Ogni società ha riti di inserimento dei giovani nella società degli adulti; nel passato erano riti  nei quali il giovane doveva dimostrare, particolarmente, forza e coraggio.

L’esempio più classico in antropologia culturale è quello  che era in uso presso il popolo Masai, abitante nelle savane del Kenya: al giovane veniva data una lancia, mandato nella savana: doveva tornare con i leone che aveva ucciso…o non tornare; oggi certo non è più così e, al massimo, il giovane Masai va nella savana a riprendere in video i leoni rimasti, con lo smartphone.

Anche noi in Italia avevamo il rito di inserimento nella società che, per i giovani che avevano frequentato le Scuole Superiori, consisteva in un esame di maturità fondato su diverse prove scritte (io, che detti l’esame chiamato di abilitazione magistrale fra le varie sostenni anche quella di disegno) e poi orali sulla varie discipline ( fra le varie sostenni anche quella di educazione fisica – era una prova motoria – e quella di canto).

Era un rito impegnativo, difficile, che lasciava sul campo molti rimandati a Settembre e molti bocciati.

Le commissioni esaminatrici erano composte da docenti, tutti provenienti da altre scuole ed un solo docente, chiamato “membro interno” rappresentava i docenti della scuola.

Il rito aveva una sua “liturgia” sull’invio in buste chiuse dal Ministero alle Scuole ed era veniva molto costoso perché a tutte le commissioni veniva pagata la “trasferta”.

Poi, negli anni del benessere facile e delle asticelle abbassate, così come il giovane Masai   va (figuratamente) nella savana con lo smartphone,  i giovani italiani  vanno ad esami di maturità ove le prove  sono di meno, sia scritte che orali, e le commissioni sono al 99% di docenti della scuola, che, in teoria, hanno seguito gli alunni nel quinquennio.

Insomma così come è facile andare nella savana con lo smartphone è facile  sostenere gli esami di maturità: prova oggettiva è che la percentuale dei promossi si avvicina la 100%.

Certo il   phatos del rito per gli studenti sussiste, anche perché l’esame di maturità, pur oggi molto facile, è enfatizzato, ancora, dai docenti e, poi, dai mezzi di comunicazione sia stampata che video. Tutti abbiamo in mente le interviste ai ragazzi e ragazze prima di entrare all’esame e, poi, all’uscita …

Nel 2020 la oggettiva situazione derivante dal Covid19 ha ancor più reso un rito burocratico puramente formale l’esame di maturità.

Personalmente, da uomo che ha dedicato 50 anni di vita alla Scuola – da maestro a direttore didattico, a ispettore, a capo di gabinetto delle D.G. Lazio, a consigliere per le relazioni internazionali, a dirigente tecnico al Gabinetto del MIUR e “sherpa” di ministri  – mi chiedo se oggi abbia senso e significato l’esame di maturità, perlomeno così come è diventato: una prova facile, al limite dell’inutile.

Tanto più il discorso vale per il 2021, con la Scuola  ridotta ai minimi termini dal Covid19.

Da Dicembre gira in rete una “petizione” di giovani maturandi che giudico maturi e con i quali mi compiaccio, che chiedono  di annullare l’esame di maturità.

Riporto qui in testo della loro petizione, che, girando nei social ha già ottenuto oltre 75.000 sottoscrizioni, cui aggiungo la mia.

Ecco il testo della petizione:

Un giudizio negativo agli Esami, determinato da un’ora di colloquio, sulla linea dell’a.s. precedente, rischierebbe di rovinare un percorso di 5 anni frutto di risultati attesi e sacrifici.

Gli studenti che si diplomeranno quest’anno sono gli stessi studenti che hanno fatto non uno ma quasi due anni di didattica distanza. Ci sono scuole che l’anno scorso riuscivano ad offrire solo 2 ore di lezione in Dad!

Molti professori, proprio in vista degli Esami di Stato, hanno tralasciato parte del programma del 4° anno rinunciando ad approfondire quei nodi concettuali che ci hanno comunque permesso di proseguire i nostri studi.

Annullare gli Esami non significherà favorire l’ignoranza, bensì evitare una “corsa contro il tempo”. Togliere questa pressione a docenti e discenti e consentirebbe a tutti di svolgere l’ultimo anno in piena tranquillità dedicandosi ad uno studio più fattivo e culturalmente valido e non unicamente finalizzato a superare un esame-farsa.
Annullare gli Esami farebbe risparmiare i soldi per ricompensare i Presidenti ed, eventualmente, i commissari esterni, denaro pubblico che in questo momento andrebbe riconvertito sulla Sanità.

Tanti ragazzi hanno mille problemi in questo momento (c’è chi ha perso genitori e/o nonni, chi ha genitori e fratelli malati…). Anche con il rientro a scuola nulla sarebbe normale per questi”.

Come ho accennato l’esame di maturità come  svolto negli ultimi anni è, a mio avviso, fondamentalmente inutile: un corpo docenti che ha seguito uno studente per cinque anni ha bisogno del rito finale per dare un giudizio, giudizio poi permeato di permissivismo per cui abbiamo “todos caballeros” ed una pioggia di 100/100 e lode (pur con forti differenze regionali)?

Credo proprio di no!

Tuttavia va posta la questione se  i giovani, al termine del cursus scolastico debbano dar prova, seria, di maturità.

Penso di si.

Come?  Ad esempio, dimostrando in maniera oggettivamente documentata, accanto alla preparazione scolastica,  della quale hanno contezza i docenti, di aver svolto positivamente “servizio sociale”, “interazione scuola lavoro”, studi personali”, insomma di aver camminato un po’ nella savana, guardandosi intorno e facendo qualcosa e, per questo, venendo valutati non solo dai docenti ma da rappresentanti  della società civile, sommando così il rendimento scolastico con  “prove di cittadinanza attiva”.

Sono ben consapevole che queste ultime righe necessitano di un grande approfondimento, di grande organizzazione interattiva Scuola-Società, son però convinto, che sia la strada da percorrere.

Roberto Leoni