L’articolo di fondo di “Avvenire”, pubblicato ieri, a firma del Prof. Agostino Giovagnoli, può essere letto come una sorta di difesa d’ufficio – ben argomentata, ma, nel contempo, piuttosto imbarazzata – della sostanziale irrilevanza, che pur, in qualche modo, si vorrebbe negare, dei cattolici sul piano politico, così come si pongono oggi in Italia.

Rilevata, peraltro, anche da osservatori laici, i quali, quando non sono mossi da uno stupido ed ancestrale pregiudizio anticlericale, ammettono quanto sarebbe utile ed opportuna una presenza politica qualificata di cattolici nel discorso pubblico. Ed, anzi, sembrano auspicarla con più convinzione di quanto non facciano ambienti che pur cattolici sono. Una presenza, a nostro avviso, addirittura necessaria, nelle forme non certo del “partito cattolico”, ma nei termini di una forza che abbia il coraggio di declinare – laicamente e nel segno, congiuntamente, della Dottrina Sociale della Chiesa e della Costituzione – in un progetto espressamente politico-programmatico, principi, criteri e valori che sono propri di una visione cristiana della vita e della storia. Visione cristiana che è, di fatto, una risorsa vitale anche per la politica come tale ed in carenza della quale quest’ultima si rattrappisce in una postura tecnocratica, che può essere contraddetta e riportata alla vivace immediatezza della sua dimensione “popolare” solo dagli apporti di una cultura intensamente e convintamente personalista.

Il fatto che autorevoli cattolici ricoprano rilevanti incarichi istituzionali non consente di considerare, in qualche modo, appagata questa istanza, sempre che la si ritenga davvero significativa per la vita civile e politica dell’Italia.
Ancor meno il fatto – come sottolinea Giovagnoli – che vi sarebbero candidati cattolici in corsa anche per la prossima consultazione. L’ esperienza dimostra come, una volta eletti, sempre che succeda, vengano supinamente assorbiti, nell’ uno e nell’altro dei due fronti del bipolarismo maggioritario, in logiche politiche di tutt’altra ispirazione. Aggravando, se possibile, la percezione dell’ irrilevanza dei cattolici, più di quanto sarebbe se neppure
fossero in campo.

Ha ragione, insomma, il Cardinal Parolin quando afferma, in una recentissima intervista: “…Credo che una posizione più autonoma e più profetica i cattolici potrebbero averla”. L’ autonomia – e non più una militanza subalterna, a destra oppure a sinistra, intruppati in formazioni politiche o coalizioni di tutt’altra ascendenza culturale – è il punto dirimente della questione. Anche la riflessione che, pure noi, da anni siamo andati sviluppando con il compianto Mons. Simoni, è approdata a questo convincimento che rappresenta il caposaldo dell’esperienza politica cui INSIEME sta dando vita.

Del resto, il Prof. Giovagnoli elenca, nel suo articolo, con esemplare chiarezza, un complesso di temi che sono – o dovrebbero essere – il cuore della preoccupazione politica dei cattolici, gli argomenti sui quali prendere decisamente posizione nel confronto politico. Basta rileggerli – dalla guerra alle relazioni internazionali, dalla lotta alle
diseguaglianze ed alle povertà, ai migranti, dai temi di ordine antropologico, alla difesa integrale della vita, alla questione educativa – per rendersi conto che si tratta di un’ “agenda” epocale che ricomprende, integra e va ben oltre gli argomenti che affannosamente preoccupano gli attori della campagna elettorale in corso. Questioni che evocano una interpretazione non riduzionista della politica, esigono una lettura “umanistica” che allude a sensibilità e presupposti culturali che nulla hanno a che vedere con la faticosa ricerca di quella sorta di “algoritmo” sovrano, che si vorrebbe di per sé sufficiente a spianare la via ai magnifici e progressivi destini dell’umanità. Stiamo, infatti, assistendo – ma si tratta di una riflessione da sviluppare in altra occasione – alla rivendicazione di un pragmatismo che basterebbe a sé stesso, dunque avoriale, il quale, peraltro – negando sé stesso – finisce, comunque, per essere assunto in chiave ideologica.

Giovagnoli ha ragione laddove sostiene che il riferimento all’ esperienza della Democrazia Cristiana non ha più
mercato. Infatti, la DC è stata una straordinaria singolarità della storia, come tale irripetibile. Ma ciò non toglie che, per quanto siano cambiate sia la società, sia la Chiesa, non si debba dare continuità e nuovo sviluppo alla tradizione ed alla straordinaria cultura del cattolicesimo sociale e politico.

Quello che, invece, non si può fare è buttare la palla in corner e giustificare l’irrilevanza dei cattolici sul piano politico, accampando, come motivazione, il profondo stato di crisi in cui oggi versa la politica. A meno che si rifletta su quanto molti cattolici hanno generosamente concorso al disdoro della politica. E si spieghi, come e perché, se le cose stanno così, non debbano i cattolici, per primi, preoccuparsi di rendere alla politica – la più alta forma di carità – la nobiltà e l’onore che le competono.

Domenico Galbiati