Il concetto di “trasformazione” che Stefano Zamagni – fin dalla scorsa estate e, dunque, ben prima che venissimo colonizzati dal Coronavirus – ha proposto come fulcro del Manifesto di Politica Insieme, ha acquisito una valenza straordinaria, rivelandosi, in qualche modo profetico, cioè anticipando, in un tempo non sospetto, un’evoluzione che mai ci saremmo attesi e che, di fatto, ci convoca irrevocabilmente ad impegni di effettivo e radicale ripensamento di molti assetti che ritenevamo consolidati e sostanzialmente inamovibili, se non altro come tributo alla nostra pigrizia mentale.

Insomma, siamo costretti a cambiar gioco, come quando un calciatore che trova una fascia laterale ostruita, si inventa un traversone che taglia orizzontalmente il campo e sposta d’un tratto la partita dall’altra parte.

Ovviamente non si tratta di riscoprire quel “nuovismo” da straccioni di cui sono pieni i fossi della cosiddetta “seconda repubblica”, ma, se mai, di distinguere ciò che resiste al tempo nuovo in cui ci inoltriamo – e, dunque, attesta il radicamento non contingente di cui vive – e ciò che, al contrario, soffre l’usura della durata e va, quindi, colta l’occasione perché venga rimosso.

Il crinale su cui si gioca questa distinzione sta nello scommettere su una più viva consapevolezza, su un nuovo senso di responsabilità  – quindi su una più vigile coscienza di sé e, nel contempo, su un incremento di maturità civile – che può derivare da quella straordinaria esperienza collettiva che abbiamo vissuto affacciandoci, anche chi non ha contratto il virus, a quella sottile ed inesplorata linea di confine che corre tra la vita e la morte.

Si è trattato, invero, di uno straordinario ed irripetibile esperimento di psicologia sociale e di massa che andrà studiato a lungo ed a fondo, come Politica Insieme ha già iniziato a fare, per la sua parte, con una recente diretta sulla sua pagina Facebook.

Anzi, molto più di un esperimento che, in quanto tale, è diretto a riprodurre un processo naturale in provetta, il che significherebbe, nel nostro caso, selezionando un campione ristretto di popolazione, su cui condurre uno studio, comunque simulato e non diretto e vivo come nel nostro caso.

Qui, invece, abbiamo assistito ed assistiamo ancora ad un evento  naturale che si è espresso nella piena coralità di un fenomeno, mai osservato in precedenza, in questa forma, in queste dimensioni ed in un contesto civile secolare e globalizzato qual’è oggi il nostro.

Ci siamo sentiti esposti, spesso senza metterle lucidamente a tema, a quelle domande radicali che comunque toccano a fondo e, poiché ci hanno investiti tutti e nello stesso momento, non possono non lasciare una scia destinata a perdurare nella coscienza collettiva delle nostre comunità.

Vi saranno forze potenti che cercheranno di riportare tutto a “tarallucci e vino”, spiegando che, in fondo, non è successo nulla e, in definitiva, se ce la siamo sfangata anche questa volta, si può intonare la fanfara di sempre e procedere come se nulla fosse, a dispetto delle decine di migliaia di vittime del virus.

Ma non è così ed, anzi, dobbiamo preservare, coltivare, anche sul piano della politica, questo nuovo sentimento di partecipazione, diretta, attiva, sofferta, ineluttabilmente personale che, una volta tanto, mentre scorreva sugli schermi televisivi, ne prorompeva invadendo le nostre case e le nostre vite.

Anche la politica è destinata a cambiare e così gli attori che la animano: le istituzioni del nostro ordinamento democratico, le forze politiche, i soggetti attivi della società civile, le modalità e gli strumenti di partecipazione diretta e corresponsabile ad una vita politica che sia, a sua volta, generativa, capace di promuovere nuove, inaspettate risorse.

Devono interrogarsi le culture storicamente insediate in un Paese ricco ed articolato come il nostro; soprattutto laddove pensano di riflettersi in movimenti politici, fornendo ad essi una matrice, una chiave interpretativa degli eventi che ne orienti l’azione.

Devono interrogarsi i credenti ed i non credenti.

Non ognuno per conto suo in ciascuno dei due campi separati, bensì reciprocamente per capire, ad esempio, come si possa dare una risposta ricca di vita, a quella deriva di morte verso cui scivolavamo anche prima della pandemia.

A noi spetta il compito di abbattere muri e di gettare ponti, l’onere di camminare incontro a quelle periferie, anche culturali, verso cui ci sollecita Papa Francesco.

Come ci ricordava spesso Mino Martinazzoli : “La religione è universale, la politica è particolare” e dunque bisogna saper distinguere tra unita’ ecclesiale ed unita’ politica dei cattolici, necessaria e doverosa la prima, rimessa al libero confronto la seconda. Verrebbe da dire che c’è una strana congiunzione astrale tra la fase in cui, mai come oggi, si è fatto vivo  e concreto il processo di ricostruzione di una presenza autonoma di cattolici nella vita politica del Paese e questo straordinario passaggio epocale.

È come  se la storia, dopo una trentennale stagione di servitù e di traversata del deserto, ci avesse dato appuntamento qui ed ora.

Quel che è certo è quanto sia ora, a maggior ragione, evidente la necessità che un soggetto di ispirazione cristiana riporti, anche nella dimensione del tutto laica del confronto politico, quel sentimento della trascendenza che non attiene solo al discorso religioso ed, anzi, rappresenta la risorsa indispensabile a quel discernimento della storia e degli eventi in cui prende forma, che consenta un giudizio se non veritiero, almeno più attendibile circa l’orientamento che dobbiamo imprimere alla nostra azione.

Insomma anche a tutti noi, concordemente – con la consapevolezza dei nostri gravi limiti e, dunque, con tutta l’umiltà necessaria – è chiesto, ancora una volta, di vivere la fede e costruire la storia.

Domenico Galbiati