Il comunicato con cui la Pontificia Accademia per la Vita interviene sulle nuove linee guida, emanate la scorsa settimana, dal Ministro della Salute in ordine all’aborto farmacologico – e ripreso ieri su queste pagine ( CLICCA QUI ) – non può essere lasciato cadere nel vuoto.
La politica intera non può lasciarlo cadere nel vuoto. Questo vale per chi siede in Parlamento, ma pure per chiunque intenda, pur da ambiti propri della cultura e della società civile, concorrere a “pensare politicamente” una nuova prospettiva per il nostro Paese.
Quei primi articoli della 194 richiamati dall’Accademia Pontificia documentano come il Parlamento giunse, nell’ormai lontano 1978, al varo della legge dopo un duro ed aspro confronto, sostenuto dai cattolici a viso aperto, ma espressione perfino di alcune cautele che determinati ambienti più vicini alla vocazione “popolare” della stessa sinistra manifestavano nei confronti del radicalismo nudo e crudo del duo Fortuna-Baslini. Socialista l’uno, liberale l’altro, cui è intestata la legge espressione di una sfrontata cultura dei cosiddetti “diritti civili” che attraversava, da un capo all’altro dell’arco parlamentare, le forze politiche allora in campo.
Questa cultura ha pervaso, oggi, una sinistra che ha sostanzialmente smarrito la propria vocazione popolare. Con essa, quella sensibilità verso i valori della famiglia, del sacrificio finalizzato all’educazione ed al domani dei figli, allo stesso valore della Vita in sé che, diciamolo francamente, nel popolo “comunista” delle fabbriche non si allontanava molto da ciò in cui credevano i compagni di lavoro, cattolici e democristiani, con i quali condividevano, gomito a gomito, la stessa fatica alle catene di montaggio.
La Pontificia Accademia per la Vita ricorda come la 194 rechi, nella sua stessa intitolazione, il riconoscimento del valore sociale della maternità e come sia, pertanto, a maggior ragione, contraddittorio e deprecabile che la prima parte della legge, relativa agli interventi di prevenzione ed al ruolo dei “consultori familiari”, sia stata abbandonata al proprio destino.
Vale la pena, ad esempio, osservare come il terzo comma dell’art.1 della legge arruoli, oltre allo Stato ed alle regioni, addirittura gli stessi “enti locali” in un’azione diretta ad impedire che l’ “interruzione volontaria della gravidanza” venga utilizzata come strumento di controllo delle nascite.
Questo significa ammettere, sia pure indirettamente ed “obtorto collo”, come l’embrione sia pienamente titolare di un diritto proprio alla vita, per cui effettivamente i casi di autorizzazione all’aborto volontario previsti dalla legge, debbano essere ascritti ad un regime di depenalizzazione piuttosto che al riconoscimento di un diritto univocamente detenuto dalla donna. Significa, altresì, come l’aborto non venisse inteso – come si pretenderebbe oggi con lo stesso recentissimo provvedimento del Ministro – come un evento da circoscrivere banalmente al vissuto privatissimo di ciascuna donna, ma piuttosto come un’occorrenza di cui va talmente riconosciuto il carico di sofferenza e la drammaticità che l’accompagna. E’, dunque, da porsi come questione che, in qualche modo, coinvolge un grado di responsabilità della collettività, perfino nell’espressione concreta della comunità locale, intesa come l’attore istituzionalmente più vicino alla donna, posta in un frangente difficile e doloroso della sua vita.
E’ talmente poco vero che l’embrione altro non sia se non un grumo indistinto di cellule, una sorta di escrescenza del corpo della donna, titolata a disporne, che la stessa collettività, nelle sue varie articolazioni istituzionali, rivendica un diritto di tutela nei suoi confronti. Chiesto per inciso: questa attribuzione di responsabilità agli enti locali, quanti sindaci sanno di contare anche questo ruolo tra le loro incombenze e quanti, finora, se ne sono fatti espressamente carico?  Sempre aggiunto per inciso: ciò sta ad indicare come vi sia stata una stagione in cui ai Comuni era riconosciuto non solo un asettico ruolo “amministrativo”, inteso burocraticamente, ma pure un compito di valorizzazione sociale e di animazione delle comunità locali, protagoniste attive della vita civile secondo la fertile cultura delle autonomie.
Soprattutto – sostiene la dichiarazione importante ed impegnativa della Pontificia Accademia per la Vita – attorno alla prima parte della 194, “…poteva e potrebbe ancora essere cercata ed alimentata un’idea di civiltà condivisa”.
Una tale presa di posizione, da parte di un’ istituzione talmente autorevole, assume il carattere di appello ad un impegno che, in nome della dignità della vita, può essere fatto proprio anche da forze che pur, nel merito dell’aborto volontario, hanno posizioni differenti o addirittura antitetiche. Si tratta, del resto, di riconoscere come il valore della vita non sia fondativo solo in riferimento alle tematiche “eticamente sensibili” per tutti e, almeno per i credenti, “non negoziabili”, bensì  in ordine alla salvaguardia effettiva delle condizioni che, nel quadro di un sicuro ordinamento democratico, garantiscono quei valori di libertà e giustizia non ascrivibili a mere convenzioni sociali.
Per quanto ad un tale impegno non siamo chiamati solo i cattolici, probabilmente tocca a loro – e a noi stessi, nel nostro campo d’azione – proporsi come l’asse portante di un’iniziativa che sappia alimentare una visione nuova.
Del resto –  anche Politica Insieme lo ha evidenziato riportando le prese di posizione della Giovanni XXII, dell’ AMCI, del Movimento per la Vita ( CLICCA QUI ), delle associazioni cattoliche e movimenti ecclesiali della Basilicata ( CLICCA QUI ) e più in generale quelle del centro Studi Livatino sull’aborto ( CLICCA QUI )- le nuove linee guida di cui discutiamo, hanno suscitato reazioni nuove e, per molti aspetti, anche inaspettate che forse alludono ad una diversa sensibilità nei confronti di un argomento talmente delicati.
Certo, va, infine, osservato come manchi, peraltro, nell’attuale panorama delle forze in campo, un soggetto politico che, espressamente in nome di una visione cristiana della vita, sappia sintetizzare e portare ad un punto di franca e schietta iniziativa “politica” questi nuovi fermenti. Ponendo, ad esempio in termini precisi, come di fatto suggerisce anche la nota dell’Accademia Pontificia, una forte iniziativa culturale, politica e pure legislativa per una riforma dei “consultori familiari” che consenta una effettiva, seria, impegnata applicazione di quella prima parte della 194 diretta alla prevenzione dell’interruzione volontaria delle gravidanza.
Appunto, una scelta non di parte, né confessionale, ma di “civiltà condivisa”.
Domenico Galbiati