«Chi cerca rimedi economici a problemi economici è sulla falsa strada. Il problema economico è l’aspetto e la conseguenza di un più ampio problema spirituale e morale». Luigi Einaudi

Stiamo andando incontro ad un’importante tappa della cultura politica del nostro paese. Le settimane sociali dei cattolici italiani sono un laboratorio di pensiero, idee, progetti e soprattutto buone pratiche che coinvolgono molte energie vive del paese, per arrivare a trovare delle linee condivise su cui lavorare alla rigenerazione delle società nella ricerca del bene comune. La 49ª sarà celebrata a Taranto ( CLICCA QUI ), città simbolo delle problematiche socio-ambientali contemporanee, ma anche di un approccio partecipativo alle questioni, che chiama a generare nuove visioni e conseguenti soluzioni nella complessità che contraddistingue il nostro tempo. Ripercorrendo l’instrumentum laboris ( CLICCA QUI ) da cui sono tratte le parti da me riportate in corsivo, vorrei far emergere i tratti decisivi di un percorso che caratterizza l’azione politica come compito di mediazione e sintesi delle relazioni sociali ed economiche già in essere, per fare un passo in avanti insieme, sbilanciati dal desiderio di giustizia e pace.

Vissuto eco-pan-demico

La prima tappa non può non essere caratterizzata da ciò che ha sconvolto le nostre vite e ha provocato una immersione nella realtà a tratti fredda e a tratti scottante. Abbiamo riscoperto la connessione tra le nostre case e la casa comune e percepito la resistenza dell’individualismo nell’affrontare qualcosa che solo insieme si può superare. «La tempesta smaschera la nostra vulnerabilità e lascia scoperte quelle false e superflue sicurezze con cui abbiamo costruito le nostre agende, i nostri progetti, le nostre abitudini e priorità. […] La tempesta pone allo scoperto tutti i propositi di “imballare” e dimenticare ciò che ha nutrito l’anima dei nostri popoli; tutti quei tentativi di anestetizzare con abitudini apparentemente “salvatrici”, incapaci di fare appello alle nostre radici e di evocare la memoria dei nostri anziani, privandoci così dell’immunità necessaria per far fronte all’avversità» (meditazione del 27 marzo 2020). Costretti ad interrogarci sulla salvezza strettamente legata a quella delle nostre sorelle e fratelli, La scorza della nostra indifferenza almeno per un momento è stata scossa facendo nascere la domanda sulla vita. Quest’ultima, lasciata in disparte, ha ritrovato il centro del nostro pensare politicamente invocando concrete azioni di cura. In queste circostanze affiorano le domande fondamentali della ragione e del cuore sul nostro destino e sul pianeta in cui abitiamo.

La visione della Laudato si’

È nell’enciclica Laudato si’ che si rintraccia quello sguardo attento e lucido sul mondo in cui viviamo che ci permette di costruire il domani a partire dai segni promettenti del presente. Provo a riassumerlo in tre punti:

  • L’ecologia integrale della Laudato si’ indica una direzione capace di illuminare i diversi aspetti della crisi antropologica contemporanea, componendo aspetti spesso presentati in maniera frammentaria o addirittura conflittuale. Il messaggio fondamentale della Laudato si’ è che «tutto è connesso», cioè «tutto è in relazione». Una relazione che noi non creiamo, ma che ci precede, in quanto costitutiva della realtà, da cui deriva la resistenza a ogni forma di divisione e la continua ricerca di un rapporto fraterno tra di noi e con l’ambiente. Vengono richiamate inoltre le radici etiche e spirituali dei problemi odierni, che ci invitano a cercare una conversione non solo ecologica, ma antropologica, perché altrimenti affronteremmo soltanto i sintomi. Qui si inserisce il tema del rifiuto del Bene per cui l’essere umano instaura una relazione errata con gli altri e il mondo che lo circonda, una relazione di dominio, un antropocentrismo deviato, per cui l’uomo si costituisce come dominatore assoluto.
  • La radice umana della crisi ecologica cioè il «paradigma tecnocratico dominante» (LS 101). Non si tratta di una negazione della scienza, ma di una critica al fatto che «l’immensa crescita tecnologica non è stata accompagnata da uno sviluppo dell’essere umano per quanto riguarda la responsabilità, i valori e la coscienza» (LS 105). L’essere umano sviluppa la tecnica, ma separandola dalla coscienza della relazionalità che la costituisce, finisce per rafforzare un individualismo arido. In una «cultura» non del dono, ma del dominio nei confronti degli altri e del creato. Occorre quindi ribadire l’impegno per un’etica ecologica che sappia tenere insieme libertà e legami ontologici. Così, prima di chiederci «cosa» vogliamo fare occorre riflettere su «chi» vogliamo essere e verso «dove» vogliamo andare. Ogni cambiamento d’epoca rinasce dai protagonisti della resistenza che rigenerano parole e, attraverso il loro sacrificio, ci aiutano a guardare lontano. L’uomo contemporaneo fa sempre più fatica a fare i conti con l’esperienza del limite e di conseguenza come ci fa notare la sapienza greca perde il senso della giustizia (dike è il logos del limite). Il problema è che la tecnoscienza, da sola, non è in grado di dare le risposte alle domande dell’uomo né ai problemi della nostra società. La scienza è sempre adoperata da una coscienza e può servire a costruire bombe atomiche (LS 104) come a conoscere le leggi della realtà per aprire nuovi orizzonti al sapere orientandolo al bene delle persone e della società. […] Il principio del bene, così come quello della giustizia e del vero, non sono manipolabili dall’uomo, ma costituiscono il fondamento della sua dignità: per questo occorre riconoscere un prima della tecnica che serva da raccordo tra economia ed ecologia e fiorisca da una nuova sintesi culturale.
  • Su questa strada, siamo invitati a una rivoluzione epistemica. […] Il livello di sviluppo delle nostre società è tale da richiedere il superamento della rigida separazione dei saperi che è sì all’origine del grande balzo fatto dall’umanità negli ultimi secoli ma anche della enorme produzione di entropia. L’effetto della disintegrazione del reale causa una conoscenza iper specialistica e parcellizzata. Per capire le correlazioni e le interdipendenze tra le diverse dimensioni dei problemi che abbiamo di fronte sono necessarie competenze e saperi integrati. Per far questo abbiamo bisogno di un pensiero capace di non chiudere i concetti, di ristabilire le articolazioni fra ciò che è disgiunto, di sforzarci di comprendere la multi-dimensionalità, di pensare con la singolarità, con la località, la temporalità, ma di non dimenticare mai l’insieme in relazione. L’approccio dell’ecologia integrale permette di capire che gli squilibri multidimensionali che caratterizzano il nostro sistema sociale ed economico richiedono un’analisi multidisciplinare che aiuti a cogliere le connessioni e a delineare e attuare un’azione politica integrata che ne tenga conto.

Nodi da sciogliere

Il tempo che viviamo pone la nostra responsabilità di fronte ad alcune sfide inderogabili, rispetto alle quali saremo giudicati dalle future generazioni se avremo lasciato loro spazio e risorse per esistere. Occorre perciò porre all’ordine del giorno la risoluzione di questioni decisive, che permetta di sciogliere quei nodi che ci tengono legati ad un mondo che sta degenerando. Riassumendo in sette punti:

  • Una vera transizione ecologica che arrivi a modificare alcuni presupposti di fondo del nostro modello di sviluppo. È necessario sostenere e orientare la formazione di un nuovo modello di sviluppo capace di ridefinire il rapporto tra economia e ecosistema, ambiente e lavoro, vita personale e organizzazione sociale. Lì dove emerge la natura plurale, dunque integrale, del vivere civile, investendo la sfera politica, economica e culturale. […] Per essere autentico, lo sviluppo deve essere integrale, il che vuol dire volto alla promozione di ogni uomo e di tutto l’uomo» (PP 15). […] Se per esempio si vuole tendere alla sostenibilità ambientale, le politiche che si possono attuare possono avere diversi risvolti sociali, e bisogna scegliere, per esempio, quelle che garantiscono un maggior numero di posti di lavoro e maggiori benefici per i più poveri. Al tempo stesso la scelta va fatta in base alla reale fattibilità delle proposte e al loro tempo di attuazione. […] L’emergenza COVID-19 – unitamente alle decisioni sul Recovery Fund prese dall’Unione europea – rappresenta un’occasione unica per accelerare in positivo il cambiamento del paradigma economico basato sulla convinzione che «ci si salva solo insieme». «Insieme» è la parola chiave per costruire il futuro: è il «noi» che supera l’io per comprenderlo senza abbatterlo, è il patto tra le generazioni che viene ricostruito, è il bene comune che torna ad essere realtà e non proclama, azione e non solo pensiero. Proprio perché non ci si salva da soli ed è in gioco la stessa democrazia, la questione dello sviluppo integrale della persona richiede una visione condivisa. Tale transizione ecologica è insieme sociale e economica, culturale e istituzionale, individuale e collettiva.
  • Un impegno costante e attivo per la pace e il disarmo nell’orizzonte di un approccio multilaterale alle controversie internazionali, della risoluzione nonviolenta dei conflitti e di un’economia civile di mercato: «È prevedibile che, di fronte all’esaurimento di alcune risorse, si vada creando uno scenario favorevole per nuove guerre, mascherate con nobili rivendicazioni. La guerra causa sempre gravi danni all’ambiente e alla ricchezza culturale dei popoli, e i rischi diventano enormi quando si pensa alle armi nucleari e a quelle biologiche» (LS 57). L’energia necessaria per produrre beni spesso è superiore all’energia necessaria a farli funzionare: in questo caso, la rottamazione del bene avviene con grande spreco di energia. Ad esempio, l’industria bellica consuma energia nella produzione delle armi, nella manutenzione e nella riparazione dei danni fatti dalle armi stesse. Dichiarare in anticipo il costo energetico vuol dire prevedere quante persone escluderà dal proprio orizzonte.
  • L’insostenibilità dei ritmi di lavoro, l’inconciliabilità della vita professionale ed economica con quella personale, affettiva e famigliare, i costi psicologici e spirituali di una competizione che si basa sull’unico principio della performance, vanno contrastati nella prospettiva della generatività sociale. […] In fondo, la conversione che ci è chiesta è quella di passare dalla centralità della produzione – dove l’essere umano pretende di dominare la realtà – a quella della generazione – dove ciò che facciamo non può mai essere slegato dal legame con ciò e con chi ci circonda, oltre che con le future generazioni.
  • La finanza va riportata al suo ruolo sociale attraverso una cornice regolativa europea che ne combatta le tendenze più speculative. In particolare, la normativa bancaria europea dovrebbe prendere maggiormente in considerazione e valorizzare il ruolo delle banche di comunità e cooperative, la cui proprietà è ancora nelle mani dei cittadini e non di fondi esteri: anche per tale ragione sono soggetti interessati alla «vita dei luoghi» dove l’ecologia integrale prende concretamente forma.
  • Il bene comune si traduce immediatamente nel tema dell’inclusione, della giustizia sociale, della lotta alla disuguaglianza come fondamenti per un’azione sociale e civile che promuove la persona e le sue libere espressioni nello spazio pubblico. […] Non è possibile affrontare la questione ecologica senza il senso di giustizia che guarda al problema cominciando dai più poveri. […] C’è una precisa relazione tra il degrado ambientale e i cambiamenti climatici e i flussi migratori. Negare tale relazione significa negare l’interdipendenza che lega insieme tutta la vita – umana e non – sul pianeta terra. «L’iniquità non colpisce solo gli individui, ma Paesi interi, e obbliga a pensare ad un’etica delle relazioni internazionali. C’è un vero “debito ecologico” soprattutto tra il Nord e il Sud, connesso a squilibri commerciali con conseguenze in ambito ecologico» (LS 51). […] E d’altra parte la politica migratoria non può non tenere conto dei costi umani determinati dai mutamenti nella ecosfera causati da un modello di sviluppo che non si preoccupa delle proprie conseguenze.
  • Gli sviluppi tecnologici vanno valutati e interpretati nella prospettiva dei più poveri. L’economia digitale, se vuole promuovere l’effettivo progresso umano, deve mettere la tecnologia al servizio dell’umanità, contrastando le spinte verso la concentrazione del potere economico e la strumentalizzazione del lavoro umano.
  • Il crescente sbilanciamento tra la dimensione privata e quella comune: Lo spazio di autonomia personale costituisce un elemento fondamentale della libertà umana. E tuttavia, ciò che è privato non può mai essere pensato come separato da ciò che lo circonda. Per questo, la Chiesa insegna che l’essere umano è solo amministratore di quei beni di cui è responsabile. […] L’ecosistema costituisce, invece, un grande «bene comune» di tutta l’umanità, che arriva a includere anche le generazioni future.

Sussidiarietà

Il perno attorno a cui ruota l’attuazione del cambio di paradigma è il principio di sussidiarietà, che grazie alla sua circolarità aperta risulta in grado di coinvolgere i vari attori istituzionali, economici, della società civile nell’affrontare insieme le questioni della comunità. Una vera transizione ecologica è possibile solo a condizione di contrastare, nella logica della sussidiarietà, tutte le forme di monopolizzazione del potere. Comprese quelle statuali. Ecco perché il piano istituzionale ha oggi una responsabilità particolarmente grande nel promuovere le condizioni più favorevoli affinché l’insieme delle forze sociali ed economiche sia coinvolto nel partecipare e nel contribuire a cambiare il modello di sviluppo. «Non basta che ognuno sia migliore per risolvere una situazione tanto complessa come quella che affronta il mondo attuale. […] Ai problemi sociali si risponde con reti comunitarie, non con la mera somma di beni individuali» (LS19).

Secondo questa prospettiva di metodo occorre:

  • passare da un approccio estrattivo (dove ci si domanda sempre e soltanto cosa può fare lo stato o il leader per noi) ad uno partecipativo e generativo dal basso (dove ci si domanda cosa possiamo fare noi per la nostra comunità), recuperando in modo concreto il principio della sussidiarietà.
  • Riconoscere i percorsi di vera e propria «resilienza trasformativa» presenti nel tessuto delle nostre società […] significa affermare la possibilità e la concretezza di una trasformazione che è alla portata di tutti.
  • Orientare lo sguardo alla speranza che chiede non solo di essere annunciata ma molto spesso di essere «organizzata» come diceva don Tonino Bello.
  • Promuovere ancora di più una nuova cultura politica che si misura su una comune agenda di problemi e di sfide che emergono oggi dalla crisi ma che chiedono di essere affrontati scommettendo di più sul ruolo fondamentale di una società civile inclusiva, plurale e resiliente.
  • Più che attraverso conferenze, è opportuno entrare nella logica comunicativa del nostro tempo, che è coinvolgente e fa sentire partecipi. È la logica del grafo che, attraverso la connessione dei nodi e degli archi, ricostruisce piuttosto attraverso l’esperienza delle singole realtà un processo d’insieme. Attraverso la condivisione della comunicazione è possibile far emergere volti, competenze e un metodo.

Il futuro non va atteso. Va preparato e questo è il momento più opportuno per farlo. La promozione di società guidate dalla prospettiva di un’ecologia integrale è un cammino che deve avere ben chiara la meta, ma al tempo stesso deve saper cogliere i segni che si stanno sviluppando nella giusta direzione e farli germogliare.

Tommaso D’angelo