Immaginiamo Carlo Marx assistere oggi alla protesta operaia a Zhengzhou: duecentomila lavoratori della gigantesca fabbrica Foxconn che si ribellano alle chiusure rigorosissime a causa della politica anti covid basata  sull’isolamento forzato anziché sui vaccini. Quindi pasti forniti dall’esterno, probabilmente scarsi e di bassa qualità, segregazione nei dormitori, trattenute sui salari impreviste, sospensione di tutte le licenze per tornare a casa. Da qui gli scontri, i lacrimogeni, le bastonate, le fughe saltando i cancelli, gli estintori usati dagli operai contro la polizia.

L’azienda avrebbe imposto agli operai, secondo l’Agenzia Italia, di restare isolati fino a marzo senza vi fosse una separazione dei malati rispetto ai sani, e chi riusciva a saltare i cancelli cercava di raggiungere casa anche a piedi, in un paese dove le distanze sono enormi. E tutto ciò non solo a Zhengzhou ma anche in altre città e in fabbriche di minori dimensioni.

Per la prima volta anche nella Repubblica Popolare Cinese, secondo quanto riporta l’Ansa, sono apparsi slogan sfuggiti alla censura delle rivendicazioni operaie per il “rispetto dei diritti”.  Ed è sconcertante vedere su enormi autostrade gli operai in marcia e la polizia in tute bianche di protezione fronteggiarli con gli inevitabili scontri.

Che cosa avrebbe scritto oggi Carlo Marx davanti ad avvenimenti che in tutto l’Occidente appartengono alla storia del movimento operaio, allo sviluppo capitalistico, alla politica e ancora oggi talvolta alla cronaca ordinaria? E tutti quelli che dopo di lui lo hanno interpretato, talvolta male, evocando la dittatura del proletariato, che cosa direbbero oggi davanti a una realtà che avviene proprio dove il partito comunista è lo Stato?

Senza entrare nei dettagli o nelle cronache che filtrano dalla censura anche dei social, i fatti ci dicono che in ogni caso c’è un limite anche nei regimi più totalitari quando sono in gioco diritti naturali elementari e la dignità della persona. L’Unione Sovietica alla fine è implosa e il regime si è suicidato. La Cina è una grande potenza, politica, economica, militare e tecnologica. In settant’anni ha fatto passi da gigante, ha eliminato le carestie, l’analfabetismo, l’agricoltura primordiale, le carenze di un sistema sanitario. Ha organizzato su un territorio immenso l’istruzione e le infrastrutture, autostrade, porti, aeroporti, università. Ha creato una struttura industriale e logistica di notevoli dimensioni e primarie capacità. Una crescita formidabile, tanto che la Repubblica Popolare ormai manifesta apertamente volontà imperiali.

Eppure, basta frequentarla anche poche volte, come è accaduto a chi scrive, per accorgersi che, dopo le prime timide aperture alla proprietà privata, e dopo l’avvento di un’economia non tanto dissimile da quella capitalista, l’aspirazione più importante dei cinesi resta il denaro. Forse più che da noi, che pure siamo indicati come l’Occidente corrotto. Ma non sempre il dio danaro è in grado di travolgere la dignità dell’uomo.

Ecco un’altra traccia del mondo che cambia anzi, come dice Lucio Caracciolo sull’ultimo numero di “Limes”, che siamo di fronte a “un altro mondo”. Aveva ragione Lao Tze, filosofo cinese cinese del VI secolo a.C. quando diceva “che un lungo viaggio si comincia sempre col muovere un piede”.

Guido Puccio