Nel IV capitolo della Evangelii gaudium: “Il tempo è superiore allo spazio”, Papa Francesco afferma che «Dare priorità allo spazio porta a diventar matti per risolvere tutto nel momento presente», mentre «Dare priorità al tempo significa occuparsi di iniziare processi più che di possedere spazi». È un tema che Francesco aveva già affrontato nella sua prima enciclica Lumen fidei: «lo spazio cristallizza i processi, il tempo proietta invece verso il futuro e spinge a camminare con speranza». A partire da questa considerazione, credo si possa avviare una riflessione sulle categorie di tempo e di spazio anche nella teoria politica.

Il tempo interessa la dimensione processuale della politica e ci consente di cogliere il dinamismo del potere nel suo divenire; in pratica, il tempo ci offre una dimensione processuale del potere, i cui attori protagonisti sono le persone singole e organizzate in una miriade di modi differenti.

Il tempo ci dice che il potere non ha nulla di innato, ci dice che non può essere gelosamente custodito in qualche recondito scrigno: gli arcana imperii. Non c’è nulla di più concreto, storico e tangibile del potere, esso si conquista nel tempo, si mantiene nel tempo e si trasferisce nel tempo.

Il tempo è la dimensione nella quale il potere prende forma e la qualità del tempo disegna anche la sua forma, ci dice la sua stratificazione, rivela gli interessi che difende, denuncia le ingiustizie che perpetua e gli ideali che persegue, rivela la sua capacità di resistere agli urti dei contropoteri e confessa quanto meriti di essere difeso ovvero abbattuto. In definitiva, il tempo scandisce la genesi e la parabola del potere, al di là della sua stessa dimensione spaziale.

A differenza del tempo, lo spazio ci offre un’istantanea sul potere e ne perimetra la stabilità: la sovranità, informandoci sulla sua dimensione statica; è questa la dimensione statica del potere, la condizione essenziale affinché il processo dinamico si sedimenti in una forma di governo che ne cristallizzi il divenire; tale dimensione, storicamente, ha assunto la forma dello Stato.

Nel suo divenire, il processo politico richiede strumenti flessibili e catene di comando corte, oltre che relazioni di tipo orizzontale, tra loro interconnesse. Richiede una vitalità e una predisposizione al cambiamento che invitano tutte le parti che vi partecipano ad un perenne esercizio di autogoverno, di autodisciplina e di controllo reciproco; non esiste uno stadio del processo in cui alcuna delle parti possa dormire sonni tranquilli per dedicarsi alla contemplazione del risultato raggiunto.

Di contro, nella sua staticità, l’istantanea politica, risponde al carattere della stabilità e mal tollera l’attivismo delle relazioni orizzontali, spontaneamente interferenti, potenzialmente confliggenti, mentre ripone la sua fiducia nelle catene di comando lunghe e rigide, fortemente burocratizzate e inclini alla conservazione delle posizioni acquisite.

È evidente che stiamo descrivendo due dimensioni idealtipiche. Tuttavia, esistono forme potestative che prediligono la dimensione dinamica e altre quella statica. In pratica, il comune, ovvero la civitas, risponde meglio al dinamismo del processo politico, mentre lo Stato, ovvero la polis, appare più aderente all’immagine dell’istantanea politica.

Il comune è storicamente l’espressione delle relazioni orizzontali, dello scambio di beni e servizi, della sicurezza ottenuta mediante l’autogoverno dei suoi tanti ordini, del reciproco controllo che produce anche conflitti; una circolazione delle posizioni del potere, nei confronti della quale il potere costituito ha sempre diffidato. In questo contesto si comprende un’ulteriore tensione, quella tra governare e amministrare.

Amministrare significa servire: administrare, agire da ministro; amministrare è una pratica del potere dinamica, sensibile alla dimensione ascendente bottom-up e sussidiaria. Di contro, governare: gubernari, significa dirigere, imprimere la direzione del governante ai governati e, di conseguenza, è particolarmente sensibile alla dimensione discendente di tipo top-down, quanto di più distante dal principio di sussidiarietà.

Potremmo anche dire che, mentre il principio che muove l’azione di governo è di tipo monistico, l’amministrazione rinvia ad un principio di tipo poliarchico, dato il riconoscimento, di fatto, di una miriade di centri potere, ciascuno dei quali con un oggetto che gli è proprio, al punto da disegnare una società irriducibilmente “plurarchica”, dove il problema del buongoverno si risolve nella governance degli innumerevoli buoni governi presenti nel comune.

La superiorità del tempo sullo spazio rende evidente la teoria politica del popolarismo sturziano. È questa forma di governance che nutre le procedure democratiche, altrimenti descrivibili solo mediante freddi universali procedurali che la storia e la recente cronaca si sono incaricate di mostrarci che tanto universali non sono.

Flavio Felice

Pubblicato su Avvenire