La repressione contro i cattolici in Cina non va sottovalutata. Si inscrive in un percorso che sembrava aver trovato una svolta positiva grazie ai recenti accordi tra Santa Sede e Pechino. Invece, sono riprese le repressioni, le violenze fisiche e psicologiche, addirittura gli arresti di vescovi e sacerdoti. Siamo di fronte ad una mossa tattica, ad un diversivo che il leader cinese deve concedere a sacche del partito che tuttora contrastano ogni concessione al fenomeno religioso ? Oppure torniamo indietro di decenni e ricompare il clima fosco e brutale che tipicamente associamo all’era staliniana del comunismo “sovietico”?

Un brutto risveglio o, se non altro, un preoccupato allarme per molti estimatori del “miracolo cinese” che, purché capitalismo sia – non importa se “di Stato” ed illiberale – va tutto bene, dato che lo si può, ad ogni modo, inscrivere dentro la cornice delle sovrane  e inappellabili leggi del mercato e del commercio internazionale. Meglio attenerci all’ ipotesi peggiore e comportarci di conseguenza.

Come si deve fare davanti ad un paziente problematico, per il quale è  necessario, anzitutto, procedere ad una diagnosi differenziale che esclusa il male peggiore, dopo di che se mai, ma solo dopo,  si può avanzare più’ serenamente sul piano dell’osservazione clinica. Ma a chi fanno paura dieci milioni o poco più di cattolici in un Paese di oltre un miliardo e quattrocento milioni di persone che compete per la leadership  planetaria  Eppure soggiace ad abiti mentali e pregiudizi ideologici al di fuori dei quali sentirebbe minacciata la sua stabilità.

L’apertura ai mercati, la competizione sul piano scientifico e tecnologico con il mondo libero, la tessitura di importanti relazioni internazionali, l’evocazione orgogliosa della propria storia, a cominciare dalla “via della seta”, non sono che epifenomeni destinati a camuffare la tetraggine del comunismo di sempre che, sconfitto della storia, qui sopravvive mummificato, eppure rivestito di panni che ne mascherano la sostanziale sclerosi ? Da dove nasce questa paura?

Dal retaggio storico del maoismo oppure dal riflesso, antico quanto la plurimillenaria civiltà cinese, che tuttora si ispira – come ben  descrive Henry Kissinger nel volume che, ormai diversi anni fa, ha dedicato alla Cina – alla superiore unicità dell’”impero celeste”, destinato quale “Regno di Mezzo”, ad imporre agli altri popoli una gerarchia ed un predominio prima culturale che non territoriale? O meglio al “combinato disposto” di questi due elementi che si intrecciano ?

Ma, in effetti, la spiegazione è più semplice: a cultura cristiana, l’antropologia, la concezione cristiana della vita, dell’uomo e della storia hanno in sé un potere di verità che i dirigenti cinesi, nel solco della loro raffinatissima cultura, avvertono come fattore decisivo di libertà e, dunque, di aspirazione ad un ordinamento democratico che non possono e non vogliono concedere.

Insomma, se per Marx la religione era “l’oppio dei popoli”, Xi Jinping ha forse compreso che, al contrario, rappresenta quel “respiro di libertà” che il “sistema “ cui presiede non sarebbe in grado di sopportare, pena la sua dissoluzione .