Ragiona bene, politicamente, Mauro Magatti quando affronta sul Corriere della Sera del 25 novembre la «questione cattolica» nell’epoca dei cambiamenti. Prendendo spunto dalla recente intervista del cardinal Ruini, egli distingue il campo degli “interessi” della Chiesa istituzione, che cercano protezione dal comandante di turno, da quello dei “valori” che attingono alla sapienza dei princìpi evangelici. Quest’ultima è la posizione di papa Francesco, non a caso avversata dagli ambienti conservatori (e spesso reazionari) di molti fedeli, in specie di età anziana, troppo facilmente arruolati nelle file del sovranismo, in salsa populista.

Nella pars construens del suo articolo Magatti tocca, tra l’altro, il tema della “comunità”, come uno di quelli che, potenzialmente, potrebbero passare da condizione difensiva e securitaria – abbarbicata ad identità locali e nazionali spesso sfiorate da istinti razzisti, e dunque distruttivi – ad una visione, anzi ad un’energia positiva. È questo un compito arduo al quale i cattolici sono chiamati oggi come ieri.

Per mettersi su questa strada – difficile ma necessaria se si vuole continuare ad essere “sale” della terra – può essere opportuno un ritorno alle origini del pensiero politico cattolico di marca democratico-sociale, ben consapevoli che il meglio della nostra cultura è proprio nel passato, a partire dall’Appello sturziano di un secolo fa, per proseguire con La Pira, Dossetti e Lazzati, nonché la ricchissima cultura giuridica con Mortati, Tosato, Amorth ed Elia (per limitarci ai “giganti”).

Non vado oltre, qui e adesso, la ripresa e l’aggiornamento di un’idea – quella denominabile “autonomia comunitaria” – che ha il pregio di essere uno dei pilastri fondanti la nostra Costituzione e, al tempo stesso, di avere in sé una spinta generativa, capace cioè di germinare diversi rami e molti frutti.

Prendo spunto dal Tomo terzo dell’Opera Omnia di Giorgio La Pira, appena pubblicato dalla Commissione Ministeriale per l’Edizione Nazionale delle Opere di Giorgio La Pira, mille pagine a cura di Ugo De Siervo, che viene in queste settimane presentato in diverse città d’Italia (a Milano, ad es., il prossimo 16 dicembre all’Università Cattolica).

La Pira, quando discute all’Assemblea Costituente sul fondamentalissimo art. 2 della Costituzione in itinere, si rifà al pensiero di San Tommaso (e prima di lui di Boezio e di Agostino) sulla assoluta centralità e prevalenza della persona umana, i cui diritti inviolabili vanno “riconosciuti” nelle cerchie progressivamente sempre più elevate nelle quali si sviluppa la personalità.

E dunque: la famiglia, il Comune, la comunità religiosa (la Chiesa), le comunità di lavoro e professionali, la Regione, lo Stato e la comunità internazionale.

La cosa è ben nota e prenderà una sua forma stabile nel rilevantissimo ordine del giorno presentato da Dossetti il 9 settembre 1946 – dunque proprio all’inizio dei lavori della Costituente – là dove si dà forma giuridica e quel “principio di sussidiarietà” che risalendo alle Encicliche papali costituisce tuttora uno dei tratti essenziali della dottrina sociale della Chiesa.

Quanto detto, tuttavia, va al di là del ripescaggio di un tesoro tanto antico quanto lontano, perché sommerso sotto terra per continuativa incuria di quanti si muovono sul terreno della politica politicante. Mi preme segnalare, cioè, un cambio di passo, semantico ma non solo, che suggerisco a quelli che meritoriamente, si accingono a formulare manifesti e programmi politici di ispirazione cristiana.

La mia idea è questa: abituiamoci a usare il più possibile il termine “Repubblica” e ad usare solo quando è indispensabile il termine “Stato”.

La Repubblica, infatti, non si riduce allo Stato, ma è concetto più ampio e comprensivo. Nei dodici articoli che costituiscono i “Principi fondamentali” della nostra Costituzione il termine Repubblica è usato nove volte, perché è ad essa che sono intestate tutte le definizioni e le azioni politiche principali. Mentre dello Stato si parla solo come soggetto deputato dalla Repubblica a tenere i rapporti con gli altri Stati (art. 11) con gli altri ordinamenti (negli art. 7 e 8 quando si dettano le norme delle relazioni tra lo Stato, la Chiesa cattolica e le altre confessioni religiose).

La Repubblica è l’insieme dei poteri e delle funzioni pubbliche di tutti quei soggetti, enti ed organismi ai quali la stessa Costituzione riconosce spazi di autonomia e di responsabilità.

Così è per la famiglia, “società naturale fondata sul matrimonio” (art. 29), le associazioni sindacali di lavoratori e datori di lavoro (art. 39), i partiti politici (art. 49), le imprese (art. 41 e 42), le Università e le scuole (art. 33 e 34).

Speciali ed importantissime sono le comunità locali territoriali: Comuni, Province, Città metropolitane e Regioni.

Esse sono state definite nel nuovo Titolo V, e in particolare nell’art. 118, come comunità politiche alle quali sono attribuite, prima ancora che allo Stato, tutte le funzioni amministrative, fatte salve solo quelle che necessitino di un esercizio unitario. E ciò sulla base dei principi di sussidiarietà, differenziazione ed adeguatezza.

Quindi non aveva ragione V. E. Orlando, capofila dell’antico pensiero liberale in Assemblea costituente ad affermare: “La Repubblica, che è lo Stato…” (così nella Discussione del 24 aprile 1947) ma avevano ragione La Pira, Dossetti, Mortati e Tosato a prendere le distanze da ciò che riguardava gli apparati centralisti, autoritari e burocratici distinguendoli da ciò che spettava, in via originaria, alle comunità naturali, tenute insieme dall’ordinamento repubblicano.

Del resto un grande spirito liberale dell’Ottocento, Alexis de Tocqueville, aveva scritto in modo enfatico ma nitido: «I troni (id est: gli Stati) li hanno costruiti gli uomini, ma il Comune viene direttamente dalle mani di Dio».

Enzo Balboni