Donald Trump ha presentato il suo piano per la soluzione del conflitto che, da lungo, divide Israele  e i palestinesi. Una proposta lanciata in compagnia del Primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, e immediatamente respinta dalla controparte. Le critiche, però, non sono venute solo dai palestinesi.

 Anche una parte del mondo islamico si è espressa negativamente, soprattutto Giordania, Hamas e Iran. Un’altra parte sembra plaudire, ma sottolinea la necessità che gli sforzi per la pacificazione tra i due popoli sia sostenuta dall’intera comunità internazionale. E’ evidente, infatti, che se manca un impegno corale, la proposta rischia di restare lettera morta.

Il piano di Trump, in ogni caso, tocca aspetti complessi di non facile soluzione. A partire dal futuro assetto che dovrebbe essere riservato a Gerusalemme, questione che non può essere delimitata alle sole relazioni tra israeliani ed arabi, e agli insediamenti dei coloni israeliani in territori riconosciuti internazionalmente come spettanti ai palestinesi. Oltre al problema della reale dimensione che uno stato palestinese si troverebbe ad avere, questi due punti sono tra quelli sui quali è stato impossibile trovare un accordo nei decenni scorsi, nonostante numerosi presidenti americani ci si siano impegnati approfonditamente.

 Le reazioni palestinesi non fanno assolutamente ben sperare, nonostante Trump abbia messo sul tavolo consistenti finanziamenti per la popolazione araba, di gran lunga più povera.

 Ne parlo con il professor Giuseppe Sacco, al quale chiedo subito: l’iniziativa di Trump sulla questione mediorientale ha suscitato molto sorpresa e sollevato non poche perplessità,  perché non rispetta nessun punto degli accordi di Oslo, e si allontana quasi completamente dalla logica di Campo David.  Come la giudichi?

Giuseppe Sacco – La proposta indubbiamente suscita perplessità, ma debbo dire che non mi ha sorpreso. Sin da quando ha cominciato dedicare la propria attenzione a questo problema, il presidente americano ha chiaramente lavorato ad erodere i margini di possibile negoziato di cui disponeva la parte palestinese.

Prima di gettare la spada di Brenno sulla questione palestinese,  gridando “vae victis” aveva fatto tre mosse preparatorie: il trasferimento dell’ambasciata statunitense a Gerusalemme è stato un passo simbolico chiaramente irreversibile;  una interpretazione molto particolare del diritto internazionale aveva poi  posto i Palestinesi di fronte all’ impossibilità di contestare l’occupazione territoriale da parte dei circa 700.000 ebrei insediati al di fuori delle frontiere di Israele; infine il ritiro  del sostegno economico di Washington all’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati aveva accresciuto al massimo la pressione psicologica sulla popolazione araba.  Si trattava chiaramente di tre passi che preparavano il campo palestinese ad un’offerta che non si può rifiutare, come avrebbe detto Don Vito Corleone.

Giancarlo Infante – Si tratta insomma di una svolta totale rispetto al metodo negoziale sinora seguito? Non le sembra che una soluzione dovrebbe essere trovata col consenso della comunità internazionale?

Giuseppe Sacco – Non credo che questa sia l’idea di Trump. Con una interpretazione benevola, egli può essere considerato un iperrealista, il leader politico di un paese stanco di guerre, che vuole riconoscere la brutale realtà del mondo, ed accettare le posizioni di potere esistenti, per quello che sono non per quello che dovrebbero essere. E, con una interpretazione ancora più clemente, si potrebbe pensare che questo principio iperrealista verrà applicato anche ad altre situazioni. Per esempio, ma è solo uno degli esempi possibili, riconoscendo a Mosca l’annessione di fatto della Crimea, oppure un ruolo di protezione culturale per i molti milioni di Russi che l’implosione dell’Urss ha lasciato fuori dai confini della Russia.  Ma non credo io stesso a questa interpretazione estensiva della proposta Trump.

Giancarlo Infante – Mi sembra che per i cattolici questa visione iper-realista sia assai difficile da accettare.

Giuseppe Sacco – Direi proprio di sì.  In aggiunta al principio generale secondo cui la pace va realizzata in condizioni di equità e di giustizia, va ricordato che appena qualche mese fa Papa Francesco, in occasione della visita in Marocco, aveva firmato insieme al re Maometto VI un riconoscimento della “unicità e della sacralità di Gerusalemme”, della sua “peculiare vocazione di pace”, e l’aveva definita “patrimonio comune dell’umanità e soprattutto per i fedeli delle tre religioni monoteiste, luogo di incontro e simbolo di coesistenza pacifica in cui si coltivano il rispetto reciproco e il dialogo”.

Giancarlo Infante – Ma i Palestinesi hanno respinto questa proposta in maniera unanime.  Anzi, mai sono apparsi così uniti, anche se questa unanimità arriva molto tardi, forse troppo tardi.

Giuseppe Sacco – Non c’è dubbio che questa unanimità arrivi troppo tardi, dopo che le divisioni del campo palestinese hanno contribuito a scoraggiare gli stessi potenziali sostenitori della loro causa. Basta ricordare il caso dell’Achille Lauro, che fini tragicamente proprio perché il mediatore, Arafat, non controllava i quattro terroristi che avevano preso il controllo della nave, membri non dell’OLP, ma di un’altra organizzazione palestinese, l’OPLP.

Oggi, di fronte alla proposta di Trump, i Palestinesi sembrano paradossalmente gli unici ad essere stati presi di sorpresa dalla sortita del presidente americano. Sino ad ora, mentre Trump attuava le tre mosse che li hanno messi in un angolo, essi si erano rifiutati di credere che fosse davvero possibile abbandonare i principi classici dei negoziati internazionali, che consistono nel tentativo di far progressivamente avvicinare le posizioni delle due parti. Pensavano insomma che l’attuale inquilino della Casa Bianca, per quanto stravagante egli sia, avrebbe finito per tornare ai parametri definiti da tutti i suoi predecessori.

Giancarlo Infante – Dunque Trump va davvero considerato uno “stravagante”?

Giuseppe Sacco – Indubbiamente è molto fuori dai canoni classici dei leaders politici. Eppure c’è del metodo nella follia di Trump. C’è una certa rozza logica nella decisione del presidente di smetterla, dopo quasi tre decenni di inutili negoziati, di cercare un consenso internazionale che appare sempre meno possibile. E così ha voluto rimescolare le carte.  Si tratta di una scelta comprensibile; ma molto meno accettabile è che lo abbia fatto in modo da favorire la parte che più gli può essere politicamente – o più precisamente elettoralmente – utile nella propria personale avventura di potere.

Giancarlo Infante – Però, l’Europa è stata completamente tagliata fuori da una questione per la quale potrebbe avere un certo interesse, e a proposito della quale potrebbe avere convinzioni relative alla giustizia e all’equità.

Giuseppe Sacco – L’esclusione dell’Europa non è un fatto involontario, né è un fatto casuale. In primo luogo, Trump non ama la UE, la quale – in secondo luogo –  non ha una posizione comune. E anche per questo, tra gli alleati Europei singolarmente presi, Trump ha non dico consultato, ma appena informato della sua iniziativa solo il primo ministro britannico Boris Johnson. Ed anche questa può essere considerata un do-ut-des, perché Johnson si era differenziato da tutti gli atri Europei dichiarando che il piano messo a punto da Trump in stretta consultazione con Netanyahu, costituiva «un positivo passo in avanti».

Giancarlo Infante – Per quel che riguarda specificamente Gerusalemme, città sacra alle tre religioni monoteiste, sono stati sacrificati gli interessi e soprattutto i sentimenti non solo dei musulmani ma anche quelli dei cristiani.

Giuseppe Sacco – Nel suo iperrealismo, Trump non sembra aver tenuto in conto gli interessi e i diritti di nessun’altra delle parti coinvolte nella tragedia palestinese; neanche gli interessi della stessa Israele, ma solo quelli di Netanyahu, la cui linea è solo una di quelle presenti nel vivace dibattito politico israeliano. Egli ha probabilmente considerato che questa offerta –  che alla fine i Palestinesi rischiano di essere veramente costretti ad accettare, o che altrimenti, e probabilmente, sarà loro imposta unilateralmente –  fosse la più conveniente per l’America e per il proprio personale destino. Ma, specificamente sotto questo quest’ultimo profilo, è anche possibile che si sia sbagliato.