Dopo mille giorni di governo, il bilancio dell’Esecutivo guidato da Giorgia Meloni appare ben lontano dalle promesse elettorali.
Le aspettative di cambiamento, alimentate da slogan forti e da un linguaggio decisionista, si sono scontrate con una realtà complessa e con l’incapacità, da parte dell’intera classe dirigente, di incidere davvero sulle grandi questioni che interessano il Paese. I numeri parlano chiaro: oltre 284 mila sbarchi di migranti sotto l’attuale governo, a fronte della promessa — mai mantenuta — di un “blocco navale”; accise sui carburanti rimaste intatte, nonostante gli impegni a tagliarle; tassazione delle banche e delle multinazionali invocata in campagna elettorale e poi di fatto sterilizzata. Nel frattempo, il giudizio dell’opinione pubblica è peggiorato: il 62% degli italiani oggi esprime un’opinione negativa sul governo, mentre solo il 34% continua a sostenerlo. Ma il malcontento non investe soltanto l’esecutivo: coinvolge l’intero impianto politico nazionale, incapace di rinnovarsi e profondamente segnato da divisioni ideologiche e strategiche, sia nel centrodestra che nel centrosinistra.
Un bipolarismo apparente e stanco
La verità è che il sistema politico italiano è da tempo ostaggio di un falso bipolarismo, in cui le coalizioni sono tenute insieme più dalla logica del potere che da una reale condivisione di idee e visioni. A destra, la distanza tra Meloni, Salvini e Forza Italia è ormai evidente, soprattutto su dossier strategici come i rapporti con la Russia, l’atlantismo, l’Europa. A sinistra, la coesistenza tra il Partito Democratico, il Movimento 5 Stelle e le sigle minori risulta ancora più fragile, priva di un progetto coerente e di una leadership riconosciuta. Su questioni fondamentali — dalla guerra in Ucraina ai rapporti con gli Stati Uniti di Trump, fino al conflitto in Medio Oriente e alla gestione del fenomeno migratorio — i due schieramenti appaiono divisi, contraddittori, incapaci di esprimere una linea politica chiara. La conseguenza è un’Italia confusa, incerta, che si muove a tentoni anche sul piano internazionale, proprio mentre il mondo attorno cambia rapidamente e in maniera sempre più minacciosa.
Un nuovo contesto internazionale
Le tensioni globali non sono più solo materia da analisti: oggi incidono direttamente sulla vita dei cittadini europei. La guerra in Ucraina ha cambiato la percezione della sicurezza sul continente. Le ambizioni espansionistiche della Russia, la crisi del multilateralismo, il ritorno del nazionalismo aggressivo in molte aree del mondo impongono all’Europa — e dunque anche all’Italia — di dotarsi di una visione strategica condivisa. In questo nuovo scenario, l’Italia non può permettersi di restare spettatrice.
Eppure, in questi mille giorni, il nostro Paese non è riuscito a ritagliarsi un ruolo attivo nelle grandi questioni europee. Manca una politica estera coerente e una capacità diplomatica adeguata. Le incertezze sul PNRR, i tentennamenti nei rapporti con Bruxelles, le ambiguità sul sostegno militare all’Ucraina o sulla difesa comune europea testimoniano una linea politica debole e contraddittoria.
Serve una svolta: nasce da qui la necessità di un nuovo partito
Di fronte a questa crisi sistemica — che non è solo di governo, ma di rappresentanza, di credibilità e di orizzonte politico — cresce tra gli italiani l’esigenza di un’alternativa. Non basta cambiare i nomi o le alleanze. Occorre un nuovo soggetto politico, capace di rompere gli schemi usurati del bipolarismo, di parlare con chiarezza e competenza ai cittadini, di costruire un progetto realistico ma ambizioso per il futuro dell’Italia. Un partito che non viva di slogan ma di proposte concrete, che sappia rimettere al centro la serietà del governo e la responsabilità del confronto democratico. Che abbia il coraggio di dire che l’Italia deve stare saldamente in Europa, difendere i valori dello Stato di diritto, cooperare con le democrazie occidentali e costruire una politica migratoria efficace, equa e umana. Un partito che si rivolga soprattutto ai giovani, agli esclusi, a chi si è rifugiato nell’astensionismo per sfiducia e disillusione. Un partito che recuperi le migliori tradizioni democratiche, liberali, cristiane, riformiste. E che punti non alla protesta sterile, ma alla costruzione di un nuovo patto civile e politico tra cittadini e istituzioni.
Un nuovo governo per un’Italia europea, credibile e giusta
Per affrontare le sfide che ci attendono — dal lavoro alla scuola, dalla sanità alla sicurezza, dalla transizione ecologica alla rivoluzione digitale — l’Italia ha bisogno di un governo autorevole, stabile e lungimirante. Non si tratta solo di cambiare squadra, ma di cambiare metodo, cultura politica, rapporto con i cittadini. Il tempo delle promesse facili e delle scorciatoie populiste è finito. Serve una politica seria, competente, capace di visione e di mediazione. Serve un governo che non sia ostaggio delle correnti o dei leader mediatici, ma che metta al centro l’interesse generale del Paese. Solo così si potrà costruire una nuova Italia, più giusta, più europea, più forte. Una Repubblica finalmente in grado di affrontare le sfide del XXI secolo senza paura, ma con sempre più fiducia e determinazione.
Michele Rutigliano