In uno scambio degno di un romanzo dell’orrore, Ucraini e Russi hanno – nei giorni immediatamente precedenti il Natale ortodosso – incrociato le armi della propaganda sul numero di morti provocati dall’ultimo durissimo colpo assestato dagli aggrediti agli aggressori. Gli uni fieri di aver fatto di nuovo assaggiare appieno ai loro avversari, con quattrocento soldati ammazzati in un solo colpo, il vero sapore della guerra. Gli altri vergognosamente “minimizzando” l’episodio, che avrebbe provocato il danno di “soltanto” sessantatré giovani vite spezzate.

Si tratta di un tipo di notizie e di duelli propagandistici cui gli europei dovranno probabilmente abituarsi, se davvero – come purtroppo sembra proprio vero – stiamo entrando, dopo quarantacinque anni di Guerra Fredda, e trenta di più o meno pacifica Globalizzazione, in una nuova guerra mondiale. In cui il vecchio continente rischia ancora una volta di essere il fronte principale.

Un triste privilegio

Non molti, tra i viventi, hanno memoria diretta dell’ultima volta in cui ciò è accaduto. E non avrebbero mai immaginato che il fatto di appartenere ad una generazione che ha in qualche misura vissuto la Seconda Guerra Mondiale potesse essere una sorta di privilegio. Un privilegio certo poco allegro, nel senso di poter non solo meglio capire tutta la gravità di questo momento in cui il mondo sembra avviarsi ad un nuovo conflitto, ma anche un privilegio che consente loro di dare un personale contributo alla comprensione collettiva. E forse alla moderazione degli animi.

Ci si può chiedere anzi se a coloro che godono di questo così amaro “privilegio” non incomba anche un dovere: quello di testimoniare. Il dovere di mettere in atto un ultimo tentativo per distogliere i pochi che potranno essere raggiungi dalla loro voce dall’insana retorica militaresca che i media hanno da qualche mese preso a spargere, con preoccupante unanimità, a qualsiasi ora del giorno e della notte.

Si tratta di un privilegio conquistato ovviamente, ad un prezzo assai caro. Credo infatti, a causa della Seconda Guerra mondiale, di essere stato sostanzialmente derubato della mia prima infanzia. Credo, a causa di quella guerra, di essere maturato troppo precocemente, almeno sotto alcuni aspetti, e di non aver mai attraversato la fase nella quale i bambini sono per qualche tempo impegnati soprattutto nell’incontro con la scuola, e nella scoperta del mondo esterno alla famiglia.

Come molti della mia generazione – e come i bambini ucraini oggi – il mondo esterno l’ho scoperto in un modo assai particolare.  O meglio, esso si è fatto assai violentemente conoscere, quando fui testimone diretto di uno dei primi bombardamenti su Napoli. Ce ne furono in tutto 104, negli anni in cui il suo porto era la base di partenza per i rifornimenti all’interminabile guerra d’Africa, cui fecero seguito 85 bombardamenti tedeschi, dopo che la “liberazione” aveva trasformato il porto della mia città nel principale centro logistico della guerra degli Anglo-americani nella Penisola. E vidi, senza poter prendere sonno per tutta una notte, un palazzo di cinque piani, a non più di cento metri dalla casa dei miei genitori, bruciare per ore e ore, dal tetto alle fondamenta. Non c’è dubbio che quello sia il ricordo più forte della mia infanzia. Tanto forte, che ancora oggi torna di tanto in tanto a turbare i miei sonni-

Ma fu anche la ragione per cui la mia famiglia decise di abbandonare Napoli e di “sfollare” – come allora si diceva – verso un piccolo centro. Dapprima a Santa Maria a Vico, di cui ricordo solo un dolce giardino pieno di lucciole. Poi a Pagani, una cittadina dominata dalla grandiosa e forte bellezza del Vesuvio, che è a solo 20 chilometri dal centro. Vi restammo a lungo, quasi tutta la durata della guerra, tanto che cominciai a frequentare il locale asilo tenuto dalle monache, e in cui mi affezionai ad una giovanissima maestra, dal cui splendido volto credo si siano formati i miei criteri della bellezza femminile.

Un incontro ravvicinato

Abitavamo, a Pagani, in un appartamento d’affitto al primo piano, con un lungo balconcino che affacciava sulla strada principale del paese, e da dove, in un tiepido mattino di Settembre, fui più tardi coinvolto in un avvenimento drammatico, un imprevisto incontro molto ravvicinato.

Da parecchi giorni, la guarnigione tedesca che stazionava in questa bella cittadina dava segni di nervosismo. Come tutti peraltro, in paese e nella mia stessa famiglia. Perché qualcosa di importante stava chiaramente per accadere. E tutti sapevano che cos’era: era lo sbarco anglo-americano, che infatti avvenne poco più a sud, in quella stessa provincia di Salerno.

A mio padre, di professione ingegnere e già capitano d’artiglieria nella Grande Guerra non era sfuggito che i Tedeschi stavano erigendo fortificazioni, e che Pagani stava diventando un posto pericoloso. Né era sfuggito ai Tedeschi quanto la popolazione fosse irrequieta, anche perché, poche settimane prima, più o meno in coincidenza con il mio quinto compleanno, erano scomparsi dalla circolazione tutti quei tipacci vestiti di nero da capo a piedi e che sembravano tanto importanti. E tanto amici dei Tedeschi. Cosicché un bel mattino un piccolo gruppo di mezzi blindati con le bandiere rosse e tanto di croce uncinata cominciò ad andare su e giù per la strada principale della cittadina, provocando un fuggi-generale che la lasciò insolitamente deserta.

Essendo di carattere indisciplinato, come mi era già allora stato detto, io non seguì l’ovvio consiglio datomi dai miei genitori: quello di star via dalle finestre. Volli, anzi, affacciarmi al balconcino, e mi limitai, come mura di prudenza, a strisciare sul pavimento e ad infilare la testa tra due vasi da fiori, per vedere cosa accadeva nella strada. E fu così che mi trovai faccia e faccia con un ufficiale tedesco che sporgeva, ritto in piedi, dalla torretta di un mezzo blindato.

Non ne fui spaventato, anche se poi fui molto rimproverato per essere stato così curioso ed imprudente. Lui, l’ufficiale tedesco, forse non mi vide nemmeno, né comunque diede alcun segno di avermi notato. Ma quello che vidi mi fece restare sbalordito. Perché quell’uomo tanto più grande me, in uniforme e con tanto di casco di cuoio non mi faceva paura. Né poteva farmene perché, pur nella sua posa marziale, aveva il volto tutto rigato dalle lacrime, e era squassato da una crisi di pianto. Era un adulto, aveva cinque o sei volte la mia età, ma piangeva e singhiozzava come un fanciullo.

Un altare votivo

Solo molto tempo dopo, ripensandoci, ne trassi la conclusione che si trattasse si un comportamento del tutto normale da parte di soldato spaventato a morte dalla prova che attendeva; lo scontro con un nemico – gli Americani – che notoriamente disponeva di tutti i mezzi necessari per farsi precedere da una terrificante tempesta di fuoco. Eppure anche sul momento qualcosa dovetti intuire, perché – ritiratomi molto impressionato dalla mia postazione sul balconcino – pressi a trafficare con un piccolo teatrino per marionette che mi era stato regalato per il mio compleanno, e con due candele steariche. Che, pero, non appena accese, incominciarono a bruciacchiare la struttura in legno del mio giocattolo, provocando l’immediato intervento di mia madre.

“Ma cosa volevi fare?”, mi chiese lei non appena scongiurato il pericolo di un piccolo incendio. “Volevo solo costruire un altarino per i Tedeschi”, ricordo di aver spontaneamente risposto, come per giustificarmi.

“Questa è l’influenza delle monache!”, commentò mia madre sorridendo. E per quanto mi ricordo la conversazione terminò così. Ma mia madre non sapeva nulla del tedesco che io avevo visto singhiozzare, sicché ancora oggi l’iniziativa di costruire un piccolo altare votivo per i Tedeschi mi appare come un mio piccolo segreto, una reazione tutta mia, un moto di compassione di fronte al destino che sembrava attenderli.

Ai miei genitori era comunque diventato chiaro come Pagani, dove i Tedeschi si erano asserragliati per dare battaglia agli anglo-americani appena sbarcati a Salerno, stesse diventando un posto molto pericoloso. E ciò portò, pochi giorni dopo ad una nuova fuga. Una fuga, stavolta, verso destinazione ignota – su una carrozzella trainata da un cavallo nero e lentissimo. Un cavallo che era abituato così, come al ritorno ci spiegò lo stalliere da cui avevamo noleggiato l’unico mezzo di trasporto a quei tempi disponibile, perché veniva usato solo per i funerali.

Fuga nella notte

La nostra fuga fini però dopo solo pochi chilometri, nella notte, con la carrozzella che faceva fatica ad avanzare in un campo di ortaggi, a San Marzano sul Sarno. Intanto, terrificanti oggetti luminosi avevano incominciato a passare sulla nostra testa, e qualche volta cadevano anche se in grande lontananza, ma con esplosioni da far sembrare che ogni volta stesse spuntando il sole. E credo che mio padre si fosse accorto che ero piuttosto sotto shock, perché tentò di sdrammatizzare la situazione creata dal terrorizzante susseguirsi delle ondate di tuono introducendo una discussione di approccio tecnico-naturalistico. E mi chiese “sai cosa è un’esplosione?”. E di fronte al mio confuso silenzio si diede anche la risposta: “E’ soltanto il passaggio rapidissimo di una sostanza dallo stato solido allo stato gassoso”

Il suo tentativo non riuscì. E quella spiegazione, quello sforzo di banalizzazione, era forse un po’ difficile per rassicurare un bambino che in quei primi giorni del Settembre 1943 aveva cinque anni e un mese. Mi gettò anzi in una condizione ancora più angosciosa, che – a differenza della mia sorella più grande, che piangeva senza dire una parola – mi spinse a fare un commento, quasi a trarre una conclusione da ciò che stava accadendo attorno a noi.  Ricordo quelle parole ancora oggi con estrema chiarezza, così come ricordo lo sgomento silenzio che ne seguì da parte dei miei genitori: “quasi quasi me ne torno nell’uovo”.

Era il commento di un bambino cui era stato raccontato che, anziché sotto il solito cavolo, i bambini venivano trovati in grosse uova portate dalle cicogne. Ma di un bambino sconvolto, che facendo riferimento alle favole di cui era stato dolcemente nutrito, aveva in sostanza tratto la conclusione che, se la vita era questa, meglio sarebbe stato non essere mai nati.

Ancora oggi mi domando come dovettero sentirsi mia madre e mio padre, quale divenne il loro stato d’animo, sentendo il bambino che avevano messo al mondo esprimere una considerazione così desolatamente pessimista sulla vita. Un concetto da filosofo al bordo del suicidio. Ed una considerazione che non poté che essere confermata dalla brutale esperienza della guerra che avemmo subito dopo, quando restammo bloccati, tutta la mia famiglia insieme ad un’altra ventina di “sfollati” come noi, per sei interminabili giorni e sei notti quasi sempre insonni, in quella che fu brevemente una terra di nessuno, tra Americani e Tedeschi.

Chiaramente, continuare nella nostra fuga senza precisa direzione era ormai impossibile, ed estremamente rischioso. Cercammo così rifugio, a San Marzano sul Sarno, nel palazzo comunale, semidistrutto dai bombardamenti. Si trattava in realtà dell’atroce rovina di quello che era stato un fabbricato polifunzionale, dove erano stati ospitati sia gli uffici del Comune, che una scuola, ed anche una stazione di polizia con relative camere di sicurezza. E fu in queste due stanzette, che avevano meglio resistito alle bombe, che trovammo anche noi un po’ di spazio. Ma la situazione – ci fecero capire subito i nostri compagni sotto quel tetto di fortuna – non era per niente tranquilla.

La ragazza che strappò i fiori

I Tedeschi, con una puntata improvvisa, avevano fatto irruzione a San Marzano il giorno prima del nostro arrivo, ed avevano portato via prigionieri, a Pagani, una decina di giovani reclutati di forza per mandarli a lavorare in Germania. Alcuni si erano ribellati, e avevano tentato di fuggire. Ma uno di questi, cercando di saltare attraverso una finestra, si era malamente ferito con una lunga scheggia di vetro, ed era morto dissanguato sotto gli occhi nella famiglia, cui i militari tedeschi avevano impedito di porgergli aiuto. Mi sono chiesto lungo, negli anni successivi, se tra questi, o magari al comando di questi soldati, non ci fosse stato proprio quell’ufficiale che ritto sulla torretta del carro armato, piangeva disperato per quello che avrebbe potuto essere il proprio destino.

Altri erano sfuggiti alla cattura. E il timore che i Tedeschi ritornassero era reso più angoscioso dal fatto che la madre di uno di questi, che era in qualche modo entrata in possesso di una pistola, minacciava di usarla qualora suo figlio fosse stato in pericolo. Il che, molto probabilmente, avrebbe portato ad una rappresaglia di massa, di cui saremo state vittime noi tutti.

Ciò fortunatamente non si verificò. E fu così che la mattina del sesto giorno, mentre cercavo di prendere un po’ di sole rannicchiato dietro la grande cancellata che era stata l’ingresso degli uffici comunali, vidi sulla destra spuntare da dietro un muro diroccato l’inconfondibile elmetto, a forma di bacinella, di un soldato inglese. E subito dopo, dall’altro estremo della piazza, emergere da un mucchio di macerie una ragazza dalle forme abbondanti.  La vidi correre verso l’aiuola antistante il palazzo comunale, strappare alcuni fiori, e offrirli allo stupefatto soldato inglese. Un’altra immagine che non ho mai dimenticato.

Il contrario della guerra

Ad ottant’anni da quegli avvenimenti il mondo è – almeno in apparenza – molto cambiato. Tanti anni sono ormai passati senza ch’io mi sia arreso alla convinzione che sarebbe stato meglio non essere mai nati. Eppure qualcosa di quella breve, ma per me terrificante, esperienza – una sorta di amara consapevolezza dell’esistenza e dell’onnipresenza del male, e un senso di impotenza di fronte ad esso –  mi è rimasto dentro, anche se a lungo inespressa. Almeno fino a quando, a quattordici anni, non incontrai le parole per formulare la mia reazione: “ci deve essere un modo migliore di concepire la vita!”.

Molto pochi sono ormai quelli che fanno parte dell’ultima generazione vivente, e che ha personalmente conosciuto la guerra. Né è possibile dire quanti tra essi siano giunti ad avvertire una necessità di questa natura; a questa stessa conclusione, a questa stessa aspirazione; anche se espressa con parole diverse. E che per tale motivo hanno ragione di essere ferocemente antimilitaristi. Contrari all’idea che le virtù fondamentali dell’uomo siano quelle del soldato. E che il colore di una uniforme possa inguainare, trasformare e imprigionare non solo l’aspetto fisico dell’uomo, ma anche il suo profilo morale.

Quello che so, è che un tempo lunghissimo fu necessario perché smettesse di sanguinare la ferita infertami da quelle esperienze infantili. Ricordo bene come, ancora dieci anni più tardi, bastasse la lettura dei versi in cui Carducci racconta in termini ammirativi come – nel 1793, al momento culminante della rivoluzione francese – l’aria sopra le campagne francesi fosse “oscurata da montanti fantasmi che cercano la guerra”, per provocare in me una istintiva e violenta reazione di rigetto, di repulsione e di orrore. “Come si può volere la guerra?”

Debbo probabilmente solo al fatto che le grandi guerre combattute attorno ai miei vent’anni siano state guerre anticoloniali ed anti-imperialiste– l’Algeria, il Vietnam – se sono riuscito a superare il rifiuto dell’idea stessa che, per una causa politica, anche la più nobile, si potesse far ricorso alle armi. Se non sono diventato uno di quei pacifisti estremi che in nome della non-violenza finiscono per opporsi ad ogni cambiamento, e per favorire il perpetuarsi delle situazioni più intollerabili. Se riesco oggi ad accettare che alla aborrita guerra guerreggiata vada contrapposta – come suo contrario – non tanto una generica “pace”, bensì il negoziato. Che però – e bisogna averne consapevolezza – allora e solo, ha possibilità concrete di essere un agente di cambiamento e di progresso, quando dietro al tavolo della trattativa si profili come alternativa, e come alternativa immediata e realistica, la minaccia dello scontro più estremo.

Ma il bisogno di trovare un modo diverso – un modo meno belluino – di concepire la vita, non può per questo estinguersi. Coloro che lo avvertono sono per sempre dannati a non vedere la propria vita, e il proprio impegno come membri della società, se non come una permanente ricerca; ricerca intellettuale sull’uomo e sulla vita associata, ma anche ricerca concreta su come dare soluzioni non violente agli scontri sociali e politici. E soprattutto condannati al dovere morale di testimoniare del passato e della loro esperienza, e di bollare con tutto il dovuto disprezzo coloro che, troppo spesso per semplice brama di potere, giungono a fare propaganda o polemiche persino sull’atroce contabilità delle vite spezzate.

Giuseppe Sacco