Qualche giorno fa, un amico mi ha consigliato di leggere un articolo di Susanna Tamaro sulle pagine culturali del Corriere della Sera.

Malgrado vi venga citato un autorevole maestro del diritto costituzionale, qual è Sabino Cassese, l’ho travato qualunquista e un po’ stucchevole.

Si può discutere cosa siano la destra e la sinistra. Se effettivamente, come, quando e perché rispondano o meno alle classiche categorie che hanno concorso a definirne la rispettiva fisionomia, così come la conosciamo oggi. Ma quando si sostiene che una certa posizione – in questo caso niente meno che la riforma costituzionale proposta dal governo Meloni – non è né di destra, né di sinistra, vuol dire che siamo scivolati fuori contesto e fatichiamo a ritrovare il bandolo della matassa di un discorso ragionevole. Tutt’al più ci si affida o si allude ad un sorta di benevolo paternalismo, che, al contrario, nasconde, in effetti, una visione per lo meno arrogante del potere. Eppure, non c’è da sorprendersi che un articolo di questo tono sia ospitato dal “Corriere” e rechi la firma di un personaggio che ha saputo conquistare una posizione di rilievo nel nostro universo culturale.

C’è chi prova da tempo – se così si può dire – a “democristianizzare” Giorgia Meloni, spiegando, ad esempio, come la sua sincera “conversione” europea faccia, sostanzialmente, coincidere le sue posizioni con quelle del Cancelliere, democristiano oltre ogni ragionevole dubbio, Merz.

In modo particolare, sembra perseguire un tale un indirizzo il “Corriere”. Infatti – storicamente sempre ossequioso e di più nei confronti di chi detiene, al momento, le chiavi del potere – mette in campo, con dovizia di argomenti e sottigliezze dialettiche degne di miglior causa, le punte di diamante dei suoi editorialista. Si tratta, per lo più , di autorevoli rappresentanti di una cultura liberale, che pur devono destreggiarsi nelle viscere di quell’impasto di populismo, sovranismo e nazionalismo fuori tempo e fuori luogo che rappresenta il mastice tra Lega e Fratelli d’Italia. Il loro ingrato ed improbo compito è rintracciarvi, ammesso che ve ne siano, le labili tracce di una linea politica che dia conto di frutti del tutto difformi dalle radici dell’albero da cui nascono.

In fondo, è la sempiterna idea di una postura “conservatrice” che, all’occasione non disdegna di spingersi fino ad un sostanziale e sia pure benevolo “blocco d’ ordine”, che ha il merito di contemplare tutti gli interessi in gioco – anche secondo una certa inclinazione “corporativa”, in barba al “sindacato tossico” – purché ognuno stia al suo posto e rispetti le dovute gerarchie sociali. Se poi ci sono cattolici che danno una man ben vengano…una spruzzata d’acqua santa tonifica l’impasto e, addirittura, in determinati ambienti dello stesso mondo ecclesiale funziona da lievito. Insomma, la religione assunta come “instrumentum regni”, più o meno come, sui fatali sette colli di Roma, le classi colte dell’antichità consideravano gli dei pagani

Lasciassero almeno in pace la Democrazia Cristiana che è stata tutt’altra cosa. Del resto, è risibile questo risalire a monte il corso della storia e non trovare argomento migliore per celebrare il governo in carica, se non evocandone l’ ascendenza democristiana, piuttosto che al “ventennio”, come in effetti è secondo la genealogia politica, vissuta in prima persona dalla stessa Meloni, che dal Movimento Sociale approda a Fratelli d’Italia.

Ed è davvero sorprendente – oppure no? – che questi omaggi postumi alla Democrazia Cristiana, giungano talvolta da chi, quand’era il momento giusto
per poterlo fare, non le ha risparmiato le critiche più severe.

Domenico Galbiati

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