All’indomani della seconda guerra mondiale e con l’affermazione politica dei blocchi, da una parte il mondo comunista con le sue articolazioni (URSS (Stalin, Krusciov e successivi) – Maoismo – Titoismo – Hoxhaismo – Castrismo – Guevarismo – e le varianti asiatiche della Corea del Nord, Laos, Vietnam e quelle africane) e dall’altra il blocco occidentale, con l’inclusione del Giappone e con l’attenzione verso l’India come “la più grande democrazia del mondo” dopo l’indipendenza e, dopo il 1960, e l’inclusione di molti Paesi dell’Africa, il confronto non si misurava soltanto sulla politica o sull’economia o sulla ricerca scientifica o sulla potenza militare, ma anche sulla cultura della democrazia o sulle due culture della democrazia, che comunque esercitavano una influenza reciproca in un regime di competizione perenne.

Sul piano della reciproca influenza culturale, l’attenzione si focalizzava sicuramente sull’esercizio delle libertà e della partecipazione democratica, con l’obiettivo di risollevare le condizioni sociali ed economiche dei popoli, che avevano tutti subìto la guerra mondiale.

Tale attenzione si manifestava – prevalentemente nell’Europa Occidentale e negli altri Paesi a sistema democratico – nell’enfatizzare l’impegno con il principio di solidarietà verso le classi meno abbienti, per dimostrare che la condizione sociale ed economica, oltre che civile, di tali classi fosse migliore di quella delle classi popolari degli Stati a regime comunista.

Il progresso dei popoli retti da sistemi democratici era evidente e il susseguirsi dei piani quinquennali degli Stati comunisti non sarebbe riuscito a raggiungere i livelli sociali ed economici dei primi.

La motivazione ideologica del comunismo si infranse sulla mancanza di risultati rispetto ai livelli di benessere dei cittadini (benessere non solo economico, ma sociale, civile, diffusamente scientifico, culturale per evidente carenza di confronto a causa  dell’imposizione di una monocultura) e quindi il 1989 è la data storica del fallimento del comunismo con la caduta del Muro di Berlino e la successiva liquidazione dell’Unione Sovietica, per merito di uno dei più grandi politici della storia, Mikhail Gorbaciov.

Mikhail Gorbaciov era insieme a Ronald Reagan quello che teneva in equilibrio il sistema mondiale dei blocchi e in quella fase la grande responsabilità dei due e dei rispettivi governi evitò che si innescasse uno sbilanciamento, che avrebbe messo in serio pericolo la pace e l’esistenza di milioni di cittadini nel mondo, nell’eventualità di una guerra atomica.

La sconfitta ideologica del comunismo reale, nonostante il permanere in abbrivio in Cina e in qualche altro Paese, ma con modalità diverse, lascia al mondo l’altra ideologia, che aveva dimostrato di poter raggiungere risultati migliori e ne fa acriticamente un totem, dal quale prendeva il via la globalizzazione dei mercati (secondo la definizione economica) ma in effetti la globalizzazione dell’informazione, della cultura, della tecnologia, della ricerca, della “scienza ufficiale”, affermando di fatto una monocultura, all’inizio accettata trionfalisticamente, me che alla luce dei fatti rivela tutti suoi limiti economici, sociali, civili, umani.

La cultura liberista

A trent’anni dalla fine del comunismo e dall’inizio della globalizzazione i danni della monocultura liberista sono evidenti e anche i più grandi economisti non riescono a trovare una indicazione chiara per correggere tutto il disequilibrio creato e voluto.

La soddisfazione dei bisogni (prima) e dei desideri dei cittadini diventa l’obiettivo di ogni manifestazione e di ogni attività intellettuale, economica, civile, sociale e la dimensione gradualmente si modifica da sociale ad individuale, incoraggiando la valorizzazione delle capacità dell’individuo, offrendo dei modelli che incitano alla conquista di posizioni sempre più evidenti nel contesto sociale di riferimento.

Viene invertita la logica cristiana che gli ultimi saranno i primi; nel contesto terreno è sempre meglio essere primi, perché “il primo è primo, il secondo non è nessuno”, recita un adagio comune.

Proprio in tale logica si costruisce un percorso sociale nel quale la competizione, che di per sé non è negativa, viene praticata a tutti i livelli e ad ogni costo, senza tenere in considerazione le condizioni di contesto e quindi la relativizzazione delle varie situazioni.

In effetti si mutua la logica fisiocratica e liberista del “laissez faire, laissez passer”, anche nella società e quindi l’individualità prevale sulla socialità, annichilendo i rapporti interpersonali e piegandoli al conseguimento degli obiettivi personali in termini prioritari e alcune volte esclusivi.

In tale contesto decadono quelle che vengono definite “sovrastrutture morali” e quindi si afferma la logica che è consentito tutto quello che può soddisfare i desideri dell’individuo, con la sola eccezione del rispetto dei “diritti umani” (e non sempre), sanciti dalle Carte ONU.

Il modello di riferimento per costruire la società degli uomini è identico a quello economico liberista, per il quale si affermano le imprese più forti  sulle più deboli; nella società le classi meno abbienti, le persone affette da patologie congenite o croniche e con una ridotta capacità lavorativa, gli anziani, generano costi sociali, che la logica in voga subisce e tenta in ogni modo di ridurre – un esempio e la richiesta reiterata in tempi diversi della riduzione del “cuneo fiscale”, o la concentrazione di una categoria di cittadini nelle RSA per evitare l’assistenza domiciliare, che avrebbe effetti psicologicamente migliori – per affermare il principio che ognuno deve vivere del proprio lavoro secondo le proprie capacità; e se tali capacità sono insufficienti cosa fare ?

Il principio della solidarietà e la dimensione sociale vengono quasi completamente estromessi dalla logica del vivere, senza che tale esclusione crei scandalo (l’Obamacare, che assicurava l’assistenza agli indigenti, in una parte non trascurabile del popolo statunitense ha suscitato scandalo e si è tentato di abrogarla).

L’economia sociale di mercato di Wilhelm Ropke, fatta propria dai partiti ad ispirazione cristiana in Europa, invocata in Germania durante la Repubblica di Weimar, è stata applicata in Europa e in altri Paesi fino agli anni Novanta ed è stata soppiantata dalla pratica capitalistica dopo la caduta del Muro di Berlino, creando la situazione mondiale attuale.

Negli USA si applicavano le teorie Keynesiane e John Kenneth Galbraith, dalla presidenza di Kennedy e successivamente per alcuni decenni, era uno degli economisti più ascoltati.

Quando nella società cadono le protezioni sociali dei più deboli si compromette uno dei principi fondamentali della convivenza civile e democratica, perché si infrangono principi costituzionali non solo in Italia, ma anche in altri Paesi, nell’Unione Europea e si violano le Carte dell’ONU, che prevedono che in ogni Paese non è ammessa la discriminazione di cittadini, privi della capacità autonoma di provvedere a sé stessi.

Quindi, sarebbe opportuno constatare che applicare il modello economico liberista nella società del mondo a sistema democratico ha creato disparità intollerabili e ha bloccato società in evoluzione, compromettendo il consolidato “ascensore sociale”, che portava i figli a creare condizioni migliori di quelle dei padri.

Il blocco della dinamica sociale ha generato enormi sacche di inoccupazione e anche un grande impedimento all’adeguamento complessivo della società alla contemporaneità, perché ha lasciato senza sostegno coloro che avrebbero voluto e potuto contestualizzare la propria esistenza con i traguardi che costantemente vengono raggiunti.

La pandemia ha evidenziato la situazione mondiale e anche le economie più forti o quelle che ritengono di avere le risorse per affrontare ogni problema si trovano in difficoltà, come effetto della politica liberista che gli Stati hanno lasciato che si realizzasse, espandesse e proliferasse senza alcun limite o condizione.

La situazione attuale della società in ogni parte del mondo registra lo schiacciamento dei ceti medi e di quelli alto-borghesi verso il basso, allargando di fatto la fascia dei ceti poveri e incrementando, oltre la soglia fisiologica, la classe degli emarginati.

Anche i sistemi fiscali sono condizionati dalla politica liberista, che lascia le grandi aziende multinazionali fuori dal sistema fiscale nazionale, consentendo di localizzare le sedi fiscali in Paesi a fiscalità favorevole o trattando di volta in volta la percentuale della contribuzione fiscale da corrispondere.

La situazione degli stati

La situazione finanziaria degli Stati sarebbe da analizzare, in quanto la situazione dei debiti pubblici generalmente cresce in corrispondenza dell’incremento delle politiche sociali da prevedere; in tale situazione, con la scomparsa quasi totale del ceto medio, con l’accentramento delle ricchezze nelle casse di un numero ristretto di gruppi finanziari, con il contrarsi del settore del commercio al dettaglio, operato da aziende individuali e piccole e medie, perché concentrato nelle grandi catene di distribuzione, l’imprenditoria si riduce drasticamente e proporzionalmente si riduce la capacità di resilienza nei periodi di crisi da parte dei cittadini a reddito variabile secondo il volume degli affari; in definitiva le crisi si scaricano prevalentemente sui cittadini a reddito fisso, perché i loro stipendi perdono potere di acquisto con l’aumento dei prezzi.

Tutte le grandi potenze economiche hanno indebitamenti pubblici e privati enormi e  alcune  di queste multinazionali sono a rischio fallimento, perché i loro clienti, rappresentati da quel ceto medio – ormai impoverito – non hanno più la capacità di pagare le loro esposizioni (due soli esempi, che rappresentano la quasi totalità del fenomeno: Lehman Brothers e Evergrande Real Estate Group che erano considerate “too big to fail”).

Se non si dovesse intervenire per correggere una globalizzazione senza regole, introducendo appunto regole che non limitino l’accumulo della ricchezza, ma ne regolamentino l’impiego, distinguendo il settore finanziario da quello produttivo, da quello commerciale, dei servizi, e assegnando quote di mercato, che impediscano la creazione di oligopoli, con la motivazione di affermare la necessità del regime di concorrenza, ci troveremmo all’inizio di un’era del “cretaceo-terziario finanziario” per le multinazionali (dinosauri economici) e di un nuovo dopoguerra (finanziario), per l’impoverimento generalizzato della popolazione mondiale, che non avrebbe più la possibilità di assolvere agli impegni presi, portando conseguentemente gli Stati al collasso dei bilanci per i costi sociali da affrontare. (Segue)

Vitaliano Gemelli