Anche una forza politica dovrebbe porsi le domande irrinunciabili: chi sono? da dove vengo? dove vado? L’ analogia è un po’ forzata, ma, in definitiva, anche un partito è un organismo che vive; un soggetto, sia pure collettivo; si potrebbe dire una persona plurale, non a caso intessuta di mille relazioni.
Domande, dunque, pertinenti anche per chi, amici o associazioni, ha condiviso il Manifesto che, con l’Assemblea di sabato prossimo, per quanto riservata ai sottoscrittori, per la prima volta si presenta all’opinione pubblica ed alla stampa che, per la verità, ha già iniziato ad occuparsene con un significativo crescendo d’attenzione.
Il momento è delicato.
Per molti aspetti la prima impressione è quella che conta; lascia un’impronta che resta nel tempo e, se fosse impropria, non sarebbe facile correggerla in itinere. In un certo senso, vale anche qui, se mi si passa il paragone, il “principio di indeterminazione” della fisica delle particelle.
Lo sguardo dell’osservatore non è mai neutrale, asettico, estrinseco al fenomeno in esame. Anzi, entra a farne parte e concorre a delinearne la fisionomia; nel nostro caso, se non in funzione del nucleo valoriale e tematico di fondo che “identifica” il Manifesto, almeno in rapporto alle modalità del suo apparire. Infatti, nella misura in cui privilegia certi profili e ne sottace altri, il commentatore, o l’opinionista che sia, diffonde di ciò che osserva una sua interpretazione, non necessariamente rispettosa della geometria originaria dell’oggetto in questione.
Per di più il rapporto è biunivoco, cioè la percezione che abbiamo del tipo di considerazione di cui siamo fatti oggetto, crea un ” feed-back” che concorre grandemente a delineare e modificare la stessa nostra auto-consapevolezza.
Insomma, soprattutto nella società della comunicazione e dell’immagine, il rapporto tra ciò che si è e come si appare o si è percepiti, tra la propria identità e la lettura che ne danno gli osservatori, va custodito con grande attenzione per evitare che ti cuciano addosso un abito che non è il tuo e che, alla fin fine, ti rende irriconoscibile perfino a te stesso.
Occorre, dunque, grande chiarezza.
Sapendo che – nel caso di un movimento che si incammina, con le tappe necessarie ed i relativi tempi, a proporsi come partito – anzitutto due sono i pilastri di riferimento: il programma, i contenuti dell’azione politica, gli obiettivi ed, appunto, la “politica” come tale.
In altri termini, il più bel programma, socialmente avanzato finchè si vuole, resta lettera morta se non si decide con chi, con quali altri interlocutori, accettando o meno quali mediazioni, con quali alleati e con quali “modalita'” di alleanza lo si sviluppa; e con quali strumenti politici ed istituzionali, dentro il palazzo; con quali rapporti, fuori dal palazzo, con le forze vive della società civile; con quali competenze e con che tempi.
Insomma, “sociale” e “politico” ineluttabilmente si tengono ed il primo evapora se latita il secondo. “Vexata quaestio” in casa democristiana, soprattutto nel confronto tra le sinistre interne che, in qualche misura almeno, si ripropone perchè, in fondo, è essenzialmente vera.
Per quanto mi riguarda, nell’ intenso percorso che come “Politica Insieme” abbiamo sviluppato, in modo particolare, dal 4 marzo dello scorso anno in avanti, l’ho capita così. Anzitutto, nessuna suggestione diretta a dar vita ad un presunto “partito cattolico”, per quanto spesso evocato fors’ anche, non a caso, da chi non ci vede con simpatia e magari volentieri ci spingerebbe su un binario morto.
Piuttosto una forza politica organizzata di forte e chiara ispirazione cristiana che, come tale, nell’attuale contesto – nella continuità ideale del cattolicesimo democratico e popolare che vogliamo gelosamente custodire e promuovere – segna, invece e necessariamente, una chiara discontinuità concettuale con le precedenti forme storiche contingenti, proprie del loro rispettivo tempo, rappresentate dalla DC di De Gasperi e dallo stesso Partito Popolare di Sturzo.
Formazioni che necessariamente, per quanto fondate su un ineccepibile concetto di laicità, nella temperie dei loro rispettivi momenti, non potevano che rivolgersi, anzitutto, ai cattolici, osservando, quindi, un certo profilo di autoreferenzialità.
Oggi, al contrario, se possibile, una forza politica che si rifaccia ad una visione cristiana dell’uomo, della vita e della storia, deve coltivare un’ambizione anche più impegnativa e sottile.
Dobbiamo, cioe’, essere in grado di tradurre e declinare i valori, i principi, i criteri di riferimento che abbiamo ricevuto, come dono, in uno con la fede, in un linguaggio che, mettendone in evidenza l’intrinseca ricchezza umana e civile, li renda importanti ed accessibili anche a chi il dono della fede non l’ha ricevuto. E diventino, in tal modo, la possibile piattaforma di un comune impegno, anche sul piano prettamente politico.
Dunque,  i nostri primi interlocutori devono, probabilmente, essere gli “altri”. Anche noi dobbiamo “uscire” ed incontrare, mantenendo ferma la nostra coerenza, le nostre periferie.
Mi sembra, insomma, che stia qui il nodo fondativo ed essenziale da mantenere fermo e da cui derivare, irraggiare, secondo un ordine coordinato e di coerenza interna, gli altri profili che ci identificano ed attraverso i quali ci proponiamo.
La consapevolezza che – come ha più volte suggerito Stefano Zamagni – a noi tocchi, più che riformare, “trasformare”; cioè mettere a punto nuove categorie interpretative, inventare il linguaggio nuovo di una politica nuova, anziché intristirci ed intortarci attorno alle parole del “centro” e della “moderazione”.
Affermare la nostra “autonomia” che non significa arroccamento autoreferenziale, ma attitudine a vivere lo spirito della “coalizione”; offrire la nostra competenza; lanciare una nuova, giovane classe dirigente.
La coscienza di essere una minoranza, ma “attiva” che, come tale, non aspira ai fasti di un’operazione di potere, ma piu’ umilmente assume, in un discorso pubblico slabbrato, a tratti violento, volutamente ingannevole, un “compito di verita”.
La determinazione a spingere avanti una stagione dei “diritti sociali”, dopo la pluridecennale saga dei cosiddetti “diritti civili”.
Il nostro essere “antitetici” alla destra, duramente contrapposti alle suggestioni xenofobe, sovraniste, illiberali con cui si vorrebbe mutare il carattere morale degli italiani ed avvelenarne l’animo. Nel contempo, apertamente, con franchezza “alternativi” ad una sinistra radicaleggiante ed inerte; culturalmente e politicamente diversi e distanti, capaci di svelare le sue contraddizioni.
Infine, una forza che nel concerto e nel fragore quotidiano di una stagione oggettivamente difficile, sappia cogliere i punti dirimenti, le questioni di lunga tendenza su cui non è consentito, fin da subito, prendere abbagli che pagheremmo a caro prezzo: la difesa e la promozione nei tempi nuovi della democrazia rappresentativa e della libertà; il superamento delle intollerabili disparità sociali; la creazione di un’Europa che sappia recuperare la sua vocazione originaria e sia se stessa assumendo un compito di equilibrio e di pace; la capacità di governare quel processo di formazione di società multietniche, multiculturali, multireligiose di cui le migrazioni altro non sono che l’ incipit.
Domenico Galbiati
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