Chi più di Elizabeth Warren può dirsi la perfetta incarnazione del sogno americano? Non certo Donald Trump, che i soldi li ha avuti da suo padre, il carattere da sua madre e tutto il resto dai soldi di suo padre e dal carattere di sua madre.

Lei, invece, viene da una famiglia operaia dell’Oregon reduce dai fallimenti della Grande Depressione. Nonostante questo è divenuta un luminare di Harvard e poi addirittura una senatrice per lo Stato del Massachusetts.

America liberal, la sua, che sa di racconti di Steinbeck e film di John Ford. Un po’ troppo liberal, persino libertaria a guardare cosa dice in tema di etica. Ma si sa che da questo punto di vista nemmeno Trump è un santerellino, e che i repubblicani a riguardo predicano benissimo ma razzolano proprio malino.

È l’America e non ci si può far niente. Chiunque vinca, il corrispettivo americano della 194 non cambierà. Speriamo vada meglio in tema di pena di morte.

A proposito: pare che in un confronto diretto tra i due, Trump e Warren, la vittoria del primo non sarebbe per nulla scontata, anzi. E se vincesse la seconda ci sarebbe da divertirsi, per tanti motivi.

Il primo e l’essenziale di questi motivi è la sua politica economica (sulle relazioni internazionali siamo in attesa di risposta, e ci affidiamo alla speranza. La speranza è che abbandoni il modus operandi tartufesco e neoconservatore di Hillary Clinton).

Elizabeth Warren è un’economista – di Harvard, per l’appunto – e sa il fatto suo, ha le idee chiare. Quindi c’è da crederle quando promette che, se eletta, farà quanto segue: 1) Promozione del ceto medio; 2) Guerra alle grandi compagnie informatiche che influenzano la politica e si comportano sul mercato come tori scatenati; 3) Una politica salariale meno favorevole ai Ceo e più ai quadri medi e mediobassi. Non è solo questione di riequilibrio e giustizia sociale, ma anche di stimolo del mercato e della domanda interna (per smorzare i facili entusiasmi ricordiamo che sia lei, sia Sanders sono per una politica protezionista di dazi e simili).

Da questo impianto consegue che: 1) il sistema bancario sarà diviso tra banche commerciali e banche d’investimenti, a tutela del risparmiatore; 2) Spezzettamento di Facebook e simili sul modello AT&T anni ’30; 3) Stop allo shale fracking e sviluppo delle energie alternative; 4) Ulteriore riforma del sistema sanitario in direzione del pubblico. Persino 5) una minipatrimoniale sui redditi sopra i 50.000 dollari, un prelievo maxi da destinare direttamente al sistema sanitario per quelli che guadagnano più di 250.000 dollari, un’altra patrimoniale del 3% per chi ha più di un miliardo e un prelievo del 7 percento extra sui profitti delle grandi aziende.

Il Big Business le ha già dato della socialista. Come ha fatto anche con Papa Francesco. A questo opponiamo un paio di considerazioni. Lasciando da parte Sua Santità, rileviamo che la Signora Warren non chiede e nemmeno si sogna di chiedere la proprietà pubblica dei mezzi di produzione. Inoltre, ci permettiamo un ricordo personale che riteniamo illuminante per capire come oltreoceano si sparino taluni epiteti con un eccesso di facilità.

Anni fa andammo al seguito di Giorgio Napolitano a New York, e venne accolto al Council on Foreign Relations, forse la più importante think-tank del mondo. E qui sentimmo uno di questi soloni accusare l’Italia – dopo un quarto di secolo di privatizzazioni e precarizzazione del lavoro a tappe forzate – di essere malgovernata per colpa di un sistema economico improntato ad un “socialismo al cappuccino”. Proprio così. Detto a uno con la storia politica di Napolitano, uno che quando andava alla London School of Economics usciva tra gli applausi e che aveva i suoi libri tradotti negli Usa quando alla Casa Bianca c’era ancora Ronald Reagan. Però anche Steinbeck era tacciato di socialismo, e allora non stupiamoci troppo.

Stupiamoci semmai di un’altra cosa, cioè del fatto che dopo quattro anni Trump non è riuscito a mantenere la sua promessa più roboante (l’abolizione sic et simpliciter dell’Obamacare) e che non ci sia riuscito non solo per l’opposizione dei democratici, ma anche di tanti repubblicani.

L’America, più nolente che volente, da allora somiglia un po’ più di prima alla cara, vecchia Europa: con le sue regole, il suo mercato un po’ meno sfrenato, con le sue tasse. Chissà, forse un giorno anche con i suoi controlli su quello che si mangia tutti i giorni.

Forse è per questo che i sondaggi (per quel che valgono) oggi danno la Signora Warren testa a testa con Donald Trump. Come se, 120 anni dopo l’arrivo attraverso il passato di un Americano del Connecticut alla Corte di Re Artù, un’europea – la perfetta incarnazione del sogno americano – si preparasse a sbarcare attraverso il futuro alla Corte di Giorgio Washington. E per noi, ammettiamolo, sarebbe una bella soddisfazione.

Nicola Graziani