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Prospettive dell’umanità con il sistema liberista

Il sistema liberista finanziario attuale avrà come epilogo la creazione di una società dove la ricchezza è concentrata nelle casse di pochi gruppi mondiali, il settore industriale tenderà ad uniformare le produzioni per azzerare le differenze (anche in campo culturale come moda, design, strumentazione, abitudini, alimentazione, organizzazione dei tempi quotidiani, ecc); il settore commerciale sarà organizzato in enormi megastores, le città saranno prive di negozi, perché il commercio di piccole dimensioni (il dettaglio) non avrà più spazio per sopravvivere; la parte di popolazione riconosciuta abile al lavoro sarà indirizzata al lavoro dipendente, per controllare i sistemi di lavoro, per uniformare le retribuzioni e le garanzie salariali, per ridurre la capacità individuale e sottometterla alla strategia aziendale; il tempo libero sarà organizzato globalmente per obbligare i cittadini a determinate pratiche, funzionali all’efficienza produttiva.

In definitiva l’obiettivo è quello di creare una società globale di “umani robotizzati”, che risponde alla domanda di efficienza per la produzione di ricchezza dei pochi gruppi finanziari, che governeranno l’economia mondiale.

Da qui si avrebbe il bisogno di riscoprire quell’economia sociale di mercato, insieme all’”Economia di Comunità”, all’economia di comunione e ad ogni altra forma solidaristica da applicare in una società priva di mezzi.

Le grandi strutture che regolano l’economia mondiale (finanziaria, produttiva, commerciale, di servizi) dovrebbero essere riformate e sottoposte al governo degli Stati che vi aderiscono, nelle quali siano previste regole generali obiettive e dei periodi di phasing in, perché ogni Stato aderente sia garantito per il trattamento uniforme tra tutti, senza eccezioni.

Si è verificato nel passato che alcuni Stati siano stati ammessi, nonostante non avessero le condizioni per accedervi, nelle grandi organizzazioni internazionali (la Cina nel WTO, nonostante il grande problema dei diritti umani e del deficit di democrazia).

Sarebbe anche importante verificare la necessità o l’opportunità di sovrastrutture finanziarie, che regolano i mercati delle materie prime, che lungi dal portare benefici ai produttori primari, ai quali viene imposto un regime di produzione e di prezzi, servono alla speculazione privata per accumulare ricchezza, attraverso una serie di strumenti finanziari che hanno alla base la valutazione di un rischio futuro e ipotetico (vedi il TTF- TITLE TRANSFER FACILITY di Amsterdam).

Il riferimento non va alle associazioni dei produttori (tipo Opec e similari anche in campo alimentare), ma alle strutture finanziarie generali e specifiche, per le quali non sarebbe necessaria una limitazione totale, ma solamente quella di influire sulle partite correnti quando si ipotizza un andamento futuro.

In tale realtà anche l’organizzazione delle Borse Valori avrebbe bisogno di una rivisitazione strutturale normativa, soprattutto nella valutazione dell’ammissione di titoli e nella gestione di quelli specificatamente finanziari, che cumulano la maggiore capitalizzazione, i quali attualmente hanno la possibilità di intervenire in ogni ambito e settore, determinandone l’incremento o il decremento.

Non è positivo che si sia verificata la “finanziarizzazione dell’economia” in maniera totale, in quanto raiders spregiudicati possono creare ingenti movimenti finanziari in ambito pubblico e privato, compromettendo l’andamento naturale della vita di Stati e aziende private.

La istituzione dello strumento  del “golden power” per bloccare le scalate ostili, previsto dalla legislazione nazionale ed europea, probabilmente è solamente uno strumento di difesa, mentre sarebbe necessario che le scalate o le acquisizioni per la cessione dei titoli avvenisse dopo un controllo preventivo per verificare il futuro aziendale, i livelli produttivi e la conservazione dei posti di lavoro o, in alternativa, la creazione di nuovi posti di lavoro in sostituzione di quelli eventualmente dismessi.

Si è verificato che nel nostro Paese siano state scalate alcune grandi aziende per la estrazione di minerali, per la produzione di acciai e per la produzione di elettrodomestici, e al termine dei tempi previsti per la ristrutturazione aziendale, siano state abbandonate (mi riferisco ad aziende indiane, statunitensi, algerine, che evidentemente avevano l’interesse di ridurre o eliminare la concorrenza italiana).

Una riflessione particolare deve essere fatta sull’organizzazione dei Brics, nati nel 2009 senza il Sudafrica, aggregatosi nel 2010, che hanno messo in piedi una organizzazione alternativa e concorrente al Fondo Monetario e alla Banca Mondiale, non riconoscendosi più in quelle organizzazioni internazionali.

La creazione della Nuova Banca di Sviluppo (New Development Bank),  della Contingent Reserves Arrangement (CRA), della Global Development Iniziative GDI, della Global Security Iniziative GSI, manifestano la volontà di contrastare le politiche economiche e finanziarie, adottate dalle organizzazioni esistenti e istituite con Bretton Woods.

I Brics rappresentano oltre il 45 % della popolazione mondiale e il 25 % dell’economia globale e hanno calamitato l’adesione di altri Paesi (Kazakistan, Arabia Saudita, Argentina, Egitto, Indonesia, Nigeria, Senegal, Emirati Arabi Uniti, Thailandia), con la prospettiva di aggregarne ancora.

Le motivazioni risiedono nella evidente aspirazione di tali Paesi ad acquisire un maggiore spazio nell’autodeterminazione e, anche, nel non subire le politiche economiche e finanziarie americane, frutto della monocultura imperante.

I rischi di uno scontro economico non più mediato dagli organismi internazionali è altissimo e quindi sarebbe necessario impostare una svolta politica inclusiva, dove ogni Stato si possa riconoscere e trattare il proprio spazio di crescita.

Il principio di “esportare la democrazia” non ha funzionato e non potrà mai funzionare, perché il senso democratico deve prima essere cultura diffusa e poi potrà essere istituzionalizzato nella organizzazione statuale.

Un caso tipico si è verificato quando il mondo occidentale favorì e alimentò le cosiddette “primavere arabe”, che nascevano attraverso moti popolari, ispirati da correnti fondamentaliste.

In Egitto i “fratelli Mussulmani” sono stati defenestrati da Al Sisi, in Tunisia vi è una situazione di stabilità precaria, in Libia si è scatenata la guerra civile e ancora non si è riusciti a normalizzare la situazione, per non parlare dell’Afganistan.

In definitiva non penso che i risultati di esportare la democrazia abbiano dato seri frutti, anche perché la democrazia non si esporta, ma deve maturare nella cultura popolare e diventare patrimonio nei comportamenti quotidiani dei cittadini, evolvendo la cultura civile e religiosa, come sta avvenendo attualmente i Iran con i moti popolari per protestare contro la persecuzione delle ragazze per motivi religiosi, violando il principio dell’intangibilità della persona, stabilita da tutte le Carte dei Diritti.

L’antropocene

Da qualche tempo intellettuali di spessore discutono con la loro produzione libraria sulla prospettiva che potrà avere la società nel prossimo futuro.

La riflessione sulla trasformazione della natura, conseguenza dell’impatto con l’uomo risale alla fine dell’ottocento ad opera del geologo Antonio Stoppani, che usò il termine “era antropozoica”; successivamente il russo Vernadskij chiamò l’epoca “nòosphera”; lo stesso termine fu usato dal pensatore cattolico Teilhard de Chardin; la definizione continuò a cambiare in “olocene” per arrivare al termine attuale di “antropocene”, adottato anche dal Nobel Crutzen.

Tra i primi ad analizzare puntualmente l’andamento sociale all’inizio degli anni del boom economico fu Romano Guardini, che intravedeva la trasformazione della cultura antropologica che avrebbe costruito un “uomo non umano”, inserito in una “natura non naturale”, anticipando intuitivamente l’epoca odierna, nella quale si ragiona di “umano, post-umano e trans-umano”.

Francis Fukuyama parla della “fine della Storia e l’ultimo uomo”, come della conclusione del processo evolutivo; ma se il processo evolutivo è concluso, quale potrà essere l’attività dell’uomo sopravvissuto alla fine della storia ?

Inoltre, quale processo evolutivo, quello della civilizzazione ?

Il processo di civilizzazione è veramente concluso o bisogna aspettare che tutte le comunità raggiungano lo stesso livello di evoluzione economica, sociale, civile, culturale?

Vi è qualcuno che abbia definito l’inizio e la fine del processo di civilizzazione?

Il processo di civilizzazione non segue quello relativo alla evoluzione dell’intelletto umano e conseguentemente a quello dei rapporti interpersonali e sociali ?

Indubbiamente il pensiero di Fukuyama fa riflettere moltissimo, perché non bisogna rassegnarsi alla “fine della storia”, ma bisogna andare avanti fino a quando la capacità cerebrale dell’uomo riuscirà a controllare tutti i processi di ricerca in ogni campo, per poterli usare secondo il proprio giudizio, per raggiungere livelli di benessere sempre maggiori.

Cristianamente non è concepita la “fine della storia” se non quando l’Apocalisse si manifesterà rigenerando gli uomini ad immagine di Dio, senza spazio e senza tempo e quindi senza Fine.

Laicamente non potrà essere concepita “la fine della storia” fino a quando l’intelligenza umana governerà il mondo, anche con errori di valutazione macroscopici e con la presenza di volontà ostinatamente prevaricatrici e violente. L’istinto di sopravvivenza potrà fare giustizia anche delle forme più subdole di autodistruzione, motivate dalla pervicace volontà di acquisire potere illimitato.

La previsione di Samuel Philips Huntington sugli avvenimenti storici della fine del secolo scorso appare ormai verificata dagli accadimenti e quindi si può dire che il mondo unipolare, immaginato con la globalizzazione, con il pensiero unico, con la democrazia esportata, con il “politically correct”, con l’uniformizzazione dei comportamenti anche attraverso i sistemi digitali, con il “culture cancel”, con il tentativo della cancellazione delle radici delle comunità, non ha funzionato e anzi è stato rifiutato, perché innaturale rispetto alla originalità di ogni uomo.

Preciso, comunque, che il “sovranismo” va anch’esso giudicato negativamente, perché mette in discussione secoli di attività civilizzatrice dell’Umanità e delle sue numerose comunità, che non si sono chiuse in sé stesse, ma hanno intrattenuto rapporti con tutto il mondo circostante e gradualmente con un raggio sempre più ampio, in relazione ai tempi e ai sistemi di collegamento.

Dai Fenici ai Greci, ai Romani, ai popoli indoeuropei, ai Vichinghi, ai Saraceni, ai Mongoli, si sono sempre registrate migrazioni e quindi scambi culturali, che hanno promosso la ricerca e hanno garantito l’evoluzione culturale del pensiero e di tutto quello che discende a cascata.

Sarà necessario rivedere tutte le teorie che ritengono di poter governare il mondo con il “pensiero unico”, perché sarebbe contro natura: l’originalità individuale è la più grande ricchezza che ha l’umanità e che ci ha consentito di raggiungere i traguardi attuali.

Durante il Global Social Business Summit di Torino Muhammad Yunus ha dichiarato: ”Gli esseri umani sono orgogliosi della propria identità locale, oltre che di far parte di una comunità globale. Ma la parola “globalizzazione” viene da un’altra direzione. Viene dalla colonizzazione politica o dalla colonizzazione economica. Le relazioni disomogenee non dovrebbero essere chiamate globalizzazione. La globalizzazione dovrebbe essere basata sull’amicizia, sulla condivisione e sulla solidarietà. L’economia che massimizza il profitto non può raggiungere questo obiettivo. Il suo scopo è approfittare delle debolezze altrui, non aiutare a superare le debolezze. Questo è il business del social business. Il mondo futuro dovrebbe essere un mondo di social business”.

Non è immaginabile un mondo “unipolare”, nemmeno multipolare, ma multilaterale, dove ogni comunità trovi il proprio spazio e concorra alla pari delle altre a immaginare ed edificare il futuro.

Una domanda da porsi è quella che ci fa interrogare se la “globalizzazione senza regole” sia contro la cultura in generale e le culture dei popoli.

Probabilmente sì, la “globalizzazione senza regole” è contro la cultura perché è portatrice e alimentatrice di un “pensiero unico”, che inizialmente rispondeva soltanto al principio economico di razionalizzazione delle fasi produttive con l’uniformizzazione dei comportamenti; successivamente tale “pensiero unico” si è esteso ad ogni manifestazione di vita, strumentalizzando anche comportamenti collettivi, che avevano soltanto l’esigenza di determinare una svolta in direzione del benessere.

Si può dire che la “globalizzazione senza regole” sia contro la civiltà ? Probabilmente sì, perché nella società senza regole (leggi) ha la prevalenza la forza sulla ragione, mentre nella società con le regole (leggi) la ragione della convivenza civile prevale attraverso il rispetto dei Valori della libertà, della giustizia, dell’uguaglianza, della solidarietà nella dimensione sociale.

In definitiva bisogna constatare che in natura vince sempre la forza e per evitare che ciò avvenga, l’elemento che ritiene di essere debole o ha le proprie difese naturali o adotta tattiche di sopravvivenza che gli consentano di sopravvivere.

L’uomo ha vissuto questa esperienza e per poter sopravvivere ha pensato di regolare la convivenza con le leggi, come frutto dell’intelligenza dei filosofi di tutti i tempi, conquistando il grado di civiltà attuale.

Nella contemporaneità non è immaginabile che si ritorni alla barbarie senza le regole con la globalizzazione vissuta negli ultimi trent’anni; bisogna invece impegnarsi per una globalizzazione che abbia regole rispettate da tutti, dove ciascuno ha legittimamente il suo ruolo e il suo spazio sociale, civile ed economico, senza prevaricazioni, per la crescita di tutti. (Segue)

Vitaliano Gemelli