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Toghe e tv: quando palazzo Chigi si scopre “Corte d’Appello”

C’è chi decide, spinto da un irrefrenabile amore per il Codice di procedura penale,  di fare a meno di magistrati, giudici, avvocati e codici a rotazione, trasformando direttamente la sala stampa di Palazzo Chigi in un’aula di Corte d’Appello. Con buona pace di un certo fastidioso dettaglio noto come Costituzione, separazione dei poteri e, non ultimo, il piccolo “particulare” di aver appena preso un sonoro “schiaffone” referendario sulla Giustizia che evidentemente deve aver lasciato il segno.

La scena è di quelle che farebbero impallidire Franz Kafka. Da una, parte abbiamo i fatti di Milano: un giovane imputato, accuse serie, una dialettica giudiziaria fatta di richieste, controdeduzioni e decisioni. Un normale, ingranaggio della giustizia per cui — toh! — il ragazzo resta comunque sotto processo. Dall’altra, la fiction istituzionale: la GIP accusata di prendere gravissime decisioni, ma perché a suo avviso non ci sono gli elementi per il carcere immediato. Rinnega la richiesta di convalida dell’arresto e … pouf, salta il banco.

La Gip contro una “toga rossa”. Ma la destra dimentica di aver costruito sulle “toghe rosse” una riforma da rifilare agli italiani, poi fortunatamente rispedita al mittente. E chi sa che la Gip non fosse una di quelle aduse ad “andare in macchina” con quelli della Procura (dettaglio irrilevante ai fini giuridici, ma fondamentale per la sceneggiatura del complotto sulla cui esistenza la Meloni e Nordio c’hanno portato al Referendum).  Ma il vero colpo di scena non è l’ordinanza del GIP. È la funzione giudicante assunta dalla nostra Presidente del Consiglio improvvisamente auto promossasi Presidente onorario di Cassazione, GUP e opinionista di se stesso.

Perché perdere tempo a fare leggi che siano coerenti con l’Ordinamento e con la Carta Costituzionale — il noioso mestiere per cui i politici, in teoria, percepiscono lo stipendio — quando puoi comodamente sparare sentenze basandoti su basi giuridiche pressappochiste, senza aver letto le carte, senza conoscere gli atti e, ciliegina sulla torta, rischiando pure di non aver capito molto delle leggi che il tuo stesso Governo ha fatto approvare?

È un cortocircuito magnifico. Il politico, che fa il legislatore distratto, diventa improvvisamente severissimo perito informatico del diritto altrui  con la stessa precisione con cui un bambino di tre anni usa una motosega. Tanto che poi Giorgia Meloni è costretta ad una imbarazzante correzione di rotta, a precisazioni.

Il punto, fuor di metafora, è che la separazione dei poteri non è un optional da spuntare quando fa comodo. Creare frizioni continue con un altro Organo dello Stato, solo per alimentare la sceneggiata quotidiana e polarizzare il pubblico supposto bue, non è fare politica: è fare i giudici in un “talent show” continuo dove l’unico premio in palio è l’ennesimo scontro istituzionale.

Nel frattempo, fortunatamente, la Giustizia continua a fare il suo corso, il processo va avanti e sapremo come stanno le cose. E magari potrebbe venire fuori pure che hanno ragione sia i Pm, perché il ragazzo a qualcosa verrà condannato, ma anche la Gip perché gli estremi per l’arresto in questa fase non ci sono.  In ogni caso, il messaggio della Meloni è chiaro: in Italia tutti noi possiamo fare carriera nella Magistratura. Non serve studiare a fondo i codici. Basta vincere le elezioni, comprarsi una toga virtuale e mettersi a giudicare i giudici dal microfono di casa.

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