E’ opinione abbastanza diffusa, purtroppo alquanto radicata, che il sistema elettorale abbia una parte marginale nel contesto politico/istituzionale. Voglio riportare due esempi tratti dall’attualità per dimostrare quanto sia importante per il corretto funzionamento di una democrazia.

Lucia Borgonzoni, classe 1976, senatrice, è stata candidata alla Presidenza della regione Emilia-Romagna alle recenti elezioni, ma non ha conseguito l’obiettivo di diventare Governatore. E’ stata eletta consigliere. Incarico che, a quanto pare, le va stretto e preferisce mantenere quello a Palazzo Madama.

Nessuno può confermare le voci maligne secondo le quali la decisione potrebbe essere stata condizionata da questioni economiche, dal momento che il compenso previsto per il seggio del Senato è superiore a quello di Consigliere regionale emiliano.

Resto comunque sul piano dell’analisi politica. Borgonzoni ha stretto un patto con gli elettori per farsi eleggere al Senato, poi ha ritenuto che questo patto non valesse più ed ha deciso di candidarsi alla presidenza della Regione, stringendo un altro patto d’impegno per quel territorio. Fallito l’obiettivo principale, ha ritenuto poco “gratificante” il ruolo di consigliere di opposizione e si è ripresa il posto a Roma.

Una situazione diversa, ma con rilievi molto simili, è quella che si sta determinando a Roma in vista delle elezioni suppletive in un collegio uninominale per la Camera per sostituire Paolo Gentiloni approdato a Bruxelles come commissario Ue. I partiti che formano la coalizione di governo sono intenzionati a candidare il ministro dell’economia Roberto Gualtieri 54 anni a luglio. Persona valida, professionalmente qualificata, che sta svolgendo il prestigioso e delicato incarico di Ministro dell’economia con equilibrio e responsabilità, soprattutto in un rapporto collaborativo e non conflittuale con l’Unione europea. Per fare il ministro si è dimesso da deputato europeo.

Qualora Gualtieri dovesse essere eletto, non andrà a fare il deputato perché impegnato a fare il ministro, a tutt’oggi non ha dichiarato il contrario. Quindi gli elettori eleggeranno un deputato fantasma. Quando sarà in aula per votare, voterà le stesse cose che propone il governo di cui fa parte. Questa è la negazione della democrazia liberale dove il parlamento controlla il governo.

Un ministro può anche decidere di candidarsi per un posto alla Camera, ma deve prima rinunciare all’incarico di governo.

Ho preso in considerazione questi due casi perché sono di strettissima attualità, ovviamente senza alcuna pregiudiziale verso le persone citate, alle quali va il mio massimo rispetto. A mio giudizio è un’anomalia che gli eletti passino di qua e di là. Forse ci si dimentica che qualsiasi incarico rappresentativo, dal consigliere comunale al deputato, dovrebbe rappresentare il più alto onore e responsabilità per chi ne è investito: l’eletto non porta avanti i propri interessi, ma quelli di una comunità per conseguire quello che adesso è di moda chiamare il bene comune. Quegli interessi e quel bene comune elaborati dal punto di vista programmatico dal proprio partito in base a valori, ideali e cultura di riferimento.

I casi sopra citati insegnano due cose principali. Primo, il sistema elettorale deve garantire il rispetto del patto con gli elettori per ridare credibilità e moralità alla politica, pertanto un eletto non può dimettersi per assumere altri ruoli pubblici; qualora dovesse dimettersi anche per motivi personali, resta “parcheggiato” fino alla fine del mandato. Secondo, vanno distinti chiaramente i ruoli di parlamentare con quelli di governo: il parlamentare non può fare il ministro; se un ministro decide di candidarsi a un altro incarico, prima deve dimettersi.

Questi sono alcuni presupposti di una riforma elettorale che sappia incidere in profondità sul sistema politico/istituzionale, seguendo l’ammonimento quotidiano che arriva da Stefano Zamagni: “Non ci accontentiamo solo di riforme, vogliamo trasformare il presente”.

Luigi Ingegneri