Due giorni fa il Presidente Conte ha voluto stupire gli italiani – e soprattutto le imprese – con l’annuncio dello stanziamento della cifra di 400 miliardi di euro dedicati al rilancio dell’economia italiana sotto forma di una “poderosa” iniezione di liquidità a favore, appunto, delle imprese. Subito dopo anche l’ex Ministro Toninelli ha voluto rafforzare, con un suo intervento su Facebook, questo messaggio governativo.

La cifra ha colpito per la sua enormità.

Pochi mesi fa la Legge di bilancio 2019 e la legge sul Reddito di cittadinanza (D.L. 4/2019 convertito in L. 26/2019), per il 2019, avevano stanziato meno di 7 mld e tutti sappiamo che ciò è potuto accadere solo grazie al prosciugamento delle casse dello Stato e soprattutto di ogni disponibilità di bilancio destinata al finanziamento di infrastrutture essenziali allo sviluppo del Paese. Come si fa a moltiplicare per un fattore 57 – e d’improvviso – questa somma?

La realtà è che si tratta di moltiplicazioni che possono verificarsi solo in un’era nella quale la politica si affida – miracolisticamente – alla comunicazione, fino al punto di perdere ogni senso delle proporzioni.

La realtà è ovviamente ben lontana da una “iniezione di liquidità” di queste dimensioni. Si tratta, come è facile apprendere da una lettura della stampa economica (quella che, evidentemente, il Presidente del Consiglio non ritiene alla portata della gente comune) di provvedimenti nei quali i soldi pubblici effettivamente erogati sono assai meno (quasi pari a zero, soprattutto all’inizio di un processo che non sarà né semplice né breve) prima di tutto poiché si tratta semplicemente di un “permesso” di indebitarsi che viene concesso a determinate categorie di imprese.

I canali sono tortuosi, in gran parte non ancora definiti neanche in bozze di testi normativi i quali, comunque, verranno modificati – nei loro dettagli – nel loro iter parlamentare. Ma i dettagli in questo caso sono tutto.

Se – e in che misura – questa disponibilità virtuale di 400 mld (di nuovi debiti) verrà effettivamente utilizzata dalle imprese o lasciata lì perché inutilizzabile dipende interamente dalle modalità che le norme richiederanno per potervi attingere e, ovviamente, dalle difficoltà (che si prevedono ardue) per gli istituti di credito – attraverso cui transiteranno tutti i flussi finanziari – di poter effettivamente godere (in caso di insolvenza) della garanzia statale. Ma si deve considerare che ogni minimo particolare della disciplina sulla garanzia statale esigerà, da parte della Ragioneria dello Stato, un’adeguata copertura: quanto più l’attivazione della garanzia sarà un’ipotesi realistica, tanto più severo sarà il vaglio della Ragioneria in merito alle effettive coperture.

In sostanza, date le difficoltà strutturali – e non congiunturali – del nostro sistema produttivo e la scarsissima propensione delle imprese ad aumentare la loro esposizione in un momento di fatturati ridottissimi (o addirittura annientati), e data la fragilità del nostro bilancio, si verrà a creare una sorta di trade off tra interesse delle imprese ad attingere al credito e capacità di copertura della garanzia statale. A mio parere, c’è più di una probabilità che buona parte di questi virtuali 400 miliardi rimanga inutilizzata e pertanto – rispetto all’economia reale – non ha molto senso una comunicazione così altisonante.

Venendo all’altro aspetto che interesse i destinatari delle comunicazioni del Governo, e cioè i tempi reali necessari ad attingere a queste fonti di credito, sarebbe stato forse più opportuna qualche cautela, in luogo del senso di efficienza e tempestività che si è voluto trasmettere agli italiani. Infatti, per mettere in moto una macchina del genere, occorre tenere presente che:

  • ci vorranno decreti attuativi sulle modalità di richiesta delle garanzie SACE e Medio credito centrale;
  • ci sono i tempi dell’istruttoria, poiché, come si è visto, sempre dalle banche occorrerà passare e queste ultime sono – in momenti del genere – estremamente restie a erogare prestiti a imprese (molto più propense, invece, a cercare per la propria liquidità rendimenti finanziari);
  • il merito di credito varrà comunque e moltissime fra le piccole e piccolissime imprese italiane mancano proprio di questo e ne saranno ancora più prive a seguito della crisi (si pensi a settori come il turismo, dopo un fermo di mesi);
  • ci dovrà essere anche il vaglio preventivo della Commissione europea, affinché il (necessario) passaggio attraverso SACE non si configuri quale aiuto di stato.

Eppure ieri si è voluto dare questo grande annuncio.

Ma non si tratta solo di toni: ad esempio, non si considerano – nelle misure annunciate – i crediti delle imprese verso la PA che moltissime imprese vantano (e che da mesi sono tornati a crescere) e a cui invece sarebbe utilissimo attingere in questo momento. Così come non si fa cenno al tema del lavoro in nero (356.000 sono stati individuati di recente dagli Ispettorati, ma sappiamo tutti che sono solo una minima parte di quelli reali). Né si prende in considerazione il fatto che oggi ci sia in Italia un’economia sommersa che vale 540 mld (l’equivalente del 35% del PIL!).

Ovviamente, non si vuole – con queste osservazioni – contestare l’opportunità di immette liquidità nell’economia reale. Ma i modi di farlo non sono tutti eguali.

Uno sguardo anche superficiale ad altri paesi, ad esempio alle norme emanate in questi giorni negli Stati Uniti con la stessa finalità – si veda il sito www.sba.gov – mostra già due macroscopiche differenze:

  • lì nel pacchetto esiste anche un programma, denominato Paycheck Protection Program, che prevede istituti come il “forgiveness” (cioè la remissione totale o parziale del debito e quindi il passaggio a contributo a fondo perduto) per le imprese che abbiano utilizzato il prestito per mantenere il numero di dipendenti o riassumere personale che, a causa della crisi, hanno dovuto licenziare o che addirittura hanno aumentato il numero di occupati;
  • le erogazioni avvengono entro una settimana dalla richiesta, direttamente sul conto corrente del beneficiario.

Evidentemente si tratta di realtà completamente diverse dalla nostra, nelle quali la catena decisionale è di ben altra efficienza.

Ma anche di paesi che mettono in questi provvedimenti “soldi veri”, perché possono permetterselo. E possono permetterselo anche perché hanno banche centrali che fanno da prestatori di ultima istanza.

Tutte condizioni che in Italia non esistono neanche lontanamente.

Questo non significa criticare il governo italiano, ma sommessamente suggerire:

  1. di prendere magari qualche giorno in più ma emanare provvedimenti meglio modellati sulle specificità della realtà produttiva italiana e più finalizzati ai risultati che concreti che alle “dimensioni” di erogazioni virtuali;
  2. di dare alla propria comunicazione istituzionale un taglio diverso: nella conferenza stampa di ieri abbiamo ancora una volta sentire il Presidente Conte parlare addirittura di “modello italiano”, che gli altri paesi si appresterebbero a studiare. Un pò come sulla gestione sanitaria (dove però continuiamo a detenere il record di decessi).

E’ forse da suggerire anche più rispetto delle enormi difficoltà che affronta chi fa impresa oggi in Italia, soprattutto piccola e micro-impresa e che dopo il corona dovrà affrontare situazioni ancora più drammatiche.

Enrico Seta