Secondo i dati finali esaminati da Johnatan Reiss sul New York Times, il voto israeliano racconta un Paese spaccato ma non ribaltato. Nelle comunità più colpite dalla guerra — Kiryat Shmona al confine con il Libano e Sderot vicino a Gaza, entrambe a lungo evacuate dopo l’attacco del 7 ottobre 2023 e i ripetuti scontri con Hezbollah, così come Ashkelon, Ofakim e i villaggi del nord — il voto prebellico ha sostanzialmente tenuto: Likud resta il primo partito, a conferma di una fedeltà a Netanyahu che la devastazione non ha scalfito.

Tutto diverso nelle città più ricche e laiche attorno a Tel Aviv, da sempre roccaforti del centro-sinistra. Qui, nelle sette località in cima alla graduatoria socio-economica del Central Bureau of Statistics per reddito e istruzione, la coalizione di Netanyahu, che nel 2022 raccoglieva circa il 30% dei consensi, ha subito un crollo netto, superiore ai dieci punti in sei casi su sette. Emblematico il caso di Givatayim, sobborgo di Tel Aviv, dove il blocco pro-Netanyahu si è dimezzato, scendendo dal 30% al 16% circa.

Il dato più sorprendente riguarda la partecipazione. Nelle cinque maggiori città a prevalenza araba l’affluenza è schizzata verso l’alto rispetto al 2022: a Umm al-Fahm, la terza città araba per popolazione, è raddoppiata, dal 38% al 76%. A dominare è stata la Joint List, l’alleanza di tre partiti arabi, seguita da Raam, la Lista Araba Unita di Mansour Abbas, che ha portato al numero due un ex alto ufficiale di polizia ebreo, mossa inedita che aveva già segnalato il tentativo di tenere insieme l’Israele del 1948.

Alta anche l’affluenza nei due bacini tradizionalmente fedeli a Netanyahu. Nelle cinque maggiori città a maggioranza ultraortodossa, che votano in massa Shas e United Torah Judaism, l’affluenza è rimasta pari o superiore a quella del 2022, spinta dal dibattito sull’esenzione dal servizio militare. Stesso fenomeno nei circa 500.000 coloni ebrei che vivono negli insediamenti in Cisgiordania occupata: nei maggiori insediamenti l’affluenza ha superato il dato del 2022 e quello nazionale. Qui a dominare è stato il Sionismo Religioso di Bezalel Smotrich, ministro delle Finanze e alleato di Netanyahu, mentre Likud, pur restando forte, ha perso terreno.

L’immagine rimane quindi la stessa: un Paese dove la guerra non ha cancellato le appartenenze, ma le ha rese più nitide.

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