La pandemia, cominciamo molto faticosamente e lentamente a rendercene conto, sta mettendo in evidenza i limiti di una idea di “progresso” legato alla tecno-scienza di cui sinora non avevamo chiari, come avremmo dovuto, i risvolti e le possibili implicazioni negative. I pericoli del “progresso”- che può produrre anche “malattie”-  perfettamente intuiti un secolo fa da Italo Svevo nella pagina finale del suo grande romanzo, La coscienza di Zeno sono stati ingenuamente considerati spesso timori da terra-piattisti. Tutto sembrava molto semplice.

Il progresso avrebbe da solo provveduto a sbarazzarsi dei problemi che esso stesso provocava. E nella cultura neo-liberista mainstream si teorizzava piuttosto – abbastanza incautamente- la necessità di adeguare gli investimenti per fronteggiare i pericoli dei rischi sempre più incontrollabili ( e tra questi mettiamoci pure anche un virus !), legati alle incognite “inevitabili” dell’innovazione tecnologica. E’ il progresso, bellezza!, si poteva concludere. Si discettava tranquillamente e serenamente sul risk-sharing sulla tolda del Titanic. Ora non più. L’ iceberg  ha travolto queste riflessioni e queste discussioni. O almeno così sembra.

Perché tutto questo? Nella tecno-scienza contemporanea è semplicemente successo che ciò che è  tecnologicamente possibile è divenuto  il contenuto nuovo della realtà. Se si deve fare tutto ciò che si può fare ( così ci dice la tecnologia) e si può fare tutto ciò che è utile fare ( così ci dice l’economia), il gioco è fatto. Siamo entrati completamente entro la società dell’astrazione ( e del rischio). Siamo usciti fuori dalla realtà umana. Siamo nel mondo del cyborg e della realtà virtuale.   E’ per opporsi a questa astrazione che da più parti ultimamente si reclama, senza forse intravederne  bene la novità radicale, forse rivoluzionaria,  una “società della cura”, oltre che per uscire da questa crisi epocale e globale in cui siamo finiti, di cui la vicenda Covid è senza dubbio la manifestazione più evidente.

Non si tratta più dell’esigenza di contrastare una realtà definita da categorie socio-economiche, il capitalismo, la finanza, il finanz-capitalismo ecc. ma di contrastare una realtà molto più ampia e inafferrabile, definita da categorie antropologiche . Come ben mostra l’inconsistenza politica e culturale  di chi oggi si richiama ai  riferimenti classici del modello marxista, pur così importanti in passato per il progresso sociale.

Ma cosa è una “società dell’astrazione”? E’ questo un passaggio decisivo per capire a cosa serve una società della cura. Entrambe sono, credo, categorie  essenziali e preliminari per affrontare in concreto anche una seria analisi del PNRR- ancora in parte oggetto misterioso, come si è scritto- e delle imponenti e impegnative misure che i governi dei paesi UE stanno per mettere in atto per ridisegnare a lungo termine il nostro futuro.

Una “società dell’astrazione” è una società che riduce gli esseri  umani ad individui, cioè ad entità astratte sradicate dal contesto concreto delle loro relazioni sociali.  Come è stato autorevolmente scritto  “…la società dell’astrazione è senz’altro una società della crescita e dell’accumulazione. Accumulazione di capitale e, in tutte le sue forme, di potere. Ma crescita e accumulazione sono fondate in realtà su una serie di perdite dolorose, mutilanti, pregiudizievoli per uno sviluppo della  condizione umana che sia adeguato alla nostra dignità. Così sistematicamente si accumulano valori fittizi e si perdono valori reali: le nostre crescite sono crescite distruttive, come hanno intuito prima i critici della dialettica dell’illuminismo e poi gli studiosi di bio-economia, di ecologia, di psichiatria sociale. Non per niente la società contemporanea è stata definita l’impero delle en­tropie”, R. Mancini, Dialettiche della paura nella società dell’astrazione, in La paura. Riflessioni interdisciplinari per un dibattito contemporaneo su violenza, ordine, sicurezza e diritto di punire, in «Quaderno di storia del penale e della giustizia», n. 1/2019, Università di Macerata, rivista online, p. 38.­

In altri termini noi ci troviamo entro una “società dell’astrazione” ogniqualvolta le applicazioni della facoltà di astrarre ( e quindi le acquisizioni tecnologiche e scientifiche da esse derivanti) si sottraggono ai fini stabiliti dalla facoltà  di pensare  il reale, o meglio, trasformano quei fini in mezzi.  Una società dell’astrazione tenderà perciò a privilegiare, nel progettare il futuro,  meccanismi automatici o comunque estranei alla decisione politica e sicuramente più rapidi, efficaci  e immediati della politica : il mercato, la concorrenza, i parametri fissi di bilancio, gli algoritmi  e così via. Un “progresso” da rifiutare? No, piuttosto un “progresso”da indirizzare, come dovrebbe essere anche per la globalizzazione.

Quali problemi possono sorgere da una eventuale carenza di indirizzo? Per fare un esempio legato all’organizzazione economica, se il principio di concorrenza non è più considerato soltanto un mezzo utile per garantire un fine ( la libertà di iniziativa economica), ma diviene esso  stesso un fine, come quando quel principio viene affermato “a prescindere” dai suoi effetti sociali, siamo entrati pienamente entro una società dell’astrazione. E la eterogenesi dei fini ci porta dove non avremmo voluto andare. Gli “economisti” di oggi sembrano ripetere così, in forme aggravate,  l’errore dei classici del liberalismo di fine XIX secolo che ritenevano  che con la libera concorrenza e con l’ apertura incondizionata dei paesi arretrati al flusso di capitali in cerca di profitti si sarebbero migliorate le condizioni dell’ area arretrata. Quegli economisti non previdero che il lavoro meno produttivo delle aree arretrate potesse “competere” vittoriosamente con quello più produttivo risultante dai nuovi investimenti grazie ad una crescente svalorizzazione del lavoro e dei suoi costi. La produttività del lavoro agricolo nei Paesi Bassi alla fine del  XIX secolo era senz’altro molto più alta di quella  dell’ Europa orientale, ma il grano si esportava dalle aree di lavoro servile  dell’ Europa orientale verso l’ Olanda e non in direzione inversa.

Oggi  siamo andati anche oltre, siamo al dumping salariale reso possibile dalla libera concorrenza. Come avviene col  meccanismo che  permette di “de localizzare” le produzioni e quindi aprire la strada a licenziamenti che si verificano nelle aree più sviluppate ( dove il costo del lavoro è meno depresso) grazie alla incondizionata  “libertà di stabilimento” prevista dai meccanismi pro-concorrenziali europei, che non sono integrati, sino ad oggi,  da alcuna politica  comune industriale o economica europea ( competenza non prevista dai trattati). Il rispetto dei diritti fondamentali come quello al lavoro finisce così per esser considerato quasi una deroga alla libertà di circolazione dei capitali ed alla libertà di concorrenza, che finiscono esse sì  per assumere un ruolo prioritario e un peso prevalente .

Cosa è invece una “società della cura”? E’ semplicemente una società non dell’astrazione, ma della concretezza umana e sociale. Non però un’utopia o un sogno di anime belle- come a prima vista può parere- ma, all’opposto, un ritorno alla concreta realtà umana. A quella concreta realtà di  cui anche il virus Covid, oltre che la società dell’astrazione, ci ha privato.

La  “società della cura” si contrappone non tanto ad una ipotetica società dell’ “incuria”, ma ad una società che considera semplicemente ed astrattamente l’essere umano come un fattore produttivo ( come nudo lavoro) liberamente disponibile e trasferibile, o come un consumatore, un po’ come il capitale o i mezzi di produzione, una società che accetta i rischi inevitabili e impliciti, entro un “progresso” che non può mai esser guidato da altro se non dalle innovazioni introdotte dalla tecno-scienza, che pongono sullo stesso piano i fattori produttivi.

Una “società della cura”  è una società in cui ciò che viene in rilievo  è la considerazione dell’uomo come essere fondamentalmente relazionale, non autosufficiente, viene in rilievo  perciò la tendenza ad una promozione  dell’essere umano in concreto, attraverso tutte le azioni  che danno forma alla vita nella sua qualità migliore, che “fanno fiorire” l’essere , e quindi riparano anche le ferite nel corpo e nell’anima , che vengono dal mondo biofisico  e dalle relazioni con gli altri. Una “società” che dedica energie alla tutela della salute fisica,  alla promozione dell’educazione, all’organizzazione della relazione umana. Una società in cui si mira alla cura del sé, alla cura degli altri, alla cura della natura e alla cura del mondo, si mira alla ecologia integrale ( che non può non tener conto dei costi umani e sociali) e non alla pura transizione ecologica intesa come transizione energetica, da perseguire come un compito necessario in astratto.

Un  solenne ed inatteso riconoscimento ai massimi livelli europei di questa società  della cura  si è avuto a maggio 2021, per bocca della von der Leyen che ha affermato nel suo discorso sullo stato dell’ Unione:   “Durante quest’anno di pandemia- ed anche oltre- questo deve essere il motto anche dell’ Europa:  I care, we care. E’ la più importante lezione che io spero possiamo trarre dalla crisi. E’ una lezione sull’ Europa. Noi ci prendiamo cura dei più deboli tra noi, ci prendiamo cura dei vicini, ci prendiamo cura del pianeta e delle generazioni future”.

Un riferimento, un po’ generico, ma importante perché nessuno aveva indicato in questo modo le finalità della costruzione europea. Anzi niente poteva sembrare più lontano da una società della cura delle politiche europee. Anche senza pensare alla gestione dell’austerity al tempo della crisi greca, le direttive sulla concorrenza prima citate  possono essere un chiarissimo esempio di una assenza totale di politiche della cura.  Neppure  si avvicinava ad una società della cura  chi auspicava una Europa federale sul modello americano. E del resto la federazione  USA non suggerisce certo  l’idea di una società della cura. Anzi, nel  duro spirito del calvinismo originario gli USA sono magari una società della responsabilità individuale e della competizione massima, non certo della cura.

La società della cura appartiene prima di tutto all’ Europa. Forse addirittura è l’ Europa.  E’ come se esistesse, entro la costruzione europea,  una sorta di sotto-struttura politico-culturale ( chiamiamola così) che pur essendo un elemento permanente sembra avere un impatto decisivo solo in situazioni di crisi epocali o nei grandi tornanti della storia. Riflettiamo un attimo su alcune tappe della costruzione europea. Da che cosa è nata quell’iniziativa concretissima di mettere in comune acciaio e carbone per porre fine alle contese e alle guerre dei grandi Stati europei e per assicurare un assetto più giusto al continente, se non da questa ricerca di modalità migliori per il “vivere insieme” ? Ed il Manifesto di Ventotene per una “Europa libera e unita” non è nato dalla volontà di indirizzare  le “riserve materiali  e le forze di lavoro”  a “soddisfare i bisogni fondamentali per lo sviluppo delle energie vitali umane” invece che per  soddisfare “i desideri più futili  di coloro che sono in grado di pagare i prezzi più alti” cioè per soddisfare le più astratte esigenze di mercato?

Potremmo andare anche indietro in questo sommario excursus, risalendo anche  al cosiddetto “concerto europeo” del XIX  secolo che si dedicava a risolvere le crisi internazionali , o addirittura  alle origini dell’ Europa un millennio fa o quasi,  quando la società si rimodella, dopo il caos generato dal crollo dell’ Impero romano, sulla base non delle funzioni sociali o politiche, ma delle relazioni umane. A questo servono   la rete immensa delle comunità monastiche, le nuove città disegnate attorno a “assembramenti” di persone che vivono secondo la medesima legge ( lo statuto) e  che  si liberavano dai pesi del passato, le corporazioni di docenti e studenti che si chiamano università, le opere d’arte che unificano coi loro stili le diverse aree europee, le confraternite e le istituzioni sociali di assistenza e ospitalità, fenomeni tutti di dimensione continentale e non nazionale).

Qui sta la radice della concretezza di società costruite attorno ai fini umani. Qui la specificità e  la indubbia complementarità dell’ Europa rispetto agli USA. Gli USA , come noto, si federarono e si dettero una Costituzione per individuare i mezzi necessari a tenere insieme e perfezionare l’Unione, mentre  i fini, libertà, uguaglianza, diritto alla ricerca della felicità individuale erano già stati individuati dalla Declaration.  L’ Europa no. L’ Europa ha fatto un percorso non solo cronologicamente diverso e lunghissimo, ma anche qualitativamente diverso.  L’ Europa ha dato importanza ai fini, più che ai mezzi , più che alla organizzazione del potere ( è vero anche con effetti disastrosi, cui poi ha posto riparo il costituzionalismo  restituito all’ Europa a partire dall’esperienza americana dopo il secondo conflitto mondiale). Ha fatto una cosa diversa.

E’ proprio per questo però che il ruolo dell’ Europa, oggi non rilevante a livello internazionale, potrebbe divenire, per certi aspetti,  decisivo o comunque importante. Solo una società della cura europea può restituire finalità umane alla politica e porre un rimedio ai fallimenti di una disastrosa esportazione militare della democrazia. I fini veri della politica umana e umanizzante ( lontana dalle arti della bestia, cioè dalla menzogna e dalla violenza)  potrebbero contribuire a perfezionare questa unione ed a darle il rilievo internazionale che essa merita.

Si tratta delle finalità iscritte nel DNA del nostro acquis europeo:  emancipare le persone con una politica che non sia puro esercizio di dominio, ma espressione di relazionalità umana, formare le persone, educandole, prendendosene cura, garantendo loro di vivere, crescere e perfezionarsi liberamente,  rendere solido e compatto il corpo sociale e costruire quella solidarietà senza cui non vi è società, quella solidarietà che non è data in cambio di nulla, non ha molto a che vedere con lo “scambio”di mercato ( pur necessario), ma si lega alla reciprocità e realizza l’esigenza di interagire con gli altri e fare qualcosa per gli altri , nella grande tradizione definita dalla nota, ma sempre dimenticata,  regola aurea dichiarata dai Vangeli  “Quanto dunque desiderate che gli uomini vi facciano, fatelo anche voi ad essi. Questa è infatti la legge e i profeti” ( Matteo , 7/12)

Ma se questa è davvero il fondamento su cui si basa l’Europa, ogni discussione sui grandi problemi attuali sulla sovranità digitale europea, su una vera politica estera e di sicurezza comune,  sul PNRR, sulla transizione energetica , sulla concorrenza, sulla direttiva Bolkestein, sulle future regole di bilancio comune non dovrebbero by-passare quest’aspetto così fondamentale perché al fondamento dell’identità europea e quindi anche della coesione profonda dell’ UE. Una Unione che non raccogliesse le istanze più importanti di una “società della cura”, sarebbe forse una unione, ma sarebbe anche meno Europa,  forse non sarebbe più Europa, ma ben altro.

E d’altra parte solo tenendo lo sguardo fisso su questo fondamento,  sarà possibile- lo scrivo, non a caso,   nell’anno del settecentenario  dantesco, cioè della ricorrenza di un padre dell’ Europa, oltre che dell’ Italia- non “perdere la speranza dell’altezza” ( Inferno, v. 54). Il vero e profondo rischio che incombe su di noi, quello di rassegnarci alla realtà virtuale ed apparente della società dell’astrazione,  ad una realtà avvilente e degradante l’umano che ci imprigiona nella paura e nell’isolamento.     La “società della cura” potrebbe essere  forse la tradizione ed insieme il futuro dell’ Europa.

Umberto Baldocchi