La svolta che potrebbe parlare all’Europa

Andy Burnham arriva a Downing Street con un’ambizione che supera la dimensione elettorale. Non si limita a vincere: vuole cambiare la traiettoria della politica del Regno Unito. È un obiettivo che pochi leader hanno osato dichiarare così apertamente, e che lui colloca in relazione ad un arco storico preciso: “quattro decenni di neoliberismo”, una deviazione che avrebbe indebolito comunità, territori e servizi essenziali.

La sua promessa è di invertire quella rotta. Non con un ritorno nostalgico al passato, ma con un progetto che punta a ricostruire coesione sociale, potere territoriale e fiducia pubblica. È qui che Burnham si distingue: non propone una rivoluzione ideologica, ma una riforma profonda e pragmatica che potrebbe diventare un riferimento anche oltre la Manica. E a questo proposito è opportuno ricordare che Burnham, da cattolico, ha sempre detto che il suo riferimento va alla Dottrina sociale della Chiesa (CLICCA QUI). E vale la pena anche di sottolineare che, al momento dell’insediamento a Downing Street, egli sarà il primo Primo ministro di tutta la storia del Regno Unito dopo la separazione dalla Chiesa di Roma, operata da Enrico VIII, dichiaratamente d’estrazione cattolica.

Un Labour che cambia prima di cambiare il Paese

Burnham sa che la prima riforma deve avvenire dentro il Labour. La sua leadership nasce con un messaggio netto: fine delle fazioni, fine delle guerre interne che hanno paralizzato il partito per anni. Vuole un Labour “di una sola squadra”, capace di parlare al Paese senza essere intontito dalle sue stesse fratture.

Il riferimento al predecessore, Keir Starmer, è rispettoso ma non passivo: Burnham riconosce la vittoria storica ottenuta dal suo predecessore, ma chiede al partito se “sia stato abbastanza”. La risposta implicita è no. E la sua leadership nasce proprio da questa esigenza di andare oltre.

Decentramento: la vera rivoluzione

La proposta più radicale di Burnham è il decentramento del potere. Non un semplice trasferimento di competenze. E subito un gesto simbolico e operativo: spostare parte del Governo a Manchester – città di cui è stato Sindaco – per creare un “N°10 North” che rompa il monopolio del 10 di Downing Strret.

È un messaggio che parla a un Paese frammentato, dove la geografia politica è diventata tutta una linea di frattura. Burnham vuole essere un premier per tutte le nazioni e regioni: nord, sud, est, ovest, Scozia, Galles, Irlanda del Nord. La sua idea è semplice e potente: ricostruire il Regno Unito partendo dai territori.

Le grandi sfide: welfare, social care, casa, giovani, difesa

Burnham eredita problemi enormi, che nessun governo recente è riuscito a risolvere. E che assomigliano molto agli stessi che si devono affrontare sul vecchio Continente, a partire dall’Italia

La spesa per malattia e disabilità è esplosa. Vuole ridurla non con tagli, ma riportando le persone al lavoro. È una promessa difficile, ma coerente con la sua idea di Stato attivo e non punitivo. In sostanza, il sistema del Welfare è “rotto”: due milioni di anziani hanno bisogni non soddisfatti. Così, il nuovo Premier britannico vuole anticipare la riforma al 2026 e affrontare il nodo del finanziamento, anche rivedendo l’imposta di successione.

L’obiettivo di 1,5 milioni di nuove case è lontano. Burnham vuole il più grande programma di edilizia popolare dal dopoguerra. Serviranno risorse enormi, ma è una delle sue battaglie identitarie.

Un milione di giovani fuori da tutto. Vuole rilanciare formazione tecnica, apprendistati, percorsi garantiti. Critica il sistema scolastico troppo centrato sull’Università.

Per quanto riguarda la Difesa egli è sottoposto a gigantesche pressioni per aumentare la spesa fino al 3,5% del PIL e dovrà dovrà decidere se seguire la linea NATO o meno.

Una nuova cultura politica che parla anche all’Europa

Burnham vuole “detossificare” il discorso pubblico. Rifiuta l’idea di inseguire i Conservatori, i populisti o i Verdi. Vuole costruire consenso, non polarizzazione. È un approccio che ricorda la tradizione riformatrice di Neil Kinnock – colui che rilanciò il laburismo moderno del dopo Thatcher e che lui stesso cita come maestro – ma con una sensibilità più sociale e territoriale.

Il progetto di Burnham potrebbe diventare un riferimento per l’Europa riformatrice. In un continente dove: la sinistra è spesso divisa, il centro è percepito come tecnocratico, la destra cresce con narrazioni identitarie,

Burnham propone un modello diverso: un riformismo sociale, pragmatico, territoriale, non ideologico.

Un riformismo che: mette al centro i diritti sociali, ricostruisce comunità e servizi, riduce le disuguaglianze territoriali, punta a un Welfare sostenibile, restituisce potere ai cittadini e non solo alle istituzioni centrali.

È un progetto che potrebbe parlare a Italia, Francia, Spagna, Germania, ai partiti socialdemocratici in crisi, ai movimenti civici che cercano un nuovo equilibrio tra mercato e diritti, alle forze progressiste che vogliono uscire dalla polarizzazione.

Conclusione

Burnham vuole offrire un nuovo paradigma riformatore: meno ideologia, più diritti sociali; meno centralismo, più territorio; meno conflitto, più consenso.

Se riuscirà, la sua leadership potrebbe segnare l’inizio di una nuova stagione politica, non solo nel Regno Unito.

Giancarlo Infante

 

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