Adolescenza, social e violenza rappresentata
L’ennesimo episodio inquietante avvenuto a scuola ha suscitato molte preoccupazioni nell’opinione pubblica non per quanto avvenuto, ma sulla natura e origine di un nuovo fenomeno delittuoso legato all’utilizzo dei social da parte dei minori. Il fatto è accaduto a Roma, in una scuola media di Centocelle. Uno studente di soli tredici anni è entrato a scuola con due coltelli e uno spray urticante che ha spruzzato sul volto della sua insegnante e l’ha colpita con i coltelli causandole varie lesioni. A fermarlo è stato un compagno di classe dell’autore del folle gesto.
Inoltre, prima dell’aggressione alla malcapitata docente, lo studente ha preparato anche un telefono per riprendere la scena e assicurarne la visibilità sui social ad altri ignoti interlocutori che lo avrebbero istigato a compiere il vile gesto. Quello che fa riflettere, tuttavia, è proprio quel video girato in quei gravi momenti a rendere questa storia diversa da una semplice esplosione di violenza scolastica, come se ne registrano in altri casi di cronaca e quello similare avvenuto a San Vito Lo Capo in Sicilia e a Trescore Balneario.
Come ha affermato S. Gaudio, psichiatra, sulle pagine de Il Domani del 20 settembre, adesso non basta più chiedersi perché un tredicenne possa arrivare ad aggredire un’insegnante. Occorre chiedersi anche il perché tutto è avvenuto nel momento in cui l’immagine di un gesto cruento del genere potesse riguardare anche qualcuno che lo guardava sui social, il che costituisce un motivo che preoccupa più della gravità del gesto emulatorio che riguarda un minore tredicenne non imputabile.
Per molto tempo si è ritenuto che i social fossero un luogo nel quale raccontare ciò che accade nella vita reale di ciascuno e familiarizzare con altri coetanei su interessi comuni del minore. Afferma il Prof. Gaudio che “oggi il confine è divenuto meno netto e più evoluto perché qualcosa può essere fatto solo per essere mostrata e condivisa con ignoti interlocutori di età diverse suscitandone un morboso interesse quando si tratta di violenza”.
Tuttavia, secondo lo studioso, questo non significa che i social producano automaticamente violenza, perché sarebbe una conclusione semplice quanto scientificamente infondata. Significa, piuttosto, che la visibilità del gesto, l’approvazione di altri coetanei e la ricerca di un riconoscimento possono attrarre l’attenzione per il modo in cui un comportamento violento viene immaginato e rappresentato a beneficio dei social.
Alcuni studiosi (come Sherman e colleghi) già nel 2016 hanno dimostrato sperimentalmente quanto possa contare la visione digitale degli altri durante l’adolescenza. Il giudizio degli altri può modificare il valore attribuito a ciò che si osserva e si fa.
Una recente revisione di 44 studi condotti in 19 paesi su oltre 90.000 adolescenti invita a evitare spiegazioni lineari. Il rapporto tra uso dei social e crescente aggressività appare mediato da variabili differenti: uso problematico, ricerca di attenzione, comportamenti digitali a rischio, ma anche caratteristiche individuali, familiari e ambientali.
Non esiste dunque una linea retta che dallo smartphone conduce alla violenza. Nell’adolescenza contemporanea anche la trasgressione può diventare oggetto di rappresentazione di comportamenti discutibili, violenti e asociali di cui farsi vanto sui social. Il gesto non deve soltanto accadere, ma essere pensato per essere visto dal maggior numero di persone.
In tale contesto, la scuola è divenuta un bersaglio ma non l’unico: basti pensare alla violenza contro le coetanee al di fuori della scuola, filmata o fotografata per essere mostrata sui social come una sorta di trofeo.
I primi contatti avvengono sulle piattaforme di gaming e vengono seguiti dalla condivisione di video violenti su Telegram. (Segue)
Mario Pavone