Come scrive Jeremy Rifkin in “ Un green new deal globale”, quattro tra i principali settori produttivi ( tecnologie dell’informazione, energia e elettricità, mobilità e logistica, edilizia), stanno disinvestendo dai combustibili fossili optando per le nuove tecnologie “ verdi” . In altri termini, settori industriali fondamentali per lo sviluppo si affidano all’energia proveniente , ad esempio, da fonti rinnovabili ,  il cui costo di impiego è in continua diminuzione.

Le componenti tradizionalmente  più aggressive del mercato puntano ad  un sistema produttivo a zero emissioni di carbonio, in quanto valutato ,in più sedi , più redditizio rispetto al tradizionale utilizzo delle tecnologie al carbonio, e più idoneo a fornire opportunità occupazionali . Potrebbe essere l’inizio di una massiccia campagna di progressivo disinvestimento/reinvestimento.

Rifkin giudica che è imminente la trasformazione della  infrastruttura tradizionale, ormai desueta,, basata sui combustibili fossili, in una ad emissioni zero nel ragionevole arco temporale di un ventennio.

In un contesto ecosostenibile l’economia circolare assume un ruolo di fondamentale importanza :   le risorse vengono riutilizzate il più a lungo possibile,  attraverso processi di riconfigurazione dei materiali riutilizzabili.

L’economia circolare è un classico  modello di economia” verde” in cui l’impresa si dovrebbe caratterizzare per investimenti in Ricerca e Sviluppo( R&S ) e in attrezzature digitali, in un orizzonte temporale di medio- lungo periodo,( cosa non sempre perseguita dall’imprenditore attuale, poco propenso in genere ad assumere rischi di lungo periodo).

Questo processo di risanamento dell’ambiente trova poco consenso nel mercato attuale che non riconosce il margine relativo ai costi sostenuti per annullare l’impatto ambientale negativo. Si  tende, cioè, a non far ricadere sul prezzo finale dei prodotti i maggiori investimenti in tecnologie sostenibili. Di conseguenza,  si cerca di valutare l’opportunità di un intervento pubblico di sostegno agli investimenti in R&S e nella formazione in capitale umano, nonché in infrastrutture digitali.

Attualmente, i modelli di business  prevedono costi di transizione all’economia verde non sempre coperti dai prezzi di mercato. A questo proposito, è ormai prioritario  sviluppare un  network di collaborazione tra pubblico e privato allo scopo di ottenere investimenti a lungo termine in attività di impatto ambientale, a discapito di  condotte aziendali non più sostenibili.

Partendo dagli investimenti delle aziende “ a zero ossido di carbonio” si può ipotizzare una strategia di uscita dalla civiltà dei combustibili fossili. Con una dose significativa di risorse impiegate con responsabilità sociale, si può promuovere l’avvio di un auspicabile capitalismo sociale . Parliamo  di un modello economico in grado  di accelerare la transizione ad una economia a zero emissioni.

Come e dove trovare le risorse? Serve una finanza strutturata a medio-lungo termine. J. Rifkin, nel testo citato, riporta che Bill Gate e Warren Buffett hanno dichiarato che si potrebbe pensare ad un aumento delle aliquote fiscali per i “super ricchi” da destinare al finanziamento dell’economia verde. Tuttavia, questa fonte di entrate non basterebbe.

Il Piano nazionale di ripresa e resilienza ( Next Generation Italia) prevede un significativo finanziamento alla digitalizzazione, innovazione e competitività nel sistema produttivo, nonché all’economia circolare. Ha il limite di  avere una durata temporale limitata , a fronte di un fabbisogno di lungo periodo.

Si potrebbe anche ricorrere allo  strumento del credito d’imposta , quale mezzo di raccolta per un arco di tempo  di almeno venti anni.  C’è da  progettare, dunque, una “ manovra di sistema” per una solida e innovativa  formazione di un mercato del solare, dell’eolico e di aziende circolari . Spetta alle  imprese, ai lavoratori e alle comunità locali di costruire insieme un modello di capitalismo sociale per una società “green”.

Roberto Pertile