Una canzoncina di qualche anno fa, scritta per rivendicare i diritti delle Donne alla parità sociale, affermava che “Oltre le gambe… c’è di più”.

Si potrebbe mutuare la stessa frase per utilizzarla in favore dei numerosi Minorenni coinvolti nelle recenti manifestazioni nelle piazze del Paese, apportando una modifica nel senso che “Oltre la rabbia… c’è di più”.
Dopo i bilanci delle violenze di piazza avvenute in quello che doveva essere un tranquillo fine settimana di Ottobre, il Presidente della Repubblica, Mattarella, ha siglato il Decreto Legge del Governo recante “Disposizioni urgenti in materia di sicurezza pubblica e contrasto alla criminalità minorile”, mentre, nel contempo, le affermazioni bellicose del Guardasigilli, Nordio, suscitavano nell’Opinione Pubblica molte reazioni poiché il Ministro, dopo avere ricordato la “serie di arresti massicci nei confronti di minori mai avvenuta prima” e prospettando la necessità di spedire dietro le sbarre questi minori violenti, ha reso noto che il Sistema Carcerario minorile attualmente è “in sofferenza”, il che rende necessario “ampliare la capienza delle carceri giovanili o di trovare accordi in modo che alcuni settori delle Carceri e dei Penitenziari, destinati ai detenuti maggiorenni, possano essere destinati ai minori”.

Secondo alcuni commenti, tale affermazione, di fatto, preannuncerebbe un intervento più radicale delle violenze attribuite ai minori che, invero, ha destato profonde preoccupazioni anche tra gli stessi operatori della Giustizia stante l’attuale situazione di sovraffollamento in cui versano attualmente le Carceri italiane. Ne costituiscono riprova le dichiarazioni, rese alla stampa, da Don Raffaele Grimaldi, Ispettore generale dei Cappellani delle Carceri, secondo cui “stiamo vivendo in un mondo disperato, dove la violenza sta prendendo una dimensione quasi di normalità”.
Ed aggiunge “tutte le manifestazioni che si sono svolte in questi giorni ci fanno molto riflettere, soprattutto davanti a questo disagio giovanile, che non dico è irrecuperabile, però il Governo, la Scuola, la Chiesa e le Famiglie, tutte insieme, devono costituire una rete e collaborare per poter capire in che modo aiutare i giovani che vivono disagi e sono autori di atti di violenza”.

Lo stesso Papa Leone, incontrando i partecipanti al Congresso per la pastorale scolastica e universitaria, ha sostenuto che “i giovani hanno bisogno di sentirsi amati” e che “tanti giovani, abbandonati a sé stessi, non sono aiutati a capire in che modo devono vivere la loro vita”. Pertanto, sul piano umano e cristiano, ha sostenuto Don Grimaldi, “non siamo d’accordo con la posizione del Governo di ampliare le carceri minorili, per un motivo molto semplice, perché questa sarebbe una soluzione possiamo dire immediata, ma che non risolve il problema soprattutto dell’educazione dei giovani”.

La repressione certamente non costruisce niente, anzi la persona repressa custodisce nel suo cuore una violenza che, appena può, riesce fuori e, pertanto, la repressione, per i cattolici, come per la Chiesa, non si può accettare, sebbene si possa comprendere la difficoltà dello Stato ad affrontare il problema per trovare una risposta immediata alle violenze perpetrate. È un dato oggettivo che viviamo in un Mondo dove la violenza è parte del nostro quotidiano e dovunque andiamo c’è violenza, pensiamo ai femminicidi, alle violenze in casa, alla guerra, che ci sta insegnando che a prevalere è il più forte e non serve più il dialogo, mentre la diplomazia potrebbe essere la soluzione migliore per poter risolvere le controversie.

Il dialogo può essere una strada da percorrere, invece di chiudersi di fronte alle violenze, perché è importante dialogare anche con i giovani, per capire cosa chiedono ad un mondo che sta cambiando.
I giovani fanno fatica a guardare con speranza il loro futuro, perché la Società in cui vivono non prospetta un futuro sicuro per tanti di loro ed è per questo, ad esempio, che è importante combattere la povertà educativa e la dispersione scolastica.

Se i giovani si dedicano allo studio e possono accrescere la loro cultura, essi avranno una visione diversa della propria vita, perché anche la cultura aiuta il giovane a costruire un futuro migliore. Occorre, dunque, investire in politiche giovanili che è la risposta migliore rispetto al disagio, ma il problema innegabile è che non si tratta di una soluzione immediata perché i miracoli non si fanno: è un cammino, un processo di cambiamento che può avvenire nella Società in tempi più lunghi.

Il vero problema è che ci sentiamo quasi tutti quanti piccoli davanti ad una Società così difficile e molti di noi rischiano di non impegnarsi più, di rassegnarsi al fatto che il Mondo deve andare così e lo lasciamo andare mentre, come sosteneva Papa Francesco, “stiamo tutti sulla stessa barca, però dobbiamo anche remare affinché questa barca non affondi”.

Occorre chiedersi, tuttavia, da dove nasce tanta rabbia in questi ragazzi che poi finiscono in carcere. Secondo Don Grimaldi, “se un giovane cresce in una famiglia serena, tranquilla, dove c’è l’amore, dove c’è il rispetto, dove si vive la solidarietà umana, questi giovani crescono bene, ma quando in una famiglia non c’è tutto questo, i genitori li abbandonano a sé stessi, il padre magari è in carcere, la mamma deve cercare di tirare avanti la famiglia, e questo è un ambiente che non aiuta i giovani a crescere in serenità”. Ne consegue che dentro di loro, cresce la rabbia, soprattutto nel confronto con altri amici che vivono esperienze diverse perché i genitori lavorano e guadagnano, loro vestono bene e tutto questo influisce anche sulla psiche di un giovane creando un disagio.

Molti giovani detenuti vivono in povertà, non hanno avuto la possibilità di studiare, di vivere in ambienti tranquilli e la verità è che tante persone rinchiuse nelle carceri non sono state aiutate dalla vita. In una tale situazione, la Giustizia Riparativa può essere una strada da battere, soprattutto con i minori che hanno compiuto reati, perché molti cappellani cercano di creare dei percorsi di giustizia riparativa anche e soprattutto nelle carceri minorili. La Giustizia Riparativa, infatti, offre loro una possibilità per evitare ulteriori violenze e l’ulteriore rabbia che tante volte un giovane che ha commesso un reato si porta dentro perché tanti giovani detenuti vivono anche con il rimorso del male che hanno potuto compiere e la giustizia riparativa aiuta a intraprendere un percorso che aiuta pure le stesse vittime, che non dobbiamo mai dimenticare.

In conclusione, l’autorevole Sacerdote ritiene che, per apprezzare la bellezza della vita, possa essere utile anche agevolare il servizio civile dei giovani nel mondo del volontariato perché esso costituisce una forma di educazione in cui i giovani imparano a non rinchiudersi in sé stessi e allargano il loro cuore proprio per far sì che la loro vita sia un dono anche per gli altri.

Dalle parole, condivisibili, di Don Grimaldi emerge una lettura della situazione delle Carceri Minorili che rivela una verità condivisibile: “il Carcere non aiuta l’opera di rieducazione dei minori ma ne aggrava la protesta nei confronti delle Istituzioni ritenute lontane ed assenti dai problemi generati dalla Società contemporanea.

La detenzione dei minori
Sta di fatto che “la detenzione degli adolescenti può aggravare i problemi che dovrebbe risolvere, compromettendone la salute mentale e aumentando il rischio di recidiva”, come ha sostenuto F. Baraggino sulle pagine della stampa del 24 Ottobre u.s. . Si tratta di una tesi analoga sostenuta da un gruppo internazionale di medici e ricercatori in un articolo pubblicato sulla Rivista The Lancet Child & Adolescent Health, che mette sotto accusa la svolta repressiva della giustizia minorile europea, dedicando una particolare attenzione al nostro Paese.

In questo quadro, è apparsa discutibile l’opinione espressa dallo stesso Guardasigilli che non esclude, in linea teorica, neppure la possibilità di abbassare l’età dell’imputabilità sotto i 14 anni, il che accrescerebbe la già grave situazione delle Carceri Minorili, sebbene lo stesso Ministro abbia precisato che il Governo non intenda farlo nell’immediato.
Si tratta di una prospettiva opposta a quella delineata dai citati ricercatori sulla delicata materia nell’articolo, pubblicato lo scorso 10 settembre 2026 sulla Rivista scientifica citata.

Non si tratta di uno studio sperimentale, ma di un contributo scientifico che richiama alcune pubblicazioni e documenti vari per sostenere che “gli ambienti carcerari sono intrinsecamente patogeni e strutturalmente incompatibili con lo sviluppo neurologico positivo degli adolescenti”. Nell’elaborato gli autori denunciano “la tendenza europea a sostituire la protezione dei minori con misure punitive”, come avvenuto in Svezia, dove è stato previsto il trasferimento di quindicenni in apposite strutture per adulti gestite dalla locale Amministrazione Penitenziaria, ma ugualmente in Francia ed in Italia, laddove il c.d. Decreto “Caivano”, nel 2023, ha ampliato il ricorso alla custodia cautelare per i Minori, contrariamente a quanto sostenuto in maniera contraria dalla Dottrina prevalente. Sul punto, la ricerca pubblicata evidenzia che, tra il 2023 e il 2024, i Minori ristretti negli Istituti minorili sono aumentati dell’80% in Italia, del 50% in Germania e di quasi del 20% in Francia, mentre il consumo di psicofarmaci nelle principali strutture è cresciuto mediamente del 41%.

Il problema più rilevante, secondo i ricercatori, è che il carcere concentra adolescenti già vulnerabili, spesso con disturbi psichiatrici, dipendenze o precedenti esperienze traumatiche. A tanto si aggiunge che il sovraffollamento, le violenze, l’isolamento e le contenzioni possono aggravare queste condizioni personali, aumentando il rischio di depressioni gravi, disturbi post-traumatici da stress e abusi di sostanze psicotiche. In tale ottica, particolarmente significativo è il dato sugli psicofarmaci assunti dai Minori poiché, nei principali Istituti penali minorili italiani, nel 2024, la loro somministrazione è aumentata mediamente del 41%, misurata in base alle dosi giornaliere accertate.
Nondimeno, gli stessi ricercatori individuano le terapie necessarie per l’impiego di sedativi, denunciando il rischio che la sofferenza prodotta dalla detenzione venga trattata sul piano farmacologico anziché essere affrontata nelle sue cause, come è emerso in relazione al suicidio di un diciassettenne, avvenuto nel carcere minorile di Treviso.
Uno specifico capitolo dello studio elaborato è dedicato anche ai minori stranieri non accompagnati, sottoposti alla detenzione, a causa della carenza di strutture di accoglienza.

Un’ulteriore criticità rilevata, di assoluta urgenza per la moderna psicologia giuridica, riguarda l’impatto dei flussi migratori sul sistema penale minorile e la sproporzione, negli Istituti, di minori stranieri rispetto a quelli italiani.
I ragazzi appartenenti alle famiglie dei Migranti, sovente confinati nei nuovi ghetti periferici e privati di concrete reti di integrazione, diventano facili prede di circuiti criminali che offrono loro una distorta forma di accettazione, supporto economico e riconoscimento identitario. Questa vulnerabilità sociale si traduce in un allarmante squilibrio nelle carcerazioni, che varia drasticamente da Nord a Sud.

Nel 2022, negli Istituti per Minori del Nord-Ovest, gli ingressi di minori stranieri sono stati più del doppio rispetto a quelli degli italiani (244 contro 118). Una dinamica diametralmente opposta si riscontra negli Istituti del Mezzogiorno e delle Isole, in cui la popolazione carceraria giovanile è composta in prevalenza da Minori italiani.
Tali situazioni differenziate non sono spiegabili unicamente attraverso la maggiore densità di popolazione straniera residente nelle regioni centro-settentrionali, perché esse riflettono piuttosto l’influenza culturale e operativa della Criminalità organizzata locale, atteso che, al Sud, le Organizzazioni sono storicamente strutturate su base familiare, come accertato per la Camorra, Cosa Nostra e la Ndrangheta, che sono solite reclutare ed impiegare prevalentemente i giovani del territorio in cui le stesse operano, mentre al Nord, dove le Associazioni mafiose prediligono l’infiltrazione nei tessuti economici e istituzionali, la gestione della microcriminalità e dello spaccio di stupefacenti per strada, è spesso demandata a nuove leve di origine straniera, che alimentano la già drammatica situazione di sovraffollamento degli Istituti penitenziari.

Da ultimo, i ricercatori criticano gli accertamenti svolti sull’età dei minori siccome fondati su radiografie del polso e dati biometrici, considerati sistemi ad elevato margine d’errore. Su questi presupposti, le conclusioni dell’indagine svolta mettono in discussione l’efficacia stessa della risposta carceraria per i Minori ristretti poiché “lungi dal fungere da deterrente la stessa detenzione favorisce il coinvolgimento nel sistema penale anche in età adulta, causando in tal modo tassi di recidiva superiori rispetto ai programmi alternativi territoriali”, il che conferma le tesi del Barragino innanzi citate.

Pertanto, scrivono i ricercatori, “la soluzione da perseguire in avvenire è quella della c.d. “abolition medicine” ossia quella di trasferire le risorse destinate all’ampliamento degli attuali Istituti minorili verso servizi di salute mentale, istruzione, assistenza sociale e percorsi educativi nonché quello della chiusura delle strutture esistenti nei Paesi europei perché, incarcerare i bambini non è un antidoto ai mali sociali, ma la loro manifestazione più estrema e patogena”. (Segue)

Mario Pavone 

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