Sul trambusto politico-mediatico, provocato dalle recenti dimissioni del Ministro all’Istruzione, Università e Ricerca scientifica, Fioravanti, va fatta una rapida considerazione: sembra che vari ministri si sentano “bravi” (e, purtroppo lo sono, anche nell’immaginario collettivo) se strappano, con veti incrociati, ad onta di ogni distribuzione equa dei fondi pubblici, risorse per il proprio ministero. Chiedere 1, 3, 2 o 4 miliardi di euro senza una strategia, se non quella dell’opulenza e quindi di una “efficienza sprecona”, è un uso maldestro del pubblico denaro. Salvo poi, una volta non ottenuti i mega fondi aggiuntivi, a stracciarsi le vesti o, come in questo caso, fare una opportuna ritirata strategica nel gruppo misto della Camera.

Con ciò non voglio dire, conoscendo bene l’Istituzione universitaria, volano essenziale per il futuro del Paese, che non siano necessari finanziamenti freschi ed adeguati.

Tuttavia, l’Università e il Sistema della Ricerca scientifica, non solo ha bisogno di investimenti nuovi, ma ha estremo bisogno di rendersi molto più efficiente, di superare tante situazioni e prassi datate e farraginose, che assorbono passivamente tante risorse, che, invece, vanno liberate e rese produttive.

Per rendere i finanziamenti efficaci vanno ridotti drasticamente i controlli ex ante, se non considerando inizialmente la fattività e validità dei progetti e/o azioni. Si deve, invece, aumentare l’attenzione ex post, valutare gli esiti, negativi e positivi, che siano, e basare i sistemi premiali sulla validità sui risultati. Non si può, solo, cercare che “le carte stiano bene”, si devono avere risultati buoni. Va dato fiducia e facilità di gestione ai soggetti preposti, salvo poi a fare, ma solo alla fine, adeguate e stringenti verifiche ex post.

Tutto ciò va impostato sia nella gestione delle risorse umane (reclutamenti), che nei progetti di formazione e di ricerca.

Questi sono veramente i punti cruciali, brevemente enunciati, di un cambiamento radicale del sistema e non ci si trinceri dietro la scarsità delle risorse finanziarie.

Questa è la sfida che il nuovo Ministro, il Rettore napoletano Manfredi, deve affrontare, come lo ha fatto nella sua grande università, riportando, con i modesti fondi erogati negli anni passati, l’Università federiciana ai primi posti del rating universitario e proiettandola verso altre significative sfide.

I fondi saranno sempre pochi, non possiamo confrontarci con Paesi, che possono spendere di più di noi, grazie ai loro più floridi bilanci e ad un sistema privato molto attento alla formazione delle risorse umane e alla ricerca, anche se i nostri laureati sono molto apprezzati all’estero, le nostre pubblicazioni scientifiche sono per quantità e qualità ai vertici mondiali in assoluto e, ancor più, se confrontati ai fondi elargiti.

Noi italiani sappiamo rendere molto, ma bisogna modernizzare strutturalmente il sistema, bisogna che i fondi arrivino più celermente e fluidamente, che non si impantanino e rimangano inespressi nei meandri di un sistema vecchio e, a volte, autoreferenziale. I pochi fondi devono essere elargiti effettivamente.

Al vertice del Ministero, in questi ultimi anni, si sono succeduti numerosi Rettori, in parte provenienti da realtà di nicchia, nessuno dal Sud, dove i problemi sono più acuti, da meridionale la nomina di Gaetano Manfredi mi fa ben sperare per l’Istituzione Universitaria e per il Sistema di Ricerca scientifica.

In fine mi permetto di svelare un segreto: per riuscire in questa impresa ci vuole amore e rispetto per l’Istituzione, ricordando ciò che diceva Plutarco: gli studenti non sono otri da riempire, ma fiaccole da accendere e per la ricerca, va detto che, senza di essa, non c’è futuro per nessuno.

Alfonso Barbarisi

Pubblicato su La Repubblica edizione di Napoli l’8 gennaio 2020