Lo scenario sociale, culturale, politico ed economico in cui versa il nostro Paese appare intriso di sfiducia, incertezza, disorientamento, sofferenza.

Questi stati d’animo sono generati dall’estenuante difficoltà del tempo presente: la persistente crisi economico-finanziaria che si riverbera drammaticamente sul lavoro, gli otto milioni di cittadini che vivono sotto la soglia della povertà, la crescita degli sfratti senza che esista di fatto una politica della casa, l’inaccessibilità dei crediti da parte degli imprenditori e delle famiglie. Se volgiamo lo sguardo al di là dei nostri confini, ci appare la nascita dei califfati nel Medio Oriente e in Nigeria –  nemmeno immaginabile soltanto qualche mese fa – col loro messaggio di morte verso qualsivoglia cultura e consuetudine difformi da una lettura tragicamente fondamentalistica del Corano; la persistente condizione di radicale ingiustizia che, nel sud del pianeta, condanna alla miseria, fino alla morte per fame, milioni di persone; l’incessante approdo sulle nostre coste dei “ barconi della speranza e della morte” causato dalla condizione di selvaggia instabilità dei paesi che si affacciano sul Mediterraneo; la tensione che in questi giorni si rigenera nelle province ucraine confinanti con la repubblica Russa.

Di fronte a tutto ciò chi di noi non sente l’urgente necessità di uno scatto di umanità che tenti di mettere fine a queste dolorose realtà?

Papa Francesco non ha avuto tentennamenti nell’individuare la ragione che ha portato il pianeta all’attuale situazione economico-sociale: “La crisi finanziaria che attraversiamo ci fa dimenticare che alla sua origine vi è una profonda crisi antropologica: la negoziazione del primato dell’essere umano!” (Evangelii Gaudium, 55). In tal modo il Papa indica la via: rimettere l’uomo al centro.

Riportare l’uomo al centro, per quanto ci riguarda, significa radicare la politica dentro la dimensione sociale, quella più capace di interpretare il legamento profondo che riconnette le diversità dentro l’orizzonte di un comune destino; vuol dire ritrovare la ragione morale della politica perché è in questo radicamento che giustifica il suo potere, rende feconde le sue competizioni, significativa  la sua lotta. Questa interpretazione del valore umano della politica è tutta iscritta nel codice del popolarismo e nasce da quell’intuizione che tentò la sua sorte in un tempo storico ormai remoto: il profilo di una risposta che non si è consumata perché riguarda il destino della libertà e della democrazia.

Il talento del popolarismo andrebbe trafficato ora, come quello che può ridare fiducia e voglia di futuro ad un contesto sociale che tende a smarrire un’idea di sé, declinando piuttosto verso un aggregato di solitudini, come tale corrivo alla tentazione antipolitica e, perciò stesso, inerme di fronte all’inganno della politica.

Il popolarismo è la  medicina che può guarire la noncuranza e il rancore verso la politica e che si sono clamorosamente manifestati nelle recenti elezioni regionali parziali con percentuali di votanti largamente la di sotto del 50%.

Si tratta di risanare una frattura storica imprevedibilmente grave. L’epilogo della Democrazia Cristiana si accompagnò all’annuncio che finalmente era archiviata la stagione “dell’unità politica dei cattolici italiani”. L’interpretazione quasi dogmatica dell’unità ha condotto, per simmetria, alla affermazione dogmatica della disunità.

Questa circostanza ha paradossalmente finito per portare acqua all’opinione che aveva interpretato la Democrazia Cristiana come un accidente imposto dalla minaccia comunista. E non come la concreta definizione storica di un’attitudine politica, di una capacità di progetto, di una proposta originale laicamente derivata dall’ispirazione cristiana; di un partito, insomma, capace di governo  e di visione, un partito nazionale e, per la natura stessa della sua ispirazione, fervido portatore dell’idea più moderna: l’unità politica europea.

Negare un compito e interdire attualità ad una forma politica di questa caratura, accettare senza rimorsi l’obbligo della dissoluzione, è stato un errore. E certamente non ha giovato la gracilità di svariati tentativi di rinascita talora fondati più sulla convenienza che sulla convinzione.

Le  cose accadute e le speranze mancate hanno dilavato il terreno, la presa dei conformismi, l’umana ansietà delle sopravvivenze politiche e delle carriere scrutate, i partiti personali, il venir meno della fatica di pensare,  il tramonto delle culture politiche, la crisi stessa degli strumenti tradizionali della formazione politica, dicono l’asprezza del cammino per chi voglia ritentare la prova.

Non c’è alcuna certezza all’orizzonte e tuttavia, quelli che ci credono per pochi che siano, per quanto patetici o fastidiosi possano apparire, hanno un solo dovere: mettersi alla prova.

La “cosa nuova” è naturalmente nella questione del “centro”, che deve assumere lucidamente, proprio secondo la lezione sturziana.

Anche noi, su questo punto dobbiamo essere meno approssimativi e comprendere che il significato politico del centro non allude ad una geometria, a un’equidistanza sulla mappa degli schieramenti.

Per noi il centro è un modo per definire una interpretazione temperata della politica, una tendenziale riduzione della sua parzialità,  un’attitudine a recepire, nel farsi dello scontro degli interessi e dei valori, le scelte che meglio corrispondono a un’idea dell’interesse generale, per dirla con il lessico delle nostre origini, a un’idea del bene comune. È per questa ragione che la parola del centro si collega naturalmente, per noi, a quella della moderazione, che non significa la volontà di rappresentare interessi definibili come moderati, ma la capacità, piuttosto, di moderarli nella coerenza di un convincente disegno politico.

Tutto ciò per noi vuol dire testimoniare una posizione anti-ideologica, una consapevolezza del limite della politica, un’inclinazione aperta al confronto in tutte le direzioni ma anche una determinazione intransigente in difesa delle regole di libertà e dei compiti di giustizia che giustificano e avvalorano il potere politico.

In questo senso siamo riformatori senza etichette ridondanti. Riformatori perché sappiamo che il compito della politica si misura dalla capacità dell’idea di diventare progetto e di maturare consenso. Dell’idea, dunque, coltiviamo non l’astratta fissità ma il dinamismo che la coniuga alla concretezza di una realtà mutevole di un movimento disordinato e veloce che ha bisogno di un alveo che ne incanali il corso e l’energia.

Viviamo in una democrazia senza partiti, o meglio dominata da partiti personali. Laddove chi esprime opinioni non collimanti col pensiero del leader viene espulso o, quando va bene, con fatica, riesce a sopravvivere come un corpo estraneo, un’eccezione insopportabile, in “gufo” che fa il tifo per la delegittimazione del “capo”.

Le democrazie senza partiti non interpretano, non formano, non orientano la società, cui offrono soltanto di patteggiare in un volubile conflitto.

La democrazia dei sondaggi, degli amici, dei dettati populisti, degli hashtag, degli uomini soli al comando, di chi al centro non pone la persona ma la  “propria persona”, non educano, non convincono, non generano speranza umana. Se la politica è un fatto di forza, ci deve essere, in fondo, una ragione morale per la quale ci si costituisce in potere, per il potere si compete, il potere si esercita.

Associazioni di area cattolica e laica, presenti su molteplici versanti del sociale, della cultura e della salvaguardia del creato, e alcuni partiti di ispirazione cristiana, hanno deciso di costruire, come fatto propedeutico ad un partito, una Federazione.

Questa “cosa nuova” ha senso se, proprio per l’origine che rivendica, nella sua azione politica rispetta questa ragione morale. I grandi padri democristiani, anche a fronte del caos geopolitico che esige l’impresa grandiosa di un nuovo ordine internazionale, in un incrocio della storia che domanda alla politica il recupero del suo primato nei confronti delle competizioni della tecnica, della finanza e degli imperi della comunicazione, questa domanda sulla ragione morale del potere non può essere elusa anche negli spazi planetari oltre al panorama nazionale, nella dimensione europea in particolare; senza una risposta della politica fondata sulla centralità della persona, l’orizzonte incupisce nella prigionia della forza, della violenza e della guerra che ormai sta incendiando vasti territori del Medio Oriente, dell’Asia, dell’Africa e della stessa Europa. E se siamo consapevoli della modestia del nostro ruolo e del limite della nostra iniziativa, non dimentichiamo, tuttavia, che anche i gesti più piccoli hanno una relazione probante con le cose più grandi di noi. La politica è questa: il coraggio di seguire un’idea fino in fondo; per noi, primariamente, l’idea della pace. Immaginare un mondo pacificato si può, e lavorare perché questa immaginazione si possa tradurre in tutte le scelte coerenti di una lunga e difficile mediazione storico-politica, si deve.

A questa immane fatica umana è necessario il lievito dell’ispirazione cristiana e lo spirito dei Padri costituenti, il talento, insomma, di un umanesimo della speranza che sottragga lo spirito dell’Occidente alla tentazione del nichilismo o peggio di tornare alla visione dello scontro delle civiltà. Ed è necessario che questa speranza, malgrado tutto non ancora tramontata in tanta parte della gioventù del nostro Paese, trovi il coraggio di un incontro con la politica, faccia i conti con il limite di un impegno che, senza politica, rischia di non crescere, non incidere sulle decisioni e di deragliare, piuttosto, nell’impotenza dell’utopia o nella rinuncia a essere parte e aver parte nella comunità in cui è stato chiamato a vivere. Non pretendiamo di essere noi un riferimento – tantomeno un riferimento esclusivo –: ci limitiamo a suggerire una riflessione su quanto di spreco e di inerzia si va consumando nella disunione e nella dispersione di un pluralismo senza meta e senza vigore, e come invece sia solido e chiaro un incontro sul fondamento di una storia e di una piattaforma culturale e politica – all’altezza – della gravità dei problemi del nostro tempo.

Da una forte ragione morale scaturì il sogno dei grandi padri democristiani che posero le basi dell’unità politica dell’Europa. Quel sogno che segnava la risposta più alta al più drammatico e immane eccidio della storia, è stato tradito con maggiori responsabilità proprio da quel Partito Europeo che si fregia di essere l’erede di quell’ipotesi di lavoro. Quel sogno è adesso sull’ora della storia, nell’agenda più attuale dell’impegno politico. E non mi sembra che la presidenza europea italiana del semestre appena concluso sia stata all’altezza delle speranze che la grande maggioranza dei cittadini europei vi aveva riposto. E occorre dare omaggio al giovane e coraggioso lider greco di aver richiamato le classi dirigenti e tutti i cittadini europei a tornare sul cammino tracciato da quei giganti: De Gasperi, Adenauer, Schuman e Monnet.

Per quanto ci riguarda continuiamo a ritenere la realizzazione del federalismo europeo una delle più significative battaglie politiche di questo secolo. Anche qui, peraltro, proprio al vertice della sua responsabilità e della sua ambizione, la politica arretra, rinuncia all’esercizio del suo primato: e viene giustamente ripagata dall’incomprensione delle opinioni pubbliche che non sa più persuadere e sfidare.

Ma vi è un fondamento ancora più centrale e decisivo nella concezione che spinse i Padri costituenti italiani ed i fondatori dell’idea europea a farsi portatori di una utopia che per decenni ha saputo essere anche realtà: il fondamento della comunità sul sacro diritto e dovere del lavoro per ogni persona.  Non c’è politica economica che non sia per la persona, se si pretende di essere ispirati cristianamente; ma anche se non si è cristianamente ispirati, non c’è politica economica che non sia per la persona, se l’economia vuole godere di stabilità e progredente. Forse, il fondamento del lavoro è, insieme a quello della democrazia realmente centrata sulla sovranità dei cittadini e non dei liders, la parte più tradita, e colpevolmente tradita, della costituzione italiana lungo gli ultimi trent’anni.

Al popolo (questo è infatti popolarismo), ai cittadini (questa è infatti democrazia), alla persona (questo è infatti umanesimo) bisogna restituire imperativamente le redini del proprio cammino. Anche la nostra “cosa nuova”, il nuovo soggetto politico di ispirazione cristiana, non può dunque che nascere e lievitare dal basso, senza presuntuosi dirigismi di sorta.

Gianni Fontana