La questione dei rapporti con il Pd si ripropone periodicamente e altrettanto periodicamente dobbiamo sottolineare che non ci sentiamo rappresentati da alcuno dei partiti o dei movimenti presenti oggi in Parlamento o  sulla scena politica nazionale.

Dobbiamo insistere  con le precisazioni soprattutto a seguito d’interventi di amici d’estrazione cattolica che in quel partito militano o dei richiami di quanti richiedono l’instaurazione di particolari relazioni con il Pd sulla base del convincimento che si tratti dell’unica forza politica con la quale sia possibile avviare una qualche forma di collaborazione.

L’arrivo sulla scena di Matteo Salvini, ma lo stesso richiamo “interessato” ai cattolici era forte al tempi della supremazia di Silvio Berlusconi, ha rinfocolato queste richieste da parte di chi ritiene necessario organizzare un “fronte comune” contro  il sovranismo e le posizioni di destra estrema che il “salvinismo” rappresenta.

In realtà, molti dei ragionamenti che riguardano la politica italiana finiscono per essere orientati ed animati da visioni che esulano dai contenuti, perché prigionieri di una radicata mentalità bipolare, senza tenere conto di quanto siano modificate le dinamiche sociali ed esistenziali e, quindi, la realtà politica che esse concorrono  a determinare.

Indubbiamente, le leggi elettorali volutamente introdotte negli scorsi anni favoriscono la sopravvivenza di un modo di concepire l’iniziativa politica e la conseguente conservazione di uno status quo in cui solo la maggioranza di turno, e pure la minoranza, vi si ritrovano a danno di ogni reale evoluzione del quadro politico, dei comportamenti dei partiti, della guida delle istituzioni, della politica economica e del lavoro.

Vi è un interesse coincidente nel perpetuare un atteggiamento divisivo che tanto ha influito per creare nel Paese un clima di odio e d’incomprensione, privilegiando e forzando il determinarsi di una scelta  sulla base dello schieramento piuttosto che sui contenuti. In questo modo, trionfano gli apparati, interni ed esterni ai partiti, e i gruppi d’interessi capaci di passare di volta in volta a sostegno di una parte con la stessa disinvoltura con cui tornano poi ad avvicinarsi e a condizionare l’altra.

E’ solo attraverso l’uso dei sistemi elettorali che il ceto politico riesce a perpetuare i propri equilibri ed equilibrismi, indifferente, anzi forse quasi contento, del fatto che è letteralmente esploso il numero di chi si tiene lontano dai seggi elettorali. Ciò concorre a indebolire complessivamente il Paese, internamente ed internazionalmente.

Il Pd di  oggi non è in grado di proporre e sostenere alcuno di quei necessari processi di rigenerazione richiesti dal corpo sociale, dalla struttura produttiva, dal sistema culturale e formativo del Paese. Prigioniero com’è delle proprie divisioni interne, dal peso di una struttura di “potere” molto più forte del proprio peso elettorale e, alla fine, vittima del progressivo distacco maturato nel frattempo da quei ceti e da quella parte della società che pure dice di voler rappresentare.

Parlare del Pd significa parlare di una storia di “dimenticanze”: quella del mondo del lavoro, dei giovani, delle autonomie amministrative e del reticolo di entità fatte di volontariato, del Terzo settore, di quelle che si occupano del disagio e dei bisogni, altrimenti non affrontati e supportati.

Dimenticata anche la capacità di dare vita ad un’ampia area democratica ed inclusiva in cui parti consistenti di centro o di centro sinistra si ritrovino completamente a loro agio e, soprattutto, partecipino ad un processo di reale rinnovamento e trasformazione del Paese.

Perché è questo di cui ha bisogno l’Italia. Per crescere e per sconfiggere ipotesi riduttive, chiuse al resto d’Europa, indirizzate lungo una deriva che rischia di farci uscire dai processi di partecipazione attiva e vitale alle dinamiche del resto del mondo occidentale, come quelle indicate da Matteo Salvini.

Per quanto riguarda Politica Insieme è opportuno ricordare ancora una volta che, come ben precisato nel Manifesto da noi lanciato ( CLICCA QUI ), l’obiettivo è quello di dare vita a un “nuovo” soggetto politico d’ispirazione cristiana e popolare che raccolga credenti e non credenti per richiamare energie nuove alla trasformazione radicale del nostro Paese.

L’amico Giuseppe Ignesti ha commentato da par suo su Il Domani d’Italia,e noi  lo abbiamo ripreso ( CLICCA QUI ), l’intervento di Paolo Corsini, già sindaco di Brescia tra il 1992 e il 1994 e parlamentare del Pd, pubblicato recentemente su Brescia Oggi (CLICCA QUI ) .

Corsini invita noi, cioè i sottoscrittori del Manifesto, a valutare se meglio non sarebbe  “rafforzare una casa comune di quanti condividono i valori ‘neoumanistici’ che il ‘Manifesto’ pone a fondamento di una visione e di un progetto”. Questa “casa comune” sarebbe, ovviamente, il Pd.

Ignesti risponde giustamente: “Ora questa a me pare una visione in contrasto con la chiara esperienza politica del Pd vissuta in questi lunghi anni, caratterizzata dal prevalere nella vita interna di quel partito di logiche di appartenenza ai vecchi ambienti che lo compongono. Gli stessi esponenti di provenienza Pci come D’Alema, uno dei promotori del disegno unitario, oggi onestamente riconoscono che l’auspica fusione non è mai riuscita”.

E’ necessario, però, meglio precisare ancora una volta i nostri intenti, soprattutto attorno a due punti che, altrimenti, rischiano di restare non sufficientemente chiariti.

Scrive, infatti, Ignesti che Il Manifesto “mira cioè a favorire la confluenza di tutti gli italiani di buona volontà, animati da forte e libero senso civico e altrettanta libera e forte fede cristiana. Nessuno vi è escluso. Chiaro? Non confondiamo. L’impegno futuro, secondo il Manifesto, riguarderà la formazione della coscienza degli Italiani sia sul piano ecclesiale sia sul piano politico, lasciando poi ai singoli e alle eventuali comunità di declinare liberamente la scelta di come, dove e quando il loro impegno, secondo “quel che ditta dentro”.

E’ vero, il Manifesto si rivolge a tutti. A tutti gli uomini di buona volontà e nessuno è escluso. A credenti e a non credenti.

Siamo consapevoli che un processo realmente innovativo e di trasformazione non prende corpo senza l’avvio di quello che Aldo Moro avrebbe chiamato lo “scomporre per ricomporre” della realtà politica, senza procedere ad una rigenerazione delle istituzioni e ad un “rifacimento sociale” capaci di giungere e coinvolgere persino la coscienza degli italiani.

La nostra, così, è una scelta che riguarda soprattutto la dinamiche pubbliche. Siamo consapevoli, dunque, della necessità di tenere ben distinti il piano dell’impegno “per le cose” e “nelle cose” da quello che riguarda la dimensione ecclesiale e religiosa.

L’altra precisazione è relativa al fatto che, accettando noi il consolidato pluralismo interno anche al mondo cattolico italiano ed europeo, pensiamo ad un percorso destinato a sfociare nella creazione di un “nuovo soggetto” politico d’ispirazione cristiana e popolare, libero e autonomo. Non racchiuderà tutti i cattolici in quanto tali, bensì coloro che nella piena apertura nei confronti di credenti e non credenti intendano misurarsi sulla cosa pubblica sulla base del riferimento congiunto alla Costituzione e al Pensiero sociale della Chiesa.

Così ci troviamo anche a rispondere direttamente a Paolo Corsini.

Il processo che ci ha portato all’elaborazione del Manifesto è partito dal presupposto, già ricordato, che il Pd non sia in grado di rappresentarci, al pari degli altri partiti presenti sull’attuale scena politica.

Molte delle esperienze maturate nel corso degli ultimi due decenni ci hanno confermato che il Pd non ha creato affatto una “casa comune”. L’inconsistenza dell’ipotesi della “casa comune”, del resto, non ce la inventiamo noi che nel Pd non ci siamo e non ci siamo mai stati. Ce lo dicono continuamente anche i numerosi amici, cattolici e non cattolici, che nel Pd non si ritrovano più.

In realtà, al di là della legge Cirininnà, la smentita viene da tutte le scelte condotte a favore di diritti parziali che hanno finito per far trionfare un individualismo esasperato contribuendo a minare la visione comunitaria.  Così come l’aver seguito, in Italia e in Europa, politiche liberiste che hanno favorito le banche e non i piccoli azionisti e i correntisti, che hanno reso impossibile ottenere mutui, che hanno mortificato e indebolite la struttura fondamentale  della piccola e media impresa, hanno estromesso gli artigiani dai centri cittadini, hanno favorito la grande distribuzione, trasformata oramai pura speculazione finanziaria.

La lista delle “dimenticanze” del Pd è lunga. Non si spiegherebbe altrimenti l’erosione costante di voti cui ci fa assistere e, dunque, come ricorda giustamente Ignesti, il vago riferimento a definizioni come il “neoumanesimo” non risolve il problema.

Giancarlo Infante