“Distinguere per unire”, la formula che Jacques Maritain dedica ai “gradi del sapere” nella sua opera fondamentale, segnala un principio di ordine generale che, con le dovute cautele, può essere applicato, per analogia, anche in altri campi.
A cominciare dall’ambito politico, dove tale formula, in qualche modo, evoca il “principio di coalizione”, cioé quella modalità realistica, sottile ed intelligente di unire in uno sforzo comune forze diverse, attraverso il consapevole e leale rispetto di due condizioni: il riconoscimento – e non il farisaico oblio – delle differenze tra i soggetti che sanciscono la condivisione di un impegno e la capacità di assumere tale concorso in funzione di un obiettivo generale sovraordinato alla specificità di ciascuno dei contraenti, piuttosto che banalmente diretto all’interesse particolare di ognuno.
Esattamente il contrario di quelle “fusioni” che, messe in atto camuffando diversità sostanziali sotto le sembianze di un unico partito, hanno prodotto non la capacità di un impegno unitario, bensì uniformità paralizzanti. Il “principio di coalizione”, peraltro, può essere invocato non solo per codificare alleanze tra forze che attingono da culture originariamente differenti, bensì anche per ricomporre divaricazioni, fratture, distanziamenti che, nel tempo, si sono via via consolidati nella “diaspora” che può  intervenire in un campo frammentato di segmenti che pur si nutrono dello stesso humus.
Del resto, la coalizione ha l’incomparabile vantaggio di poter essere sperimentata come modalità di collaborazione, ad un tempo, immediata, eppure cauta e paziente ed anche – almeno nel secondo caso di cui sopra – potenzialmente progressiva. Insomma, riconosce quanto sia importante la processualità di una fase che matura i rapporti, ne manifesta o meno – direttamente sul campo e non in un’astratta sede teoretica – la consistenza effettiva, consentendo, altresì, di denunciare francamente, ove si manifestasse, quella carente efficacia che suggerisce, senza drammi e scene madri di gelosia e tradimento, di separare i destini di ciascuno, prima che una coabitazione forzata e forzosa alteri le fisionomie degli attori in gioco.
E’, del resto, un evento cui abbiamo assistito in più occasioni sul piano istituzionale. Ad ogni modo, per venire a noi, l’interesse che può avere questa elementare e sommaria digressione, in ordine a questa sorta di “fenomenologia” del “principio di coalizione”, è dovuto alla presunzione di poterlo applicare anche nel quadro di quella ricomposizione della diaspora cattolico-democratica di cui si discute da tempo, tra alti e bassi, ma, a differenza di quanto avvenuto in altre occasioni, con quella attenzione persistente che, forse, sta ad indicare come tale prospettiva sia, a questo punto, nell’ordine in sé delle cose.
Nel qual caso, non sarebbe escluso possa valere quel che afferma Victor Hugo: “Non c’è nulla di più forte di un’idea il cui momento è giunto”. Insomma, lealtà vuole che si riconosca come, per quanto l’origine sia condivisa, le strade di coloro che provengono dalla comune esperienza politica vissuta nelle fila della Democrazia Cristiana si sono talmente divaricate, talvolta o forse spesso, anche in atti di sostanziale vassallaggio nei confronti dell’una o dell’altra parte dello schieramento politico nazionale, da rendersi quasi reciprocamente irriconoscibili.
Peraltro, la condizione di possibilità, sia pure forse solo parziale, di un tale percorso di ricomposizione, esiste, almeno sulla carta, ed è rappresentata dal fatto che la tradizione cattolico-democratica non si è mai salvata in corner, irrigidendo la sua postura nelle forme ossificate di un’ideologia stentorea, ma, finché c‘è stata partita, ha sempre tenuto il campo, anche quando il risultato non la premiava, secondo principi, valori e criteri di giudizio che le consentono tuttora di interpretare ed assecondare lo spirito di un tempo nuovo.
Affermando la propria autonomia, valorizzando le competenze, mettendo in campo le facce fresche di una nuova classe dirigente.
Domenico Galbiati