Alle ore 19,34 di domenica 23 novembre 1980 la terra tremò per 90 lunghissimi secondi, furono rasi al suolo interi paesi, molti dei quali rimasero isolati per alcuni giorni. Ricordiamo i dati che sono impressionanti: 3.000 persone (per l’esattezza 2.914) persero la vita e furono ricoverati 8.850 feriti, e distrutte circa 150.000 abitazioni ed oltre 280.000 persone rimasero senza un tetto.

L’epicentro fu in tre piccoli comuni dell’Irpinia: Teora, Castelnuovo di Conza e Conza della Campania, ma l’area interessata fu vastissima ed interessò due regioni la Campania e la Basilicata. La zona più colpita, con 99 paesi su 119, fu l’Irpinia, ma danni ingenti ed anche molti morti, oltre che nelle province di Avellino e Benevento, si ebbero anche nelle province di Napoli, Salerno e Potenza Il sisma arrecò danni ingenti e 52 morti anche a Napoli, dove la gente passò l’intera notte per strada. Le scosse furono avvertite in tutta l’Italia centro-meridionale con danni anche nelle province di Caserta e di Matera ed in alcuni paesi della provincia di Foggia. In totale si contarono danni in 670 comuni appartenenti ad 8 province.

Sono trascorsi esattamente 40 anni, ma il ricordo è ancora molto vivo specie negli anziani (che all’epoca erano giovani), come il sottoscritto che si trovava nella sua casa a Roma e ricorda perfettamente quei due minuti in cui il pavimento tremava ed lampadario oscillava e che sembravano non finire mai[1].  Le proporzioni della catastrofe non si percepirono nell’immediato, i telegiornali e i giornali-radio della sera parlarono solo di forti scosse avvertite dalla popolazione che si era riversata sulle strade in alcune località dell’Italia meridionale ed in particolare a Napoli, senza dare notizia di danni alle persone. Le prime notizie sui morti e sugli ingenti danni arrivarono solo a partire dalla tarda mattinata del 24 novembre. Col passare dei giorni ci rese conto dell’immane catastrofe che in Italia, nel secolo scorso, fu inferiore solo ai terremoti di Messina nel 1908 e di Avezzano nel 1915[2].

La ricorrenza costituisce certamente un’occasione per celebrare la memoria delle persone scomparse tragicamente e tra queste un particolare ricordo affettuoso va rivolto ai 66 bambini ed adolescenti che, insieme con altre 11 persone adulte, persero la vita per il crollo della facciata della Chiesa Madre di Balvano. Quando giunsero le tremende scosse, nella Chiesa, dedicata a Santa Maria Assunta, a seguito delle violenti scosse telluriche, stava terminando la Messa serale, più lunga del solito perché era stata impartita la Prima Comunione ad alcuni bambini. La maggior parte delle vittime morirono mentre si stavano precipitando verso l’uscita della Chiesa ma rimasero intrappolate tra le ante del portone che aveva apertura solo verso l’interno.

Ma non ci possiamo soffermare solo sul ricordo, dobbiamo tutti sentire il dovere di ricercare ed esaminare attentamente la documentazione che riguarda quei giorni per trarre tutti gli utili insegnamenti perché, in presenza di un sisma con caratteristiche simili od anche peggiori, si possa evitare il ripetersi di quelle situazioni che hanno reso ancor più grave l’evento non consentendo il tempestivo intervento dei soccorritori che avrebbe potuto salvare molte vite umane e limitare i danni materiali.

Molti ricorderanno che, purtroppo, i soccorsi furono tardivi, non solo perché l’informazione nelle prime 12 ore, ovvero fino alla mattinata del giorno dopo, fu molto scarsa e riguardò solo i comuni più grandi, a causa dell’interruzione nei centri minori delle linee elettriche e telefoniche, ma anche perché i soccorritori trovarono enormi difficoltà a raggiungere le diverse centinaia di località colpite, situate su un’area molto vasta 17.000 km2 e quasi tutte servite solo da una viabilità secondaria ed impervia.

“Il Mattino”, il quotidiano più diffuso nelle zone interessate, il 26 novembre (dopo che erano passati due giorni e tre notti dall’evento catastrofico) lanciò in prima pagina l’appello “FATE PRESTO” prendendo spunto dall’accorato appello che Sandro Pertini aveva fatto il giorno prima a tutte le autorità che aveva incontrato, durante la sua visita nelle zone terremotate. Il presidente aveva potuto rendersi conto di persona della gravità della situazione e della assoluta necessità di accelerare gli interventi di soccorso.

La domanda che, quindi, dovremo porci è la seguente: “Se si ripetesse oggi un sisma con caratteristiche analoghe, riusciremo a prestare soccorso in tempi rapidi in modo da ridurre drasticamente il numero delle vittime? Le reti stradali e ferroviarie sono in grado di garantire almeno una via di accesso per ciascun centro abitato colpito?

Per rispondere a questa domanda potrebbe essere utile, utilizzare su scala provinciale o comunale la definizione di “infrastruttura critica” indicata su scala nazionale dal D.lgs. 11 aprile 2011, n. 61 di recepimento della direttiva 2008/114/CE che ha stabilito “le procedure per l’individuazione e la designazione delle infrastrutture critiche nei settori dell’energia e dei trasporti”. Si riporta, pertanto, la definizione contenuta nell’art. 2 del citato D.Lgs.:  “Infrastruttura critica (IC) è l’infrastruttura che è essenziale per il mantenimento delle funzioni vitali della società, della salute, della sicurezza e del benessere economico e sociale della popolazione ed il cui danneggiamento o la cui distruzione avrebbe un impatto significativo in quello Stato, a causa dell’impossibilità di mantenere tali funzioni”. Non c’è dubbio che a livello nazionale molte strade e linee ferroviarie rientrano, a pieno titolo nella definizione fornita dalla direttiva di “infrastruttura critica” dato che non solo contribuiscono al mantenimento delle funzioni vitali della società, della salute, della sicurezza e del benessere economico, ma la loro funzione è da considerarsi “essenziale”, in quanto un loro “danneggiamento” o la loro “distruzione” a seguito di un evento catastrofico naturale, o di un attentato terroristico o di altra causa dolosa, avrebbe certamente un “effetto negativo” per lo Stato[3]. Su scala ridotta, sostituendo al termine “Stato”, a seconda dei casi, la parola “Regione” o “Provincia” o “Comune”, il numero delle strade e delle linee ferroviarie che potrebbero essere individuate come “infrastrutture critiche” aumenta in modo esponenziale.

Una volta individuate le infrastrutture critiche, poi bisogna verificarne la “resilienza”, ovvero la loro capacità a conservare le proprie caratteristiche anche in presenza di eventi catastrofici, come le alluvioni o i terremoti.  Non c’è dubbio, infatti, che le infrastrutture stradali, non solo quelle che fanno parte della rete primaria, ma anche quelle appartenenti alle reti regionali, qualora costituiscano l’unico valido collegamento con i centri abitati,  debbano essere dotate di una buona “resilienza”, perché da esse può dipendere la sopravvivenza degli abitanti delle località colpite da terremoti, alluvioni o disastri di altra natura.

L’importanza delle infrastrutture, in specie quelle del settore dei trasporti, nella prevenzioni delle catastrofi è stata anche ampiamente evidenziata nel corso della “Terza Conferenza mondiale dedicata alla prevenzione e riduzione degli effetti catastrofici naturali (WCDRR- World Conference on Disaster Risk Reduction)” che si è tenuta in Giappone, a Sendai  nel marzo del 2015. La Conferenza aveva come obiettivo quello di sensibilizzare l’opinione pubblica internazionale sull’esigenza di rafforzare la capacità delle popolazioni di “resistere alle emergenze e di prevenirle” come previsto nella risoluzione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite adottata nell’ottobre 2013 “Strategie internazionali di prevenzione delle catastrofi”. Nel corso della Conferenza fu unanime il riconoscimento del ruolo fondamentale che svolgono le infrastrutture, in specie, quelle di trasporto nella gestione dell’emergenza e l’invito rivolto ai Governi di tutto il mondo è stato quello di concorrere a creare “una società più resiliente”, ovvero di aumentare nelle strutture, nelle infrastrutture ed anche nelle persone la capacità di far fronte in modo “sempre meno negativo” o addirittura “sempre più positivo” agli eventi calamitosi.

In questo settore in Italia c’è ancora molto da fare ed opportuno fare tesoro delle esperienze pregresse. In materia di terremoti molto significative sono le esperienze che possono ricavarsi dai precedenti eventi catastrofici (terremoti o alluvioni) che nel passato hanno colpito quasi tutte le regioni italiane.  Rimanendo in tema di terremoti, le zone più a rischio di eventi tellurici di grande intensità sono l’Irpinia-Basilicata e la costa calabrese e siciliana dello Stretto di Messina. In tali zone dovrebbe essere maggiormente concentrata l’attenzione degli operatori che dovrebbero verificare, con gli scenari del passato, il comportamento attuale delle infrastrutture stradali, ferroviarie e, nel caso dello Stretto di Messina, anche di quelle portuali e marittime. Si è già riferito in merito alla inadeguatezza (o scarsissima resilienza) delle infrastrutture dell’Irpinia e della Basilicata in occasione del terremoto del 1980, può essere anche utile ricordare il terremoto che colpi nel 1908 le città di Messina e di Reggio Calabria in quanto costituisce la più grave sciagura naturale avvenuta in Italia per numero di vittime (oltre 100.000) e per intensità sismica ed anche in quella occasione le infrastrutture stradali e ferroviarie erano impraticabili perché erano state fortemente danneggiate dal sisma  ed i soccorsi furono effettuati quasi esclusivamente via mare.

Ritornando alla ricorrenza del quarantennale del terremoto dell’Irpinia, sappiamo che erano previsti molti convegni e molte conferenze; tra queste citiamo quelle che erano state programmate dall’Associazione del Genio Civile, dove si sarebbero potute ascoltare le esperienze dirette di molti soci che, da giovani funzionari del “Genio Civile” parteciparono alle operazioni di messa in sicurezza e di ricostruzione presso i Provveditorati alle OO.PP. della Campania e della Basilicata. Purtroppo la recrudescenza del COVID non ha consentito in questi ultimi mesi di rispettare i programmi e le conferenze  sono state tutte rimandate a quando si uscirà dalla fase emergenziale.

In attesa di riferire su tali eventi ci sia consentito rivolgere un forte “appello” a tutti gli addetti ai lavori. Le statistiche sono chiare: il ripetersi di un forte terremoto è molto probabile, ed è quindi estremamente necessario ed urgente recuperare, per gli interventi di manutenzione e di miglioramento della “resilienza”, il tempo che nel passato è stato speso per programmare, progettare e costruire “grandi opere”, molte delle quali non sono state neanche portate a compimento.

Prima che avvenga un sisma di forte magnitudo su area vasta, dobbiamo dedicare fin da subito tutto il tempo rimasto, (che purtroppo potrebbe essere molto breve) ad una “opera grande”, ovvero alla manutenzione e all’adeguamento non solo degli edifici, in particolare scuole, ospedali, ma anche e soprattutto delle vie di comunicazione.. Non è esagerato definire la “manutenzione delle strade” ed in particolare la manutenzione di ponti, viadotti, cavalcavia e gallerie, come un’opera grande che deve trovare spazio ed avere la precedenza rispetto alle “grandi opere” perché per troppi anni è stata completamente trascurata e privata dei finanziamenti necessari. Gli interventi di manutenzione ed adeguamento strutturale di un migliaio di ponti equivalgono al costo di due o tre “grandi opere”, ma il beneficio atteso è indubbiamente maggiore; essi consentono, infatti, di limitare i danni alle persone e alle cose, ma anche di salvaguardare il patrimonio stradale valutato in diverse centinaia di miliardi di Euro.

Pasquale Cialdini

 

[1] Tre giorni dopo, fui mandato dal Ministero dei lavori pubblici, dove già lavoravo da quattro anni, presso il Provveditorato alle OO.PP. di Potenza a dare una mano ai miei colleghi ed aiutarli nei sopralluoghi e nelle perizie per i lavori di somma urgenza da effettuare negli edifici che rientravano nella competenza statale (chiese, conventi, carceri, caserme, uffici della prefettura e della polizia di stato, ecc.) oltre a quelli che ci segnalavano i sindaci non dotati di un ufficio tecnico attrezzato. Rimasi quasi un anno ed è stato il periodo in cui ho fatto le esperienze più importanti non solo dal punto di vista professionale, ma soprattutto da quello umano.

[2] Nel terremoto di Messina, che procurò molte vittime anche in Calabria, i morti furono oltre 100.000. Ad Avezzano e comuni limitrofi i morti furono circa 30.000.

[3] Le notizie che sono state pubblicate in merito all’applicazione della direttiva in Italia ed in Europa sono piuttosto scarse, ciò non si deve addebitare ad un “disinteresse” da parte dell’Italia e degli altri Stati dell’UE su di un problema così importante,  perché è certamente dovuto anche al fatto che ai lavori, e a tutte le informazioni ad essi relative, è stato attribuito un carattere di estrema riservatezza. Ciò molto probabilmente è dovuto al fatto che è stata data priorità ed importanza agli eventi conseguenti ad atti di terrorismo piuttosto che a quelli derivanti da catastrofi naturali.