Dobbiamo ancora, in occasione del 16 marzo, per un anno di più, ricordare il massacro di Via Fani e l’inizio del calvario di Aldo Moro.

Su di lui molto si è scritto e molto si continuerà a scrivere sia per gli oscuri risvolti della sua ultima vicenda umana, sia per il ruolo che egli ebbe nella vita politica italiana per oltre un trentennio.

Una riflessione in più è sicuramente imposta dall’evoluzione storica del Paese. In particolare, nel pieno di una vicenda sanitaria internazionale, che però è tanto umana, economica e civile; stringente al punto da mettere in discussione i nostri punti di riferimento più consolidati.

E’ evidente che l’Italia di oggi non è più quella del 1978. Tante sono state le trasformazioni sul piano della gestione della cosa pubblica, così come quelle antropologiche intercorse nel frattempo, a seguito delle mutazioni demografiche, scientifiche, produttive e comportamentali.

Il riferimento ad Aldo Moro ha però una forte attualità in ogni caso. Lo statista democristiano, infatti, non va solamente considerato per i contenuti di un ragionare politico dal pregnante significato ai suoi giorni, ma che può essere considerato persino storicamente datato, viste le tante diversità tra la nostra epoca e quella di decenni orsono.

Il fatto è che in lui la sostanza del pensiero era parte intimamente collegata, in modo inscindibile, a un metodo basato sulla consapevolezza che esiste “la necessità di guardare, ogni tanto, più a fondo nelle cose; di guardare realisticamente quello che ci sta di fronte”.

Non è possibile in lui scomporre l’essenza del suo agire, vuoi nell’attività personale, vuoi in quella svolta all’interno della Democrazia cristiana o da Presidente del Consiglio o di ministro, da un’attitudine all’ascolto, alla comprensione, all’inclusione. Soprattutto, l’istinto, che in Moro appariva persino fatto naturale, a conciliare la ragione politica con la morale.

Vi è in questo una sostanza profonda visto il suo convincimento che “nell’uomo, nella coscienza dell’uomo, tutto è legato”.

Questa coerente unicità traeva linfa vitale certamente in un’intelligenza e in un’attitudine assolutamente fuori dell’ordinario, ed anche in una visione eticamente fondata secondo la quale non poteva essere concepita neppure la più lieve contraddizione tra disegno politico e comportamento pratico adottato nel perseguirlo e portarlo avanti.

Questa visione univoca ed unitaria, a livello di consapevolezza privata e collettiva, portava a rifuggire da ogni “soluzione drastica”, “ soluzione d’impeto”, per mettersi sempre alla ricerca di “rimedi misurati”. Aldo Moro coltivava e si prodigava per l’unità della Dc; al tempo stesso, guardava alla tenuta complessiva del quadro nazionale del Paese e, persino, di quello internazionale.

Egli non si sottraeva mai al confronto, con nessuno. E vi partecipava con pienezza di disponibilità perché non c’era la paura di muoversi su quello che una volta definì “un terreno nuovo e più esposto” se questo significava restare comunque fedeli ai propri ideali.

Emblematiche alcune frasi e alcuni passaggi del suo intervento all’Assemblea dei gruppi parlamentari Dc del 22 febbraio, allorquando proclamò la “fiducia nella verità” perché “ quando si dice la verità non bisogna dolersi di averla detta: la verità è sempre illuminante, ci aiuta ad essere coraggiosi”. Per poi aggiungere:“non sono utili le cose che si nascondono, le cose che si riducono a serpeggianti mormorazioni, mentre non sono mai cattive le cose che vengono dette con sincerità nelle sedi proprie, nell’ambito di un dibattito democratico responsabile”.

Affermazioni fatte dopo che tante “mormorazioni” avevano attraversato il suo partito e il Paese nel corso del difficile e controverso del passaggio che stava per dare via al Governo Andreotti detto della “non sfiducia”.

Il precedente celebre discorso parlamentare sulla vicenda Loockeed, ricordato spesso solamente per la sua famosa frase “Ci avete preannunciato il processo sulle piazze, vi diciamo che non ci faremo processare”, conferma questo punto di vista giacché con esso egli afferma la necessità di una conciliazione tra coscienza ed interesse  politico di parte e rifiuta, quindi, qualunque atteggiamento dilatorio nell’affrontare una questione tanto delicata da poterla considerare preannunciatrice di quella che sarebbe passata, poi, alla storia come “Mani pulite”.

Con la capacità di “distinguere”, Aldo Moro non è mai venuto meno alla sua visione laica della partecipazione politica da parte di chi è ispirato cristianamente.

Così, ebbe occasione di fare sue le valutazioni sturziane su quell’ “ibridismo politico religioso” divenuto lo sbocco dell’Opera dei Congressi e, soprattutto, dell’esperienza di Romolo Murri e della prima Democrazia Cristiana, e di ribadire la necessità di rifuggire da quelle che egli definì le “illusioni del neoguelfismo e del radicalismo”.

Per chi come noi è intenzionato a dare vita ad un “nuovo” soggetto politico d’ispirazione cristiana, dunque,  la visione morotea, così come quelle di don Sturzo e di De Gasperi, costituisce un punto di riferimento dall’inesauribile vigore e freschezza.

E’ inevitabile ricordare che secondo Aldo Moro, come fu per i primi popolari, il “concetto di autonomia” ha una chiara interpretazione ed una precisa collocazione sul piano della “ricerca di contenuti nuovi, capaci di provocare una improcrastinabile riforma dello Stato”. Egli ci ricorda che “il popolarismo non pose tra i suoi obiettivi il conseguimento dell’unità dei cattolici, utile e necessaria nella vita religiosa; d’altronde, il ricercare costantemente una soluzione democratica non poteva costituire un orientamento anche per coloro che erano fermi ad una visione conservatrice”.

E ancora ci dice:” L’autonomia dell’azione dei cattolici è segno e presupposto dell’autonomia dello Stato nel proprio ordine, autonomia che implica un valore proprio di esso e la permanente garanzia della vita democratica nel suo significato d’incessante ricerca, di confronto, di libertà”.

Aldo Moro uomo del realismo, della razionalità politica intese quali parti di una più complessa visione dell’essere umano e delle sue esigenze morali cui fare fronte.

Al tempo stesso, simbolo del dialogo e del confronto con la convinzione che debba essere sviluppata una presenza laica ispirata cristianamente in grado di guardare e rispettare la complicatézza della realtà e di coloro che concorrono a formarla, in un coacervo di generosità, ma anche di interessi particolari da tutelare.

Ciò richiede il tenere fermo il riferimento a dei valori superiori e a un senso di responsabilità più generale che dovrebbero definire il carattere di ogni impegno pubblico.

Giancarlo Infante