L’occupazione è cresciuta in Italia, ma vi sono importanti sfide all’orizzonte da affrontare per il mercato del lavoro. La crescita dell’occupazione nel corso del 2025, con un incremento tendenziale di circa 230 mila posti di lavoro rispetto allo scorso anno, conferma per intensità e caratteristiche il ciclo positivo iniziato nel 2022 con il rapido recupero delle perdite subite nel corso dell’emergenza Covid-19 e la successiva aggiunta di 1,2 milioni di posti di lavoro.

Alla luce dei numeri, buona parte delle polemiche relative alla qualità della nuova occupazione, soprattutto quelle relative alla precarietà dei rapporti di lavoro, risultano per la gran parte infondate, dato che la totalità dei nuovi occupati è composta dipendenti a tempo indeterminato, un’analoga riduzione delle persone in cerca di lavoro e di circa mezzo milioni in meno di rapporti a termine e di part-time involontari. Il tasso di occupazione ha raggiunto il suo record record storico (62,8%) con la riduzione di circa tre punti della distanza rispetto alla media dei Paesi Ue.

La crescita del numero delle retribuzioni, secondo l’Istat, ha comunque favorito quella dei redditi delle famiglie con una dinamica superiore a quella dei redditi da lavoro individuali e, soprattutto, un aumento del reddito pro capite della popolazione residente superiore a quella di altri Paesi europei (per esempio, Francia e Germania) perché nel frattempo è diminuita la popolazione residente in Italia.

La buona performance dell’occupazione è rimasta pressoché inalterata nonostante siano mutate profondamente le caratteristiche dei settori che hanno alimentato la domanda di lavoro. In uscita dall’emergenza sanitaria è stata favorita dal rimbalzo della ripresa delle esportazioni e dei consumi interni alimentati dal risparmio accumulato con i sostegni ai redditi erogati dallo Stato che, nell’insieme, hanno consentito un rapido recupero dei livelli del Pil precedenti la pandemia. Successivamente i tassi di crescita sono rimasti positivi, nonostante l’impatto recessivo delle dinamiche geopolitiche internazionali, grazie al contributo degli investimenti del Pnrr.
 
Quest’ultimi, unitamente all’effetto trainante dei comparti del turismo e della ristorazione, hanno generato anche un riequilibrio dei tassi di crescita territoriali con dinamiche del Pil e dell’occupazione nelle regioni del Mezzogiorno decisamente superiori a quelle del centro-nord.
Nelle recenti stime dell’ Istat (+0,8% di crescita del Pil nel 2026) continueranno a essere queste le caratteristiche della crescita dell’economia e dell’occupazione per il prossimo anno, favorite dal completamento dell’80% degli investimenti infrastrutturali avviati con il Pnrr, e dalla parziale crescita dei consumi interni alimentata da un aumento dei salari superiore all’inflazione prevista. Ma in uscita dal Pnrr (che esaurisce i suoi effetti nel primo semestre del 2026) lo scenario economico futuro rimane essenzialmente condizionato dalle dinamiche geopolitiche internazionali. In particolare, dalle scelte che nei prossimi mesi dovranno essere assunte dai Paesi aderenti all’Ue per mobilitare le risorse finalizzate a potenziare gli apparati della difesa, della sicurezza e per tutelare le filiere produttive del nostro continente.

Il cambio di passo risulta indispensabile anche per l’oggettivo fallimento dei programmi adottati per orientare la transizione ecologica e digitale degli apparati produttivi e dei consumi interni fondati su un’ottimistica evoluzione delle relazioni politiche ed economiche internazionali.

In ogni caso, l’uscita dagli investimenti del Pnrr impone al nostro Paese una riflessione sull’utilizzo delle risorse disponibili per compensare la riduzione degli aiuti europei straordinari, aumentando l’impatto produttivo della spesa pubblica disponibile, il tasso di produttività delle organizzazioni produttive e i redditi da lavoro. In estrema sintesi: affrontando con decisione i nodi irrisolti del nostro mercato del lavoro.

Il tratto dominante della crescita dell’occupazione continuerà a essere influenzato dall’impatto demografico: dall’aumento dell’età media della popolazione attiva e della quota degli occupati over 50 anni (+1,6 milioni negli ultimi 4 anni). La tendenza mette in rilievo alcuni tratti positivi del nostro mercato del lavoro. In particolare: la sostenibilità dell’aumento dell’età di pensionamento e il mutamento dell’atteggiamento delle imprese verso i lavoratori anziani e della salvaguardia delle loro competenze maturate nel corso di lunghe esperienze lavorative.

L’invecchiamento attivo rimane una componente essenziale per la crescita del tasso di occupazione, ma la possibilità di allineare il tasso d’impiego della popolazione in età da lavoro alla media europea (per un equivalente di circa 2,8 milioni di posti di lavoro aggiuntivi), di aumentare l’utilizzo delle nuove tecnologie e la propensione a generare nuove imprese dipende essenzialmente dall’intensità e dalla qualità del ricambio generazionale.

Nel caso italiano, questi fabbisogni coincidono in buona parte con l’esigenza di aumentare il tasso di impiego dei giovani e delle donne residenti nelle regioni del Mezzogiorno. La difficoltà delle imprese nel reperire lavoratori disponibili (poco meno del 50% del fabbisogno) dipende essenzialmente da tre fattori: la perdita delle competenze dei lavoratori anziani per mestieri che non trovano riscontro nelle aspettative delle giovani generazioni; l’obsolescenza dei profili professionali generata dall’impiego delle nuove tecnologie; gli squilibri territoriali tra la domanda e l’offerta di lavoro.

Buona parte di questi squilibri viene attualmente affrontata con le migrazioni interne di giovani diplomati e laureati e dalla richiesta di nuovi immigrati per i lavoratori meno qualificati. Ma gli esiti di queste politiche migratorie, per soddisfare i fabbisogni delle imprese, stanno comportando uno spopolamento delle aree interne superiore al saldo naturale della popolazione e un aumento della componente dei lavoratori poco qualificati nei mercati del lavoro caratterizzati da ampie quote di sommerso. 

Le tendenze della demografia (il progressivo pensionamento delle generazioni del baby boom) e dell’impiego delle tecnologie digitali (l’impatto pervasivo dell’intelligenza artificiale) comportano un aumento spontaneo di queste criticità. Gli investimenti sulle competenze delle risorse umane diventano indispensabili per valorizzare il potenziale positivo offerto dalle nuove tecnologie e dalla longevità della popolazione.

La quantità delle persone capaci di trasferire, e di utilizzare in modo appropriato, le potenzialità tecnologiche nelle nuove organizzazioni del lavoro, condizionerà la crescita della produttività, dei redditi da lavoro e la qualità dei prodotti e dei servizi per gli utenti. L’aggiornamento delle competenze risulta indispensabile per migliorare l’occupabilità delle risorse umane e per rendere sostenibili le transizioni lavorative.

Il lascito degli investimenti infrastrutturali del Pnrr può costituire una leva importante per aumentare la qualità dei servizi pubblici, con effetti di trascinamento su quelli erogati dai privati e per la crescita competenze delle persone adulte.

La riapertura delle assunzioni nelle pubbliche amministrazioni, con un potenziale turnover per circa 700 mila posti di lavoro nei prossimi 5 anni, fornisce l’occasione per accelerare una domanda di lavoro importante di giovani laureati con impatti positivi per la componente femminile e per i territori meno sviluppati.

La valorizzazione delle potenzialità descritte richiede un cambiamento degli approcci culturali della nostra classe dirigente e delle dinamiche della domanda e offerta politica orientate da troppo tempo verso l’erogazione di prestazioni assistenziali che hanno comportato una distorsione dell’impiego produttivo delle risorse. È un cambio di paradigma che non può essere delimitato alla sostenibilità dei conti pubblici.

Richiede una visione di lungo periodo per l’impiego delle risorse disponibili e il concorso attivo delle energie degli attori economici e delle rappresentanze sociali per ricostruire un assetto collaborativo delle relazioni industriali.

Natale Forlani

Pubblicato su www.ilsussidiario.net

About Author