Come l’Araba Fenice che risorge dalle proprie ceneri, ecco tornare nel dibattito pubblico il tema del partito cattolico. O meglio di “ispirazione cristiana”. Il merito, se tale lo riteniamo, va a un uomo di Chiesa che è conosciuto come uno dei più stretti collaboratori di papa Francesco: monsignor Nunzio Galantino. Il prelato, già segretario generale della Cei (Conferenza episcopale italiana), poi chiamato in Vaticano per guidare l’Apsa (Amministrazione del patrimonio della sede Apostolica) e di recente messo a capo della neonata ma potentissima Fondazione per la sanità cattolica, in occasione del recente Festival della Dottrina sociale svoltosi a Verona, a precisa domanda ha risposto che “un partito di ispirazione cristiana, guidato da laici capaci, non dispiacerebbe”. Ma a condizione che non cerchi la benedizione della Chiesa e sia ben consapevole che la dottrina sociale della Chiesa, per trovare spazio e credibilità, ha bisogno di una traduzione politica.

Dunque, un partito di ispirazione cristiana al quale andrebbe applicata la regola aurea: distinto e distante dalla Chiesa. Oggettivamente percepiamo una certa sintonia con la rivendicazione prodiana del “cattolicesimo adulto”, ma anche una implicita conferma della linea già espressa da Galatino alcuni anni fa con un’immagine plastica: “I cattolici vanno in piazza, ma solo per pregare”. Con quella frase tranchant, l’allora segretario della Cei colpì al cuore il Family Day convocato in Piazza San Giovanni nel 2015 per contrastare le unioni civili promosse da Matteo Renzi. Ma per onestà va rilevata la coerenza di Galantino che già nel 2007, in occasione del primo Family Day che stoppò la proposta dei Dico sponsorizzata da Rosy Bindi, era assolutamente contrario a quel tipo di mobilitazione del laicato cattolico, a quel tempo sostenuta sia dal Papa, sia dalla Cei.

Ma ora Galantino, pur respingendo ogni suggestione sturziana e ogni richiesta di sostegno della Chiesa, sembra rendersi conto che qualcosa manchi nel dibattito pubblico italiano. Di sicuro, la voce di uomini e donne ispirati cristianamente, organizzati dal basso nella forma partito, in grado di occupare uno spazio politico. Peraltro è interessante sottolineare come lo stesso presule ritenga che alcune forze già ci siano e si conoscano, ma marcino separate. Da qui la domanda: a chi pensa Galantino?

A voler essere realisti, stando alla quasi totale assenza di reazioni del variegato mondo cattolico, sembrerebbe che la proposta di Galantino sia caduta quasi nel vuoto. Di sicuro, l’unico a battere un colpo è stato il gruppo dirigente di “Insieme”, il partito che a luglio scorso ha celebrato il suo congresso e di cui è garante il professor Stefano Zamagni (presidente della Pontificia accademia delle Scienze sociali). A farsi interprete della posizione di Insieme è stato Giancarlo Infante, uno dei tre componenti della segreteria collegiale, dalle colonne del sito “Politica Insieme”( CLICCA QUI ). In un articolo dal titolo “Un partito di laici capaci”, Infante riconosce la necessità di superare la diaspora cattolica ed esprime la sintonia di fondo di Insieme con la posizione espressa da Galantino. E in particolare sul “marciare” insieme che “diventa credibile perché nuovo, innovatore e autenticamente trasformatore”. Nuovo perché “costretto a superare vecchie sigle” e pure “vecchie facce”. Tutte, par di capire, legate all’ormai trentennale stagione della diaspora cattolica.

Ma detto di Insieme, non abbiamo registrato altre reazioni alla sortita di monsignor Galantino. Non una parola, ad esempio da Demos, la formazione politica nata da una costola romana della Comunità di Sant’Egidio e che annovera significative presenze nelle compagini di Zingaretti (Regione Lazio) e Gualtieri (Comune di Roma). Per non parlare del ruolo del professor Andrea Riccardi, fondatore di Sant’Egidio, fra i garanti delle Agorà democratiche convocate dal segretario del Pd Enrico Letta.

Così come sono rimaste in silenzio le grandi associazioni come l’Azione cattolica, da sempre fucina di cattolici democratici, o sul versante opposto Comunione e Liberazione che pure ha contribuito a importanti presenze del cattolicesimo liberale nel campo moderato. Altrettanto silenti le organizzazioni cattoliche del mondo del lavoro come Acli ed Mcl che in passato non hanno mai trascurato una forma di presenza politica.

La verità è che la diaspora politica dei cattolici è un fatto. Mentre la presenza politica dei cattolici (addirittura nella forma di un partito) resta solo una vaga speranza. Forse più viva all’interno dei Palazzi apostolici (sia pure senza alcuna benedizione) che nel corpaccione del cattolicesimo italiano. A questo punto della nostra storia, cioè nel contesto di una società fortemente secolarizzata e adeguatasi a vivere “senza Dio”, forse la domanda più giusta è un’altra: davvero il sistema Italia ha bisogno di un partito di ispirazione cristiana? La domanda non solo è legittima. È ineludibile.

Domenico Delle Foglie

 

Pubblicato su www.formiche.net