Innanzi ai mutamenti storici, si avverte il bisogno di aggiornare gli schemi d’analisi per ridurre il divario tra realtà da comprendere e l’agire. L’emersione di aspetti degenerativi nella politica italiana ha cancellato le cifre interpretative derivanti dal riassetto politico-istituzionale conseguente il secondo conflitto mondiale e impone i partiti non solo ad un generale riposizionamento ma soprattutto all’elaborazione di una nuova sintesi politica.

I partiti non sono al momento attrezzati a compiere un’operazione di analisi e di progettualità coinvolgenti tale da spingere in aggregazioni di valori unificanti. Si punta ad un ritorno elettorale senza un orientamento propositivo per fronteggiare i cambiamenti della società.

Una via di semplificazione del quadro politico è una modifica della legge elettorale che dia spazio a tutti i partiti che hanno idee capaci di offrire le forze per affrontare le sfide del momento ( CLICCA QUI ).

Appare arduo mettere in dubbio che il dibattito politico sia stato aspro e inconcludente rispetto all’esigenza di riforme, necessarie per liberare l’Italia da rendite di posizione, monopoli, protezioni.

E’ ancora assolutamente attuale l’insegnamento di Luigi Sturzo che vedeva l’origine delle difficoltà dell’incipiente democrazia dell’Europa degli anni Trenta nel mutamento dell’aspetto sociale e in una diffusiva tendenza alla dispersione di valori etici condivisi della società.

Richiamare il pensiero sturziano non significa ripercorrere disegni politici appartenenti a situazioni passate. E’ comprensibile che, da cattolici, ci si possa sentire orfani di un partito, che è stato indubbiamente riformista in ambito politico e socio-economico. La sfida politica resta pur sempre quella di confrontarsi con il divenire, come già individuato da Tommaso d’Aquino ed esplicitato dalle costituzioni del Concilio Vaticano II, per mettersi in un atteggiamento di ascolto e di accoglienza degli eventi.

Nel discorso di Caltagirone del 1904, Luigi Sturzo coniò la definizione di cattolici democratici per indicare l’impegno dei credenti in politica in modo autonomo dalle gerarchie ecclesiastiche. Il cattolicesimo democratico, da cui è nato il popolarismo, si è configurato come una cultura politica di stampo solidaristico, che si organizza in un partito di cattolici e non dei cattolici e richiede mediazione sociale; esso si configura come una modalità di assumere le responsabilità sociali e di arricchire la democrazia di una visione personalistica dell’uomo, in cui questi è concepito come persona unica e in relazione agli altri, e non come soggetto orientato a vivere in modo individualistico la propria libertà. Il cattolicesimo democratico non impone valori e non vede la politica come mera gestione,  ma apporta una visione di laicità, fatta di ragionevolezza  e superamento delle barriere. Questa visione della laicità ha trovato conforto anche nella Gaudium et spes del Concilio Vaticano II, dove si legge che i laici non devono pensare che “i loro pastori siano sempre esperti a tal punto che ad ogni nuovo problema che sorge, anche a quelli gravi, essi possano avere pronta una soluzione concreta o che proprio a questo li chiami la loro missione: assumono, invece essi, piuttosto la propria responsabilità alla luce della sapienza cristiana e ponendo attenzione rispettosa alla dottrina del Magistero”.

A fondamento della concezione sturziana, c’è una tensione che cerca di conciliare i principi di libertà e l’esigenza di un rapporto armonico e completo tra Stato e società, senza esclusione né dell’uno né dell’altro, valorizzando i corpi intermedi della società. Nei fatti, le soluzioni alle istanze sociali del trentennio successivo al secondo conflitto mondiale sono state di stampo progressista e sono risultate vincenti.

Alternativa a questa visione è la prassi gentiloniana, in virtù della quale si richiede consenso in cambio di programmi, rinunciando alla pratica politica in concorso con altri. Oggi, nessuno mette in discussione le regole democratiche. E’, però, di tutta evidenza che una parte del mondo cattolico concepisce l’impegno in politica essenzialmente per la difesa dei valori della vita e della famiglia, con l’appoggio delle gerarchie ecclesiastiche e finanche dei non credenti.

Il popolarismo è invece la traduzione in politica e la contestualizzione nella società della libertà e della giustizia, che la saggezza prescrive in specie per la politica.

Non è fuori luogo richiamare la posizione di un laico non credente come Noberto Bobbio, che, nell’identificare gli elementi distintivi della destra e della sinistra, riconosceva alla sinistra una maggiore tensione per l’uguaglianza, valore che è strettamente legato alla giustizia. Dalla speculazione di Bobbio rimane fuori la bioetica. Il tema è delicato, ma, in ogni caso, sono da evitare soluzioni integraliste. Il problema che si pone è chiedersi fino a che punto sia giusto essere contro la ricerca scientifica che tende a migliorare le condizioni di vita dell’uomo.

 L’effimero della società dei consumi

Il ruolo del cattolicesimo democratico non può ridursi alla pratica di un’iniziativa politica autonoma, ma dato che va creato un consenso ampio, si rende necessario una sorta di moral suasion per farsi che si aggreghino forze per concorrere alla soluzione fattive. Il contributo che si richiede è apportare alla politica moderazione per scongiurare l’affermazione di uno spirito qualunquista e libertario. Occorre ripensare il personalismo e la laicità alla luce della “cetomedizzazione” della società, che pone al centro delle dinamiche sociali un cittadino con aspirazioni diversificate e con nuovi diritti da tutelare.

Si impone l’urgenza di operare una sintesi dei nuovi bisogni all’interno di un confronto dialettico, fatto di fecondazione con le altre culture politiche che mostrano una profonda tensione alla giustizia e rifuggono da approcci aprioristici.

La domanda di senso, che emerge da un contesto meccanicistico in preda ad un fanatismo tecnologico sfuggito al controllo dell’uomo e che lo domina, la ricerca di un orizzonte di fronte all’effimero imposto dalla società dei consumi e l’incontro fra le civiltà fanno emergere la necessità di un nuovo umanesimo.

Le complessità del nostro tempo richiedono degli interventi a cui proprio il profilo culturale del popolarismo può concorrere a trovare risposte adeguate, in un momento in cui le politiche riformiste sono ostaggio delle forze estreme e della sinistra radicale.

E’ essenziale rilanciare il concetto dell’economia sociale di mercato per fronteggiare l’eccessiva deriva liberista degli stati moderni, in modo da evitare la subordinazione dell’uomo e del lavoro al sistema capitalistico.

Il rafforzamento dell’idea di democrazia personalista e comunitaria è sempre più necessario per andare incontro alle variegate soggettività in cui si va declinando la società, nell’ottica di far accrescere lo spirito d’appartenenza e sconfiggere il rischio dell’incertezza e della solitudine.

La tradizione del popolarismo non si deve ridurre ad un esercizio intellettualistico, in quanto fa parte della sua genesi il confronto sul terreno storico e politico per capire il nuovo e guidarne il cambiamento. Vanno messe a frutto le sue categorie della politica non tanto per il contingente, quanto per offrire una prospettiva strategica, in modo da continuare a dare speranza, che poi è il fine ultimo della politica, nel tentativo, sulla scia della lezione di Jacques Maritain, di pervadere la modernità di un umanesimo integrale.

Bonaventura Marino

 

Immagine utilizzata: Pixabay