E’ indubitabile che il consenso popolare che ha accompagnato l’esperienza del governo giallo-verde appare sorprendente, se lo si paragona ai risultati men che modesti sul piano interno e alla inconsistenza imbarazzante in campo internazionale, largamente al di sotto dei pur scadenti standard italiani.

E’ un consenso radicato e “astioso” verso chiunque osi criticare questo o quel provvedimento preso: non solo per la efficace manipolazione dei social che sia i Cinque Stelle che Salvini – più che non la Lega – hanno saputo orchestrare.

Il rancore contro la “casta”, individuata furbescamente dai Cinque Stelle nella “classe politica” (chissà se non sapientemente “guidati”), e contro le “elite”, contrapposte al “volere del  popolo” sempre evocato fin dalle origini dal fondatore della Lega, ha intercettato e dato voce ad un malessere indistinto presente da decenni nell’humus popolare, trasformandolo in un desiderio di indistinta e tumultuosa rivalsa, quasi “giacobino”, che tutte le altre forze politiche non hanno saputo nemmeno intuire.

Non è solo la “povertà”, che pure ha colpito importanti strati di popolazione, e nemmeno il “migrante” o lo “zingaro”, che pure sono problemi sociali oggettivi, il motivo che ha “coaugulato” il grande consenso attorno all’esperienza del “governo del cambiamento”.

La causa principale del malessere di larghi strati di popolazione, e non solo in Italia (anche se da noi il fenomeno è più violento che altrove)  è la “tecnocrazia”.

Da decenni, la vita delle persone  è sottoposta ad un crescendo di norme e di vincoli, spesso poco comprensibili alla percezione del comune cittadino, che discendono da “assiomi” indiscutibili, quasi mai derivanti da decisioni politiche, ma da “verità incontrovertibili” che i “tecnici”, nei diversi ambiti della vita quotidiana, affermano e gelosamente custodiscono, imponendolo alla volontà delle persone.

Alcuni esempi: il rating di uno Stato Sovrano.  Società private, che attraverso tecnici, sicuramente di alto profilo, in base ad assiomi e teoremi derivanti dalle scienze economiche, politiche e giuridiche, valutano con giudizi sintetici la affidabilità d uno Stato, ossia della sua classe politica: piaccia o meno, poiché la classe politica è in qualche modo scelta dai cittadini, i “tecnici” di fatto “giudicano” il popolo e definiscono cosa deve o non deve fare, “pena” conseguenze negative.

Ma chi ha scelto quei tecnici? Di certo sono i “migliori” nel loro campo. Ne consegue che i “migliori” ossia – utilizzando un termine oggi desueto – gli “aristocratici” determinano in base alla loro superiore intelligenza, cosa deve fare uno “Stato”, demandando ai politici di turno (poco importa se di destra o di sinistra) il compito di “eseguire” ciò che è giusto fare.

“Aristocratici” non per censo o per discendenza, ma per “merito”: mentre un “aristocratico per discendenza” può essere maldestro (e gli esempi si sprecano) e quindi può essere “spodestato”, un “tecnico” valente, scelto per merito, come può sbagliare? Di conseguenza, le sue indicazioni sono indiscutibili e vanno applicate sempre, anche se non capite.

Il “tecnico economico” quali legge applica? Quelli del mercato, ovvio. A differenza delle leggi della fisica o della biologia o di altre scienze naturali, le “leggi del mercato” sono solamente deduzioni empiriche di osservazioni, di solito a posteriori, di comportamenti e di scelte fatte da esseri umani, per regolare la reciproca convenienza nelle transazioni di affari: tutto tranne che verità inconfutabili!

Se viene tolta qualsiasi remora – sia essa legata ad una qualche morale, o alla paura nei confronti del sovrano o di chi detiene il potere – come si struttureranno queste “leggi di mercato”? Inevitabilmente, sempre in favore del più ricco, ossia di chi ha più potere economico in quel momento.

Quindi, valenti tecnici, giudicano e danno regole vincolanti per tutti, in base a “leggi” derivate da comportamenti di mercato determinate dal potere indiscusso di chi ha più disponibilità finanziarie, ancorate ad un “assioma” sulla cui verità nessuno dubita da decenni  e che recita: “il denaro genera e deve generare sempre più denaro”, possibilmente nel tempo più breve possibile.

In sintesi, tecnocrati, molto competenti, a servizio di altri “tecnici”, tutti sempre molto competenti, che custodiscono i forzieri finanziari  planetari, cui tutti gli Stati devono inchinarsi: a ben pensarci, il capitalismo di stato cinese non è una anomalia così strana, in quanto cambia solamente il meccanismo con il  quale sono scelti i “tecnici” di più alto grado: in Cina, è il Politburo, in Occidente è la “meritocrazia  tecnocratica”, anche più “opaca” di quella del partito comunista cinese.

Ma non c’ è solo l’economia: anche l’esercizio del diritto è entrato in un cono d’ombra molto simile.

Leggi che devono regolare ogni possibile  ambito dell’esistenza (per prevenire errori o abusi, si intende), spesso di complessa applicazione, che solo dei “tecnici”, certamente molto preparati, possono correttamente interpretare, siano essi tributaristi, giuslavoristi, avvocati, giudici: e il cittadino si deve adeguare, cioè obbedire, anche senza capire.

Non solo nella vita dei “semplici cittadini”: determinano e limitano la facoltà di decisione anche di ministri o sindaci. Non sempre per contrastare il malaffare (obiettivo giustissimo), ma semplicemente per far applicare la “procedura tecnicamente migliore”, ossia quella più adeguata, al di sopra di ogni sospetto e che contempli tutte le possibili eccezioni, possibilmente attraverso procedure “asettiche”, meglio se certificate da società di “tecnici indipendenti”, esperti a loro volta in tecniche procedurali.

Una comunità civile vive non necessariamente facendo la procedura tecnicamente migliore, ma quella che in quel momento appare essere la più rispondente agi obiettivi che si intendono perseguire: perché la pulizia dei sentieri del bosco in un piccolo comune non può essere effettuata dai volontari cui dare strumenti e mezzi comunali, invece che da società specializzate? Perché l’affidamento diretto è sempre (o quasi) “reato”? Sicuri che solo l’offerta economicamente più conveniente sia la migliore? Nella nostra vita quotidiana non sempre è così: siamo capaci di gratuità e di scelte non sempre “economicamente vantaggiose”, ma che determinano ottimi risultati complessivi, perché tengono conto degli equilibri contingenti che in quel momento assumono la priorità sul resto dei principi, pur validi.

E questo dovrebbe essere il compito principale di un amministratore e di un buon politico: la vita degli uomini è fondata su complesse interazioni, non sempre guidate dalla efficienza o da astratti teoremi fondati esclusivamente sulla razionalità.

Come se non bastasse, da almeno un ventennio la “tecnocrazia europea”, anch’essa composta da “tecnici molto preparati” e scelti per indubbio merito, ha cominciato ad interferire quotidianamente nella vita del cittadino, a volte direttamente, a volte per mezzo delle burocrazie dei singoli stati: la finalità è assolutamente condivisibile (ossia definire un insieme di regole e norme che armonizzino la convivenza tra persone di lingue e culture diverse), ma la pervasività con cui si regolano  molti  aspetti della quotidianità è assolutamente intollerabile: sempre e solo perché i “migliori” sanno ciò che è giusto e corretto fare  e che i cittadini – meno competenti –  è giusto facciano, senza possibilità di eccezioni: ai politici il compito di “addomesticare” i propri concittadini, insegnando loro come la decisione dei tecnici risponde sempre alla esattezza dei principi cui si ispirano.

Curioso: affidiamo ai cittadini – in piena legittimità – la completa e assoluta autoderminazione nelle scelte individuali (dalle cure, alle scelte procreative, in futuro anche sulla morte), e li vincoliamo senza nessun tentennamento nelle scelte del vivere comune e economiche, sempre in ossequio alle indiscutibili scelte dei migliori tecnocrati.

I Cinque Stelle, nel loro ingenuo e falso modello  partecipativo, hanno prima fomentato e dato voce al livore di molti, poi lo hanno abilmente intercettato, in nome  della rivolta contro la  “casta”.

Salvini, ha fatto una analoga operazione, trasformando la Lega da movimento autonomista e popolare, in un partito populista in cui sono confluiti moltissimi cittadini attratti dai suoi modi da condottiero capace di sfidare le “oligarchie” e rimettere al centro le aspirazioni e i desideri (magari scomposti e discutibili) del popolo: spesso le dittature nascono con il consenso di un popolo esasperato e non compreso dai “saggi”.

Più i vecchi movimenti politici e i “tecnici” si affannano a cercare di far capire la irragionevolezza delle proposte del governo giallo-verde, più il consenso complessivo a queste due forze aumenta! Non è un paradosso, ma la scontata conseguenza del profondo scontento di molti cittadini che si trovano avviluppati in una miriade di leggi che vincolano la loro quotidianità, norme spesso incomprensibili,  beffardamente vincolate ad un “supremo bene”, peraltro ignoto, da perseguire.

Un movimento politico nuovo e fortemente identitario, non può non mettersi dalla parte del popolo che vuole rappresentare: per difenderlo dallo strapotere delle tecnocrazie, per aiutarlo a trovare nuovi modelli di convivenza civile, fondati sul primato della “persona”. Sappiamo bene che la “persona”, a differenza dell’individuo, è sempre “relazione con” e necessita di regole e norme che abbiano al centro non una astratta idea di perfezione o verità, ma il “bene contingente” per affrontare le  tantissime difficoltà del vivere quotidiano: come affrontare i problemi dell’inquinamento e dei cambi climatici, di una società “anziana”, del difficile equilibrio da trovare di fronte ai drammatici problemi della mobilità e delle migrazioni, come regolare le opportunità date dalle tecnologie senza diventarne “servi”, come aumentare le garanzie nei nuovi modelli di impiego e di lavoro.

Chi, se non un movimento di ispirazione cattolica, può assumersi il compito di “mettersi sulle spalle” la immane fatica di far rinascere i popoli, collaborando con tutti i movimenti, i partiti e gli uomini di buona volontà che troveremo lungo il cammino, combattendo con durezza e spigolosità contro ogni “potere tecnocratico”, anche mettendo in discussione radicale gli attuali assiomi fondativi?

Ecco perché riusciremo ad esistere e ad essere utili, solo se accetteremo di non essere “moderati”: chi sta dalla parte della “persona”, specie se debole e indifesa, non è mai moderato, ma tenacemente rivoluzionario  e non ha timore di lasciare la “geometria politica euclidea” al suo glorioso passato.

Il futuro prossimo è nel principio di indeterminatezza, purchè al centro ci sia l’Uomo.

Massimo Molteni

Immagine utilizzata: Pixabay