Il 5 aprile del 1923 vedeva la luce Il Popolo. Fondato da Giuseppe Donati, fu l’organo del Partito Popolare Italiano fino al novembre del 1925  quando venne definitivamente chiuso dal fascismo. Il quotidiano riprenderà le pubblicazioni, ma clandestinamente, solamente il 1 ottobre del ’43 nella Roma occupata dai nazisti. Finalmente, alla piena luce del sole, comparirà nelle edicole, con la direzione di Guido Gonella, primo giornale libero nella Roma liberata, subito all’indomani dell’arrivo nella capitale delle truppe alleate, il 5 giugno del ’44.

Fu don Luigi Sturzo a volere il giornale e che alla sua guida ci fosse il Donati, perché il pensiero cattolico politico d’impronta popolare e cristiano democratico era bandito dalla grande stampa ed era quindi necessario, come del resto avevano già fatto i partiti social comunisti, dotarsi di un proprio organo di stampa di massa.

Sturzo scelse Donati perché grande penna e grande polemista. Eppure, il direttore de Il Popolo c’aveva pensato parecchio a lungo prima di aderire al partito creato da Sturzo. Egli si era formato nella Lega Democratica e aveva seguito tutte le traversie del gruppo sopravvissuto all’esperienza politica di Romolo Murri dopo la fine della prima Democrazia cristiana. Le resistenze di Donati nascevano dalla sua diffidenza verso tutto un mondo cattolico conservatore che aveva finito, sì, per accettare l’Appello ai Liberi e Forti di Sturzo, ma non senza continuare a guardare al mondo liberale verso cui, invece, Sturzo, in particolare contro Giovanni Giolitti, diveniva sempre più rigido. Si può dunque ritenere che la scelta di Giuseppe Donati alla guida de Il Popolo venne proprio valutata come la più adatta a contrastare una visione clerico moderata che il Segretario del Ppi osteggiava persino più di quanto non fosse nei confronti dei socialisti. E anche per assicurare il doveroso rispetto del riconoscimento della distinzione tra la sfera religiosa da quella politica e, dunque, dell’impronta non confessionale del Partito Popolare.

Sturzo, del resto, non ha mai nascosto la propria contrarietà verso il conservatorismo, liberale e cattolico, e aveva ben chiara la differenza esistente tra l’ideale della libertà e il liberalismo politico, oltre che maturato l’opposizione ai modi e alle forme con cui i liberali avevano costruito lo Stato italiano sulla base di una visione centralista, esplicitatasi attraverso la rete dei prefetti che Giolitti usava spudoratamente e spregiudicatamente. Quella stessa rete che, poi, messo da parte lo statista di Dronero, passerà armi e bagagli a servire il fascismo assicurando così una continuità gestionale tra lo Stato liberale e quello antidemocratico e statolocratico.

L’avvio del giornale divenne, in ogni modo, l’occasione per cementare tra Sturzo e Donati una davvero profonda amicizia, umana e politica, per di più rafforzata da una fortissima fede che li accomunava. Entrambi in esilio, i loro rapporti continueranno fino alla morte di Donati, avvenuta a Parigi nell’agosto del 1931. Si può dire che il Direttore de Il Popolo divenne uno dei principali collaboratori di Sturzo e dal Segretario indicato come punto di riferimento per l’intero partito.

Il Popolo viene chiuso dopo l’esplosione del caso Matteotti che vide Donati principale accusatore del regime e, attraverso il quadrunviro Emilio De Bono, dello stesso Benito Mussolini per l’assassinio del parlamentare socialista. Il Popolo e il suo primo direttore si guadagnarono il rispetto di tanti avversari politici, compreso Antonio Gramsci, e anche di quanti, pur avendo altri pensieri di riferimento, riconoscevano nel giornale dei popolari il considerevole apporto alla dialettica politica democratica, come nel caso di Piero Gobetti e Gaetano Salvemini.

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