologico con Cina, Russia, India e Paesi in via di sviluppo per agevolarne il cammino verso modalità produttive sostenibili, senza fare propria l’ossessione degli americani di essere superati dalla Cina. Teniamo presente che la guerra al cambiamento climatico richiede un diverso clima internazionale senza la ricerca prioritaria di leadership da parte di alcuno in un mondo comunque destinato a diventare multipolare. Se ora qualche cosa sta mutando in positivo nei rapporti fra USA e Cina, dobbiamo rallegrarcene, ma forse è presto per capire quanta sostanza ci sia dietro le parole pronunciate dai responsabili dei due Paesi.

Dobbiamo comunque chiederci fino a che punto questa guerra per arrestare il cambiamento climatico possa avere successo.

In argomento, voglio rammentare che Giorgio Parisi (premio Nobel per la fisica e studioso dei sistemi complessi), parlando a Montecitorio, ha affermato che la lotta per fermare il riscaldamento climatico è incompatibile con uno sviluppo fondato sulla crescita del PIL. Infatti, molta parte dei guasti ambientali e dei fattori che provocano il riscaldamento climatico sono riconducibili ad esternalità negative (emissioni di CO2, metano e inquinanti vari, deforestazione ecc.) che le attività produttive creano ma il mercato non registra e il PIL non include. Creare un nuovo parametro in sostituzione del PIL, inclusivo di tali esternalità, porta inevitabilmente a ridimensionare le logiche di mercato e quindi il sistema economico produttivo che su di esse si fonda.

Aggiungo che l’attuale predominante approccio economicistico è del tutto inadeguato per comprendere e per fronteggiare una crisi che non è solo climatica, ma è un fenomeno complesso che riguarda anche l’esaurimento delle risorse, la perdita di biodiversità, l’ancora esplosiva crescita demografica, le crescenti disuguaglianze, la diffusa disoccupazione, le migrazioni fuori controllo, il degrado della vita sociale e molto altro. Si tratta di una crisi di sistema che va affrontata nel suo insieme e non settorialmente.

Ritengo, pertanto, fondata la denuncia di inadeguatezza e di sostanziale fallimento del G20 e della COP26 fatta da Greta e dai giovani (ai quali va palesemente la simpatia di papa Francesco). Alla base del fallimento, ci sono la miopia e l’inerzia delle classi dirigenti, e la cinica avidità di potenti lobby decise a continuare a guadagnare con petrolio e carbone. Ma soprattutto non viene affrontata la crisi di sistema, di cui è parte quella climatica, perché continua ad essere radicata, in coloro che hanno in mano i destini del mondo, la convinzione che l’unica strada per lo sviluppo sia quella fino ad ora seguita con al centro un mercato pervasivo e il PIL. È la dominate ideologia liberale (inevitabilmente liberista) a dettare tale convinzione.

Ridimensionare il ruolo del mercato significherebbe mettere in una crisi profonda tale ideologia e con essa l’intera visione su cui si fonda il ruolo e il potere delle attuali classi dirigenti.

Giuseppe Ladetto

 

Pubblicato su Rinascita Popolare dell’Associazione I Popolari del Piemonte ( CLICCA QUI )