Cosa c’entra la Fed con la tensione parlamentare e all’interno dello stesso governo italiano sul Mes? Formalmente, nulla. Ma in un mondo finanziarizzato e per questo interconesso ai massimi livelli, tout se tient. E se i tweets di Donald Trump relativi a un possibile allargamento del conflitto commerciale anche a Brasile e Argentina (con coté notturno della Francia) hanno mandato in profondo rosso le Borse, il vero rischio per i mercati appare ancora sottotraccia.

Ma con una scadenza relativamente precisa, la quale potrebbe innescare un combinato congiunto di contemporaneità con l’acuirsi della disputa sul Meccanismo Europeo di Stabilità, atteso alla prossima verifica ufficiale l’11 dicembre prossimo con il voto del Parlamento sulle risoluzioni.

Ciò che può apparire contorto, in realtà è molto semplice. E parte da un presupposto, incarnato in questo grafico: da ottobre, quando la Fed ha dato vita – oltre alle quotidiane aste repo – anche al cosiddetto “non-Qe”, Wall Street ha vissuto solo settimane positive.


L’andamento della Borsa era in perfetto sincrono con l’aumento dello stato patrimoniale della Banca centrale Usa:
quando però, la scorsa settimana, le redemptions obbigatorie di titoli i detenzione hanno fatto sì che il bilancio diminuisse, ecco che casualmente anche gli indici hanno conosciuto il primo stop. Insomma, sarà certamente una coincidenza. Anche se cominciano ad essere troppe.

Ma la dipendenza totale del mercato dalle mosse della Federal Reserve si sostanzia in maniera più chiara e potenzialmente rischiosa proprio dai risultati che emergono dall’altro ramo di operatività, quello appunto delle aste repo e term cominciate lo scorso 17 settembre e destinate a rimanere in vigore fino alla fine del prossimo gennaio. Il 25 novembre, la Fed di New York ha dato vita alla sua prima asta term con maturazione nel 2020, ovvero liquidità a 42 giorni con data di scadenza il 6 gennaio prossimo: di fatto, un proxy sul grado di tensione preventiva dei soggetti finanziari in vista delle scadenze di fine trimestre/anno.

Bene, rispetto ai 25 miliardi messi a disposizione, la richiesta dei dealers è stata per 49 miliardi: il doppio di sovra-iscrizione. Il 2 dicembre, poi, seconda asta con scadenza nel 2020, sempre a 42 giorni e con maturazione il 13
gennaio: soliti 25 miliardi, richiesta per 42,55. Meno della prima ma sempre in sovra-iscrizione: il mercato ha sete di liquidità.

Cosa deve far paura, anche all’Italia ripiombata in piena tensione politica, oltretutto su una materia che ha stretta connessione finanziaria? Due cose.

Primo, come mostra questo grafico, nonostante la Fed garantisca supporto quotidiano e settimanale ai corsi attraverso la sua attività di fornitura monetaria, il mercato ha paura.

Lo dimostra l’andamento del tasso overnight sul cosiddetto General Collateral, il termometro della propensione all’operatività sull’interbancario: il 2 dicembre era salito all’1,68%, il massimo dal 31 ottobre, quando la Fed annunciò il taglio dei tassi e aveva lanciato il “non-Qe” da una settimana. Insomma, servono rassicurazioni maggiori.
Secondo, come mostra questo altro grafico le aste repo per la liquidità a un giorno, quelle giornaliere, sono ben lungi dall’aver registrato un calo della richiesta.


Oltretutto, con la Fed che ha portato la disponibilità quotidiana a 120 miliardi di dollari, il doppio di quella iniziale del 17 settembre. Nonostante questo, il mercato è ormai fisso nel range di richiesta fra i 60 e gli 80 miliardi di dollari. Ogni singolo giorno.

Ora, è chiaro che chi opera stia già prezzando un’ulteriore proroga alle aste di liquidità che vada oltre la fine di gennaio e veda ormai in quella mossa – nata come emergenziale e intesa per durare solo fino alla fine del terzo trimestre – un supporto fisso su cui contare di default per le proprie necessità di finanziamento operativo a breve, dayby-day. Un bancomat sempre aperto e ben fornito. Se però la tensione salisse troppo da qui al 31 dicembre, sommando timori e magari qualche crollo più rumoroso del previsto legato a un tweet della Casa Bianca?

Avremmo, potenzialmente, la replica della tensione di mercato dello scorso Natale, talmente esplicita da spingere proprio la Fed alle prime mosse cautelative. Ovvero, la sospensione delle redemptions di titoli in scadenza dal bilancio. Di fatto, drenaggi impliciti di liquidità per circa 36 miliardi al mese: sufficienti a scatenare un
inferno, quando ancora la narrativa era quella della ripresa globale ormai stabilizzata. E se qualcuno cominciasse a temere un Jerome Powell troppo attendista o cauto, in vista dell’ultimo meeting della Fed per quest’anno? Ed ecco la
sgradevole coincidenza: il Comitato monetario della Banca centrale Usa si terrà il 10 e 11 dicembre prossimo, ovvero la decisione di fine anno su tassi e politica espansiva arriverà nello stesso giorno del prossimo passaggio parlamentare sul Mef.

Non è un caso che, prima di imbarcarsi per il Regno Unito e dopo aver fatto schiantare le Borse con i suoi cinguettii, dopo settimane di tregua, Donald Trump si sia sentito in dovere di ricominciare lo stalking nei confronti della Federal Reserve, forse annusando l’aria. E altrettanto chiaro, parlando di inflazione a zero, è stato il messaggio recapitato via Financial Times dal presidente della Fed di Boston, Eric Rosengren, a detta del quale appare auspicabile che in vista della prossimarecessione e per tamponarne gli effetti, la Federal Reserve abbandoni il
riferimento del 2% come tasso-obiettivo per adottare il cosiddetto approccio di symmetric overinflation. “Questa scelta renderà chiaro a tutti che è accettabile, al fine di avere una media del 2%, andare anche oltre, evitando di avere unicamente letture che di volta in volta siano sempre inferiori al target”, ha dichiarato il banchiere.

Nuovo stimolo in vista, quindi, a partire magari da un altro taglio dei tassi? Approccio maggiormente espansivo, già a partire dalla prossima riunione e come auspicato con il consueto tatto tutto social da Donald Trump? Una cosa è certa: se dovesse partire una nuova ondata di tensione a breve, l’Italia rischia – al netto del nuovo Qe della Bce e
dei suoi acquisti, per ora ancora limitati nell’ammontare e molto concentrati sul ramo corporate (quello sì un aiuto diretto a Germania e Francia, visto che oltre ad aver acquistato bond di Daimler direttamente sul mercato primario, l’Eurotower ha facilitato anche la scalata di Lvmh a Tiffany, detenendo a bilancio quattro diversi bond della casa del lusso transalpina) – di ritrovarsi con uno spread nuovamente imbizzarrito sotto l’albero di Natale.

Tanto che Goldman Sachs, nella sua ultima nota, faceva notare con notevole tempismo sull’attualità che “le nostre stime suggeriscono in maniera molto chiara come la Bce abbia una flessibilità limitata nel possibile aumento degli acquisti mensili, almeno in base ai limiti attuali e statutari del Qe. Una qualcosa che mette in dubbio la credibilità della natura di open-endness del programma di acquisto”. Non a caso, Christine Lagarde ha estratto dal cilindro a tempo di record la lotta al surriscaldamento globale come tematica da incorporare nel programma di stimolo: insomma, cambio della capital key e più acquisti di bond. In nome di Greta e del pianeta da salvare, un fine talmente nobile da apparire a prova di Bundesbank.

E con un clima da tutti contro tutti che, quasi certamente, non favorirebbe la formazione di frotte di Paesi membri ben disposti nel venirci incontro e in soccorso. Soprattutto alla luce della querelle sul Mes, fatta esplodere a freddo e in dirittura d’arrivo rispetto ai tempi prefissati per la ratifica. Con Unicredit che ha appena annunciato altri 8.000 esuberi da qui al 2023 (di cui 5.500 in Italia, destinata alla chiusura di 450 filiali) e il governo pronto a intervenire,
giocoforza, in sostegno della Popolare di Bari attraverso un piano di salvataggio. Quasi un contrappasso della cruda realtà, rispetto alla narrativa che vorrebbe il Mes unicamente designato per tutelare e salvare gli istituti di credito tedeschi e francesi (questi ultimi terzi detentori di Btp dopo banche italiane e Bce, qualcosa come 285 miliardi di controvalore a bilancio), al netto di quelli italiani che irradiano salute. E senza scordare che l’11 e 12 dicembre, in sincrono con il Comitato monetario della Fed e il nuovo passaggio parlamentare sul Mes, si riunisce anche il board della Bce.

Bruttissimo segnale quello che invierebbe ai mercati il divenire argomento principale (e magari emergenziale) della conferenza stampa pre-natalizia di madame Lagarde, già alle prese con una mezza rivolta sui tassi di deposito
negativi. Davvero brutto. Calcolando che, infine, il 12 e 13 di questo mese si terrà anche il Consiglio europeo dedicato proprio alla riforma del Mes.

Insomma, il rischio di tornare ad essere la pietra dello scandalo europea (e, forse, anche il capro espiatorio di criticità non interamente nostre) è potenzialmente alto. A meno che la logica che sta prendendo piede dopo i fuochi d’artificio di Camera e Senato – potenzialmente ascrivibile e riconducibile a più di una delle parti in causa – non sia quella del “muoia Sansone con tutti i filistei”. Un timing davvero chirurgico, quello dell’ultima disputa politica italiana. Emersa proprio mentre Donald Trump, già colpita duramente l’industria tedesca come danno collaterale della disputa commerciale Usa-Cina, ora ha spostato il mirino sulla Francia, secondo pilastro dell’Unione.

Mauro Bottarelli

Pubblicato su Business Insider

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