L’arte della Medicina occidentale, che pur si avvale di metodiche altamente tecnologiche, non offre ancora terapie
specifiche ed efficaci contro il COVI-19. Le raccomandazioni dei vari Governi e delle società scientifiche non sono del
tutto coincidenti. I vaccini, raccomandabili anche moralmente, non offrono tuttavia una protezione del 100%; la durata della loro efficacia e la loro capacità di prevenire le infezioni asintomatiche non sono ben conosciute. Su un punto vi è un consenso pressoché generale: occorre (ed occorrerà ancora a lungo) continuare ad indossare correttamente mascherine adeguate e a rispettare il distanziamento di almeno un metro (da aumentarsi in particolari circostanze).

Nonostante in Italia l’informazione ufficiale stia qualitativamente migliorando, una quota non indifferente della
popolazione fa disobbedienza (in)civile: i negazionisti e i movida-dipendenti hanno una grande responsabilità circa la diffusione recente delle varianti più contagiose del virus SARS-CoV-2. Nel contesto dell’individualismo propugnato dal pensiero unico prevalente che è indifferente al bene comune, molti si piegano (con ostentata malavoglia se non con rancore verso le autorità) a proteggere se stessi ma non riescono proprio a comprendere (o non si curano) che quelle misure a cui si assoggettano con diffidenza e scetticismo servono a proteggere anche gli altri. A cominciare dai parenti stretti per finire con tutte quelle persone che si incontrano per i più svariati motivi.

Sono state previste deroghe al distanziamento sociale (e all’uso di maschere protettive) per i congiunti conviventi
(deroghe che peraltro decadono nei casi di isolamento fiduciario o di malattia di un convivente che non necessiti di
ospedalizzazione). La ratio di simili dispense, secondo il mio sentire, deriva da un dato di realtà: è impossibile, per certi piccoli gruppi di persone, rispettare il distanziamento durante le attività della vita quotidiana familiare o lavorativa. Laddove invece (mi riferisco ad esempio alle code, alle sale di attesa, agli autobus, ai cinema, alle chiese) i posti da occupare sono specificamente segnalati così da assicurare la distanza di un metro, avvalersi delle deroghe concesse ai congiunti a me sembra una forzatura, affatto lodevole e discutibilmente legittima.

Di fatto, non pochi “derogabili” si posizionano/siedono vicini, abolendo fra loro il metro di distanza. Se questo può
sembrare a prima vista ammissibile, lo è casomai solo per un aspetto (la sicurezza delle due persone in causa). Infatti, frequentemente, con un “effetto domino”, il distanziamento delle altre persone ne risulta compromesso. Un metro non è un chilometro e ci vuole pochissimo ad eluderlo. A questo si aggiunge il fatto che i congiunti, ben presto, si stancano di stare appiccicati l’uno all’altro e si allontanano spensieratamente per maggiore comodità …

Pochi dei vicini sanno reagire o ricalcolare le distanze non sapendo più a quale contrassegno distanziatore affidarsi; la maggior parte subisce, esponendosi ad un rischio maggiore di contagio. Anche la capienza teorica dei luoghi viene, in questo modo, surrettiziamente superata. Infine, poiché lo stato di congiunto spesso non è deducibile (fedi o anelli sono rari, in particolare pressoché assenti negli uomini) non va trascurato il potenziale effetto “cattivo esempio”: proprio il contrario di quello che serve (quand’anche ci si trovasse in luoghi di alta spiritualità mariana).

Il temporaneo distacco di un metro non compromette, io credo, la solidità di un rapporto di coppia o di parentela né ne offusca l’immagine pubblica; esistono, a mio avviso, ben altri contesti e modi per difenderla ed affermarla. A me sembra un’ovvietà. Ma tant’è. Eppure, anche i bambini della prima elementare sanno bene che 2 non è uguale a 1.

Roberto Leonardi