L’evoluzione dei processi storici è, per lo più, discontinua nel tempo. A fasi di stagnazione possono succedere accelerazioni improvvise. Succede per mille motivi, non sempre predicibili, spesso sorprendenti. Avviene soprattutto quando una costellazione apparentemente casuale di accadimenti dà luogo ad una “singolarità” della storia, cioè ad una condizione unica ed irreperibile che reca con sé un’opportunità imprevista.

Si aprono delle “finestre temporali” che offrono l’occasione di balzi in avanti che si possono conseguire, purché ci si arrivi prima che la finestra di cui sopra chiuda inesorabilmente i suoi battenti. Ci vogliono leaders – così fu per De Gasperi – o classi dirigenti che sappiano, se così si può dire, sentire il “respiro” della storia, ricavare, dal cumulo delle cose che via via ribollono in superficie, il ritmo, il filo conduttore di una coerenza sotterranea che segnala la destinazione “necessaria”, cioè inscritta nell’ordine naturale delle vicende del mondo, di ciò che accade.

L’Europa, ad esempio, nel 1954, ha sciupato la “finestra temporale” della CED e da allora tutto si è aggrovigliato. Oggi, forse, a dispetto di una crisi profonda del diritto internazionale, anzi, se così si può dire, in virtù di tale decadenza, all’Europa – sempre che ne sia capace – viene offerta l’occasione di esibire il suo ruolo sul piano delle relazioni tra le cosiddette “grandi potenze” ed attori di rango medio o inferiore del quadro internazionale.

In buona misura questo dipende dallo sguardo con cui l’Europa osserva sé stessa, dalla fiducia che riserva alle sue istituzioni; insomma, ad un tempo, dalla sua auto-comprensione e dall’ambizione che coltiva. Sull’Europa si studia e si riflette molto, si dice spesso e volentieri, eppure il discorso pubblico che la riguarda è frammentario e sgranato. Dispensa tutt’al più una “piatta”-forma di temi, argomenti, profili politico-istituzionali, contenuti programmatici allineati su un piano orizzontale. Senza che tutto questo venga ricondotto alla struttura tridimensionale di un’architettura, che sia in grado di sopportare il compito che all’Europa compete.

Le fondamenta e le colonne

Dobbiamo pensare all’Europa secondo l’immagine di quelle straordinarie cattedrali gotiche che costellano le sue terre. Solide fondamenta, rappresentate dalla sua trimillenaria storia; colonne potenti e snelle, rappresentate dal suo patrimonio storico e culturale che si proiettano in alto verso uno spazio che sembra andare oltre lo stesso impianto architettonico, quasi alludesse ad una dimensione senza fine. Una cattedrale in cui ogni elemento della costruzione rinvia agli altri e dal concorrere degli altri è chiamato alla sua funzione specifica, secondo un impianto capace di assorbire la varietà delle forme in gioco in una unità superiore.

Il documento di Camaldoli

In questo quadro interviene fortunatamente il documento presentato lo scorso 13 settembre al Monastero di Camaldoli dalla Associazione “La Nuova Camaldoli”. Si tratta finalmente dell’incipit di una proposta che risponde a quei requisiti di organicità senza i quali ci si smarrisce in una molteplicità di rivoli, che si disperdono nel terreno riardo di un momento storico sostanzialmente privo di solide culture politiche e non portano frutto.

Le sfide del momento, i fondamenti dell’Europa, la sua vocazione alla pace, la lucida coscienza dei suoi limiti e dei suoi punti di forza rappresentano una traccia su cui continuare una ricerca, che i credenti, in modo particolare, devono vivere come una loro personale e collettiva responsabilità. Abbiamo bisogno di un vero e proprio “Rinascimento Europeo”. Della riscoperta di valori antichi che siano in grado di giudicare, nutrire ed orientare le cose nuove che rumorosamente irrompono nel nostro mondo, orientandole ad un costante incremento del “valore umano”.

Domenico Galbiati

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