L’ autonomia che rivendichiamo per una nuova stagione di impegno politico dei cattolici-democratici nulla ha a che vedere con un arroccamento pregiudiziale nella torre d’ avorio delle nostre ragioni.
Rappresenta, al contrario, la premessa necessaria ad una libera, possibile ed auspicata articolazione di rapporti politici che non siano preventivamente zavorrati da una soggezione obbligata a canoni e categorie interpretative degli eventi che attengano a culture che non ci appartengono.
Rapporti che non siano guidati dalla logica opportunista di intese “fusionali” tra soggetti alternativi, o addirittura antitetici, che finiscono per essere confusive e paralizzanti. Bensì ispirati a quel “principio di coalizione” che consente di guardare in faccia le differenze – anziché nasconderle sotto il tappeto – tra forze che pur sono alleate, cosicché diventino motivo di comune arricchimento, piuttosto che di interdizione reciproca e di conseguente cancellazione delle reciproche identità.
Le forze che danno vita ad una “coalizione” devono saper gestire un sottile equilibrio – se così si può dire – tra “collaborazione competitiva” e “competizione collaborativa”, apparentemente precario e fragile, ma tale da acquisire la robustezza di una vera alleanza se l’ intenzione comune è davvero ordinata al bene del Paese.
Esattamente quel che manca oggi in un panorama che è di campagna elettorale permanente in quanto non c’è nessuna forza-guida che sappia definire ed ordinare uno spazio in cui abbia senso competere.
Se si può azzardare un paragone con la fisica, manca il “bosone di Higgs”, cioé la particella che genera il campo di forze che consente a ciascuna delle altre di acquisire la sua specifica massa.
Infatti, i partiti o movimenti che siano oggi si agitano nervosi ed impazienti, si avvitano su se stessi e si attorcigliano tra loro come fanno i cavalli al Palio di Siena quando non riescono ad allinearsi dietro il canapo cosicché il mossiere non può dare il via e la competizione, quella vera, non quella chiacchierata, non parte.
Senonché una forza che sia autonoma, per definizione non può dar conto di se stessa semplicemente fornendo le coordinate della sua postazione nel “continuum” dell’arco parlamentare.
Cioé non può definirsi in funzione delle relazioni che intrattiene o rifiuta con gli altri attori della scena politica, come se camminasse acrobaticamente su una corda tesa tra le une e le altre, sfidando il vuoto sottostante. Deve colmare quest’ultimo, cioe’ darsi almeno alcuni robusti elementi strutturali di consistenza propria e di autofondazione.
Che, nel nostro caso, significa, anzitutto, cioè prima di ogni altra determinazione, assumere come stella polare il “bene comune” non tanto per dire, ma con piena consapevolezza di coerenza alla Dottrina Sociale della Chiesa.
Significa saper comporre la giungla degli interessi particolari nel quadro dell’interesse generale del Paese.
E per essere certi di camminare entro questo solco bisognerebbe disporre di una “unità di misura” che si ponga in una qualche analogia con il metodo scientifico che consente di accertare la consistenza di una certa entità, appunto, misurandola.
Per noi questo metro può essere rappresentato dai “beni di relazione”, assunti come una delle categorie interpretative della nuova politica meglio fondate e maggiormente pertinenti alla nostra cultura. “Misurare” le politiche che proponiamo ricorrendo ai “beni di relazione” significa adottare strategie che, si giustifichino, nei diversi campi d’azione, in tanto ed in quanto – dal lavoro all’abitare la città, dalla scuola alla salute, dall’ambiente alla cultura – concorrono all’arricchimento della persona come tale, investendo il nostro domani sull’ enorme patrimonio spirituale, morale, cognitivo e civile, in particolare delle piu’ giovani generazioni.
Vuol dire avere in mente la “societa’ del valore umano” di cui scriveva Aldo Moro fin dai suoi anni giovanili; in fondo la stessa, detta in linguaggio laico e civile, che Paolo VI evocava, sul piano spirituale e religioso, come “civiltà dell’ amore”.
Senonché molti si chiedono: e la “destra” e la “sinistra”? Come vi ponete nei loro confronti? Per non dire del “centro moderato”. Rispetto al quale – a maggior ragione essendo cosi’ affollato, almeno da aspiranti interpreti – non siamo ostili, ma semplicemente ci consideriamo “altro”. Vuol dire che ci riferiamo a categorie interpretative del ruolo che vorremmo ricoprire che non sono tributarie ne’ di una mediazione meramente aritmetica tra interessi divergenti, ne’ di una sorta di aggiustamento geometrico tra polarità contrapposte.
Peraltro, destra e sinistra continuano ad esistere – eccome! – per quanto sul piano di alcuni profili tecnici dell’azione politica sembrerebbero omologate.
Per chi si pone nel solco della storia e della cultura del movimento cattolico-democratico il rapporto non può che essere “alternativo” alla sinistra ed “antitetici” soprattutto ad una destra reazionaria piuttosto che liberale.
“Alternativi” significa essere portatori di valori e di proposte politico-programmatiche differenti, anche fino al punto d’essere reciprocamente incompatibili, ma in qualche ascrivibili ad un orizzonte dialetticamente praticabile in quanto orientato ad una concezione condivisibile di apertura evolutiva della storia, pur senza una cadere in una concezione ingenuamente ottocentesca e tardo-illuministica di progresso.
“Antitetici” vuol dire segnare una distanza da posizioni arroccate e chiuse, a tratti perfino reazionarie tali per cui francamente non c’è, in quella direzione, trippa per gatti.
Domenico Galbiati
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