E’ un piccolo libro quello che l’editore Adelphi ha pubblicato recentemente e che riprende un succoso scritto degli anni ‘ottanta del grande romanziere moravo Milan Kundera. Il titolo è lapidario: “Un Occidente prigioniero” e il riferimento è esplicito nel sottotitolo (“La tragedia dell’Europa Centrale”) vale a dire dei Paesi  sottoposti a lungo al giogo della dittatura sovietica.

Anche se scritto prima della caduta del muro di Berlino, la sua attualità è ravvivata dalle tensioni in atto ai confini dei Paesi dell’Est europeo, a seguito della violenta aggressione russa in Ucraina, guerra scellerata che sempre meno occupa le cronache. Non è quindi un saggio in più sui destini dell’Occidente, da quello famoso di Splenger degli anni ‘Venti sino al corposo lavoro di Fergusson più recente e a molti altri, ma una riflessione sul destino dell’Europa.

Ed è proprio ai confini orientali, da Vilnius fino a Sofia, che si percepisce ancora una volta la presenza della forza schiacciante del grande vicino: non più l’imperialismo sovietico ma la vecchia ossessione anti-occidentale rinfocata recentemente da Putin. Ed è lungo questi confini immaginari, che a ogni nuova situazione storica devono essere tracciati da capo, come a questi piccoli Stati vulnerabili- che con la loro fragilità propiziarono le prime conquiste di Hitler e poi il pesante giogo di Stalin- che l’Europa resta tributaria di un formidabile contributo alla sua civiltà. Dalla musica (Schonberg, Bela Bartok, Liszt) alla letteratura (Kafka, Musil, Hasek) all’arte, al teatro, al cinema, alle scienze.

Eppure Kundera non accomuna la Russia a quanto esprime l’attuale sua autocrazia che odia l’Occidente. Anche quel popolo ha radici antiche che un tempo la univano all’Europa, come testimonia il grande romanzo dell’Ottocento e come esprime la sua struggente musica popolare, entrambi “insuperabili nella grande cultura europea”.

Ma quale Europa? Quella che oggi fatica a sentire la propria unità, un tempo basata sulla religione, poi su valori comuni di identità ed ora alla ricerca di una autorità morale in un mondo privo di valori. Non è certo il mercato, né sono le conquiste della tecnica, né la politica sia essa di destra o di sinistra (“esiste ancora questo manicheismo, tanto idiota quanto invalicabile?” si chiede Kundera). Forse l’ Europa dei popoli, visto che la guerra alle porte ci fa tornare alla memoria che il riscatto di Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca non è avvenuto “in quanto sostenuto dai giornali, dalla radio o dalla televisione ma è stato preparato da romanzi, dalla poesia, dal cinema, dalla storiografia, dalle riviste letterarie, da spettacoli comici popolari”. Dalla cultura, insomma, da un crogiolo centro europeo che dagli inizi del secolo scorso ha pervaso tutta la civiltà occidentale.

Basta leggere Musil quando tratteggia una società eccitata ed esuberante, ignara del fatto che potrà sparire l’indomani. Oppure Hasek e i tentativi di fingere nella stupidità il confine per salvare la propria libertà; o ancora Kafka e il suo mondo senza memoria e senza il tempo per comprendere questa realtà.

Il rischio del nostro tempo riguarda  tutte le nazioni europee, anche le grandi, potenti e stabili, che potrebbero subire la sorte subita dai Paesi  che sono est europei in relazione alla loro collocazione , ma che per storia e cultura sono Occidente.

In un mondo dove il potere tende a concentrarsi sempre più nelle mani di pochi il messaggio e l’attualità che questo breve saggio di Milan Kundera, scritto in altro tempo, si mantiene attuale. L’Europa corre ancora il rischio di perdere il senso della propria identità culturale, come lo perse per la sua indifferenza nel trentennio durante il quale una  parte del continente fu sottratta da una occupazione odiosa che, prima dei territori, voleva distruggere tutto ciò che apparteneva alla sua cultura.

Guido Puccio