Più ci si avvicina all’appuntamento con le elezioni del Presidente della Repubblica e più un quadro d’incertezza predomina. La decisione di Sergio Mattarella di non essere candidabile ha avuto l’effetto di rendere più complessa l’intera questione. Manca una Stella polare.

La sua ultima affermazione è servita ad esprimere il convincimento che le cose andranno bene perché in questo Paese vi sono molte persone capaci. Questo è vero e forse spiega perché non siamo ancora finiti completamente con le gambe all’aria. Si tratta di vedere, però, a quali personaggi il Presidente Mattarella si riferiva. Purtroppo, esclusa la sua di persona non sembra possibile individuare nell’agone politico chi assieme a una generica capacità, magari sviluppata dopo lunghi decenni d’impegno nel proprio settore specifico, abbia pure il dono di avere quelle doti di saggezza, terzietà, pazienza e tenacia indubbiamente richieste per chi sale al Quirinale.

Noi diciamo da un pezzo che il sistema politico istituzionale deve avviare una fase di trasformazione. In una Repubblica complicata com’è la nostra neppure è pensabile che il cambio del solo Capo dello Stato possa avere l’effetto demiurgico necessario. Chi pensa questo sa di raccontare una cosa non vera perché la nostra è Repubblica parlamentare e non presidenziale o semipresidenziale. Le reazioni alle recenti affermazioni in tal senso di Giancarlo Giorgetti ( CLICCA QUI ) lo stanno a dimostrare.

Sembra strano, ma persino la destra che negli anni passati ha sempre sognato di far assomigliare l’Italia, almeno, alla Francia gollista ha sparato e spara a pallettoni contro un’ipotesi del genere. Prima, Matteo Salvini che ha addirittura approfittato delle dichiarazioni di Giorgetti per metterlo in riga ( CLICCA QUI ). Poi, Giorgia Meloni che, pur rilanciando la sua visione presidenzialista, approfitta del caso per sostenere che, però, non va bene il presidenzialismo “di fatto” che s’introdurrebbe con l’elezione al Colle di Mario Draghi.

E qui sarebbe interessante capire come la posizione anti Draghi della leader di Fratelli d’Italia si sposi con quella filo Draghi sbandierata dal capo della Lega. Se poi a questa divaricazione si aggiunge quella relativa a chi dovrà, o dovrebbe, essere considerato il leader del Centrodestra, e quindi destinato ad avere l’incarico di formare un nuovo governo a seguito del successo elettorale di quella coalizione, viene davvero da chiedersi quale tasso di unione i due possano garantire. Salvini vuole già ora essere incoronato leader. Giorgia Meloni guarda ai sondaggi e pensa che la premiata debba essere lei nel caso fosse confermato che Fratelli d’Italia sarebbe  il partito più consistente.

Questa oggettiva divaricazione, che poi rafforza quella già avvenuta con la nascita dell’attuale Governo  costringe ad interrogarsi su come Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia finiranno a schierarsi realmente in occasione del voto per il Presidente della Repubblica. Un’incognita che al momento è del tutto imperscrutabile giacché regnerà il voto segreto.

L’incertezza, però, non regna solamente a destra, ma anche il quella piccola, ma rumorosa galassia formata da partiti, meglio sarebbe parlare da organizzazioni guidate da un personaggi che le ha assemblate, come nel caso di Matteo Renzi e di Carlo Calenda, le quali potendo contare solamente su un’utilità marginale residua fanno un po’ capire di stare con tutti e con nessuno in attesa di annusare dove soffierà il più forte vento sul campo di regata. E qui emergono delle importanti sbavature. Se solo si pensa a Renzi, altro sostenitore sfegatato di Mario Draghi: fa circolare la voce di essere pronto a votare per Silvio Berlusconi, ma una pattuglia dei suoi  minaccia di lasciarlo nel caso volesse far confluire i loro voti con quelli della destra.

Vi è poi un’altra grande area formata da quel variopinto insieme costituito dai componenti il gruppo misto della Camera e del Senato. Qui c’è proprio di tutto e il contrario di tutto. E’ chiaro che per sapere come questa massa apparentemente amorfa influirà bisognerebbe sentirseli uno per uno … Con la speranza che non si introduca la pratica di aprire da qualche parte del nostro Parlamento uno sportello analogo a quello che nel ‘600 entrò in funzione a Westminster per pagare i parlamentari britannici che si erano messi sul mercato.

Chi pensa che a sinistra sia possibile trovare idee già più chiare commette un’ingenuità. E’ vero che il processo di omogeneizzazione tra Pd e 5 Stelle procede, ma ancora non si sa quali effetti avrà sul voto più importante che il Parlamento esprimerà a gennaio. Siamo arrivati al punto che, dopo aver detto di non essere né di destra né di sinistra, i seguaci di Beppe Grillo si accingono a far parte del Partito socialista europeo. Ce li porta Giuseppe Conte. Egli, però, se non ricordiamo male, a un certo punto della sua esperienza da Capo del governo con il Pd non era poi tanto dispiaciuto di sentire circolare la voce che si sarebbe messo a capo di un partito in gran parte composto da cattolici. Venne scomodato a tal proposito persino INSIEME che immediatamente smentì e oggi se ne capisce il perché ( CLICCA QUI ). Smentiti anche gli ammiccamenti di Conte verso un cosiddetto, ma imprecisato “centro” ( CLICCA QUI ) che sembrava richiamare la sua attenzione al momento dell’arrivo alla guida dei 5 Stelle.

Se tutte queste cose non avessero conseguenze sulla nostra vita reale potremmo persino scherzarci su sempre comunque consapevoli che verso le elezioni del Capo dello Stato, dalle quali comunque dipenderà in buona parte la prosecuzione, o la fine della legislatura in corso, ci si dovrebbe andare sapendo bene che non siamo attorno ad un gioco da tavolo. Un tavolo su cui provano a sedersi … i soliti pochi dai quali siamo soliti ascoltare le lodi dei processi democratici.