E’ già da un po’ che tutti i media, gli esperti e gli intellettuali fanno a gara per indicarci cosa cambierà dopo la pandemia, cosa abbiamo imparato, di cosa ci ricorderemo e così via. Tutti convinti che la lezione servirà. Sarà così? Penso che per alcune cose lo sarà davvero e per esse si potrebbe togliere il punto interrogativo. Ma per altre non è lecito essere sicuri. Che ce ne ricorderemo o no dipenderà da come saremo capaci di razionalizzare questa gigantesca onda anomala di emotività che ci sta pervadendo. Più che elencare cosa dobbiamo ricordarci della lezione appresa sul campo, infausto esempio di “learning by doing” o “not doing”, vorrei tentare qui alcuni ragionamenti e analisi che possono essere utili al di là degli eventi più recenti. Prima di questa parte razionale, vorrei solo toccare appena il comportamento ben poco solidale di alcuni paesi della Unione Europea: purtroppo ce ne ricorderemo ed è giusto così. Ma Dio non voglia che la Germania diventi responsabile di una terza catastrofe europea!

Gli eventi a bassa probabilità

Per comprendere cosa voglio dire ricordo una affermazione incauta di un virologo che si è a lungo pavoneggiato sugli schermi della RAI: “La probabilità per un italiano di essere contagiato dal corona virus è come quella di essere colpiti da un fulmine”. Quello che mi interessa mettere in evidenza non è che l’affermazione è stata smentita dopo una settimana, ma che la probabilità di essere colpiti da un fulmine è bassa ma non nulla. Tra gli amici è improbabile che abbiate qualcuno che è stato colpito da un fulmine, ma ogni estate i giornali riportano casi del genere. Tant’è vero che ci sono delle regole che si consiglia di osservare se si è investiti da un temporale in montagna. Sequenze alla roulette di n rossi diventano sempre più improbabili aumentando n, ma comunque si verificano prima o poi. Estendendo nel tempo l’osservazione, l’evento apparentemente impossibile, in realtà solo improbabile, si verifica. Negli ultimi tempi dovremmo aver imparato anche l’importanza del fattore spazio: se aumentiamo i luoghi di osservazione dell’evento, aumenta la probabilità che esso si verifichi. Un tempo i danni o vantaggi dell’evento rimanevano confinati nelle vicinanze di dove si era verificato. Ora no quando un evento dannoso si verifica in un punto qualunque del globo la probabilità che diventi globale è assai alta. Quindi in uno spazio così grande come la terra la probabilità del verificarsi dell’evento negativo in qualche posto aumenta, e poi il suo effetto dannoso può rapidamente espandersi a livello planetario. Ciò è accaduto per la crisi finanziaria del 2008 e oggi col COVID-19. Aggiungiamo che le comunicazioni fisiche e di informazione sono oggi sviluppatissime ed ecco che la velocità con cui il danno si propaga è molto elevata.

C’è poi un altro punto. Eventi con una bassa ma non bassissima probabilità si presentano usualmente con una cadenza quasi regolare. Ovviamente l’intervallo fra due di loro è aleatorio, ma è improbabile che si addensino tre o quattro eventi in un breve intervallo di tempo. Improbabile, però ogni tanto accade. Lo sanno bene i progettisti dei codici che correggono errori di trasmissione, tipici eventi rari del mondo delle telecomunicazioni, che però si manifestano sempre in quantità, dati gli altissimi bit rate dei nostri sistemi. E nelle comunicazioni mobili gli errori possono essere anche concentrati in uno spazio ristretto. Dunque tempo e spazio. Quindi questa concentrazione nel tempo e nello spazio accade e come nei sistemi di telecomunicazione dobbiamo tenerne conto in fase di progettazione, in questo caso del nostro modo di vivere. Questi sono eventi molto pericolosi, perché sul piano della presenza media in un tempo abbastanza lungo o in uno spazio abbastanza grande possono avere una entità apparentemente gestibile, ma così non è poi nella realtà. L’analisi della crisi del 2008 porta a concludere che alla base c’era stato proprio un fenomeno di questo genere: concentrazione nel tempo e nello spazio di eventi negativi per le banche e la finanza. Il fenomeno non è per noi nuovo. E’ anche il problema dei picchi, alle poste, in autostrada ecc. Quando arriva un gruppo alla seggiovia si crea una coda che poi fa ritardare le persone per molto tempo.  Si potrà dire che se dimensioniamo le cose per il picco le risorse saranno a lungo inutilizzate. Insomma il rapporto beneficio costo è inaccettabile. Ma se il sistema va in tilt proprio quando serve di più cosa ci importa l’efficienza se poi l’efficacia è nulla? Le reti cellulari sono dimensionate per fare fronte all’ora di punta, non per affrontare un traffico medio costante. C’è  inoltre questa domanda ricorrente: si deve avere un sistema di comunicazione per le emergenze separato da quello che si usa in tempo normale per evitare che le comunicazioni preziose vadano in tilt come quelle ordinarie? In Emilia-Romagna ai tempi del terremoto è stata una fortuna avere un sistema mobile autonomo che aveva inoltre delle funzioni specifiche che erano state introdotte appositamente perché utili per l’emergenza.

Un’ altra domanda lecita è: quanto in là dobbiamo andare nella coda della gaussiana – o comunque nelle zone di bassa probabilità – per avere un valore così basso da stare tranquilli? Dipende dalla intensità del danno che è associata al verificarsi dell’evento. Poiché ormai problemi sanitari, economici, ambientali e via dicendo diventano globali in tempi brevissimi, la risposta è: non possiamo mai stare tranquilli. E’ una di quelle circostanze in cui si deve cambiare la modalità dell’azione e non la sua quantità.

Non credo che una soluzione per contenere il danno sia tornare agli stati nazionali, alle frontiere, ai dazi, chiudere gli aeroporti ecc. Bisognerà trovare una soluzione che usi concetti nuovi.

I due aspetti del tempo

In pratica i benefici di una azione nella nostra società sono valutati quasi sempre in tempi così ristretti che le soluzioni migliori per la nostra vita vengono scartate. Abbiamo avuto negli ultimi tempi una epidemia circa ogni 8 anni. Un evento dunque nemmeno così raro e vicino ai sette anni biblici. Che potesse accadere l’arrivo di un virus capace di espandersi su scala planetaria, saltato su di noi dagli animali, con effetti devastanti, era scritto, con sorprendenti predizioni, in un best seller“ Spillover”,  di dieci anni fa di David Quammen, uno scrittore americano che basa le sue storie su informazioni scientifiche corrette. Ne avevano poi parlato vari articoli scientifici pubblicati in riviste internazionali, e lo stesso Bill Gates nel 2015 ne teorizzò l’arrivo proponendo anche le contromisure.  Se nemmeno Bill Gates  è stato preso sul serio, chissà forse perchè come sapete ormai è uscito dal grande business e si occupa solo della sua fondazione, siamo messi male. Una analisi economica di quanto si doveva fare per tempo per prepararsi ad una eventualità del genere in raffronto ai danni che l’evento avrebbe provocato avrebbe facilmente dimostrato che era conveniente agire. Al contrario un paese come la Francia ha via via prosciugato la riserva strategica di un miliardo di mascherine realizzata da politici passati più lungimiranti. Ora quando faremo la conta dei danni ci verrà da piangere. Se siamo stati così fortunati da non avere già pianto la perdita di un familiare. D’altro canto è così per ogni catastrofe ambientale, terremoto o alluvione che sia. Lacrime di coccodrillo.

Sull’aspetto tempo c’è un esempio in atto che non lascia tranquilli. Il problema dell’ambiente è uno di quelli che richiede una visione di lungo termine per inquadrarlo e una risposta globale e di lungo periodo per la soluzione. L’abbiamo capito? Non sembra ancora nonostante Greta.  Eppure l’economia potrebbe avvantaggiarsi in un mondo che prende sul serio la cosa, e ciò anche a breve. Ed ecco esplicitato per un’altra via il perché abbiamo difficoltà: la nostra società è diventata incapace di muoversi con un largo respiro temporale. Inoltre se la comprensione del problema, complicata dalla visione prospettica che si deve avere in questi casi,  non è condivisa al livello di spazio necessario per dare una soluzione – e questa è la situazione per il global warming – ogni azione localizzata, che comunque va fatta, ha efficacia ridotta. Tutti si devono convincere. Ma come? Forse dimostrando che con la green economy si guadagna? Siamo convinti che sia così, ma vogliamo esporci al rischio che i capitali giudichino che non si guadagni abbastanza e scelgano altri investimenti? E poi in quanto tempo si valuta il ritorno? Insomma la premessa deve essere una convinzione vera della necessità di fare una certa cosa e la consapevolezza che i risultati vanno giudicati nel medio periodo.

Dall’altro lato invece abbiamo verificato che ci sono eventi che quando si verificano poi hanno una rapidità di accrescimento con conseguenti danni rapidissima. Dunque dobbiamo mettere in campo soluzioni e procedure in grado di agire rapidamente. Istituzioni egregie per risolvere i problemi che si presentano in tempi lunghi e che sono per questi organizzate possono essere del tutto inadeguate per intervenire con rapidità. Spiace doverlo dire ma la stessa OMS ha dato modesta prova di comprensione del fenomeno e ha dato, per tempi inaccettabili, indicazioni confuse o addirittura sbagliate, mostrando la  difficoltà della sua organizzazione ad affrontare problemi che richiedono decisioni rapide . Lo stesso principio di precauzione, molto spesso evocato a sproposito, non si capisce perché sia stato ignorato. Eppure c’erano abbondantemente le condizioni di scuola che impongono di applicarlo.

I più deboli

Un’altra cosa che è emersa è che di fronte a questi eventi rapidi sono i più deboli che ne vanno di mezzo più degli altri. Gli anziani muoiono, i lavoratori più precari diventano nuovi poveri, le aziende più piccole sono messe a dura prova se avevano un respiro economico breve, i lavoratori più umili sono quelli che rischiano di più. Insomma la cultura dello scarto tanto osteggiata da Papa Francesco si esalta in queste circostanze e alla lunga può provocare danni sociali molto gravi. E la strage degli anziani era inevitabile? A maggior ragione si deve agire ex ante e non ex post come una cultura dominante vorrebbe di fatto limitarsi a fare.

La lezione da tenere a mente

Dunque in sintesi cosa dobbiamo ricordare, se abbiamo imparato la lezione?

  1. Che gli eventi rari si verificano, la loro probabilità aumenta coll’aumentare del tempo o dello spazio. Bisogna che ci prepariamo. Qualcuno dica ad alcuni economisti che le crescite del PIL indefinite nella storia non ci sono mai state. Comodo dire che è arrivato il cigno nero. Non è così.
  2. Che la attuale forma di globalizzazione è inadeguata ad affrontare i rischi dell’era moderna. Ne va inventata una nuova.
  3. Che si deve avere tutti una mentalità che privilegia l’efficacia sull’efficienza. Almeno per le cose di importanza vitale.
  4. Che a dispetto della velocità data dalla spinta della tecnologia, o forse proprio per questo, le nostre decisioni devono essere improntate ad una visione di medio/lungo termine. L’attuale sistema economico non è disponibile? Vanno fatti dei cambiamenti. Saranno difficili da accettare? Intanto proviamo.
  5. Nella visione a lungo termine va introdotto il concetto che per far fronte alle cose che possono accadere ma sono di bassa probabilità e ad evoluzione rapida, si devono predisporre strutture capaci di reagire in tempi rapidi dopo aver captato i segnali deboli. Azione tempestiva quando ancora il danno non è irreversibilmente destinato a crescere drammaticamente.
  6. Che gli investimenti in ricerca, formazione e sanità pubblica non vanno valutati come le altre spese perché sono la nostra assicurazione per un futuro incerto. Potrei dire che la percentuale di spesa sul PIL va fissata a priori su basi strategiche e non in base alla risorse del momento la cui distribuzione viene solitamente fatta privilegiando il breve termine.

In tutto ciò ognuno ha il suo ruolo e quello che aspetta i governi è il più duro. Ma come i contagi si riducono solo se i singoli fanno ciò che devono, anche i governi agiranno bene se i cittadini saranno consapevoli e convinti di ciò che si deve fare. Ognuno ha la sua parte. E’ chiaro che le imprese più piccole non hanno la capacità di muoversi con prospettive nemmeno di medio termine: è qui che deve intervenire lo stato, dando orientamenti, incentivi, ponendo anche regole se necessario. Non dobbiamo spaventarci delle regole se non sono una miriade di norme cresciute con la burocrazia, ma se rappresentano dei paletti che indicano la strada. Acquisti programmati nel tempo sono un’altra soluzione, se sono sfidanti per le imprese e le spingono a cimentarsi con problemi avanzati.

Principi base per trovare una soluzione

E’ già da tempo che in grandi settori come l’ICT e l’energia elettrica si è passati per spinta naturale da una visione gerarchica e centralizzata ad una distribuita. I grandi mainframe si utilizzano ormai solo per i più complessi calcoli scientifici e risorse di calcolo distribuite come i PC sostengono ormai la stragrande maggioranza delle applicazioni informatiche. Ma i PC non sono isolati, lavorano in rete e ciò consente di distribuire le risorse in modo ottimale sul territorio, attraverso il concetto di cloud. Esistono ancora luoghi dove si concentrano dati e programmi, ma sono raggiungibili in rete da ciascuno e difesi con grande ridondanza in modo che anche in caso di catastrofe i dati non vadano perduti. In Emilia a causa del terremoto molti dei piccoli sistemi informatici dei comuni andarono in tilt e i sindaci non avevano nemmeno l’elenco dei cittadini del proprio territorio. Dunque distribuito si, ma in rete, non isolati. Le comunicazioni sono basate sul protocollo IP, alla base di Internet, che consente collegamenti tra due corrispondenti in molti modi. Ricordiamoci che la nonna di Internet, Arpanet, nacque per l’esigenza militare di avere una rete capace di resistere agli attacchi del nemico. Il sistema non è privo di inconvenienti come la sicurezza e l’hackeraggio, ma rimane un ottimo paradigma.

Anche nel campo dell’energia elettrica il concetto di smart grid sta mutando la visione della produzione e della distribuzione dell’energia con l’utilizzatore che può diventare produttore a sua volta.

Ne emerge un paradigma generale sulla cui base ogni unità periferica svolge in autonomia una serie di compiti: per altri si deve creare una prima messa in rete di un certo numero di unità che agiscono coordinandosi sotto la direzione di una unità responsabile e così via fino ad arrivare a dei compiti generali che sono diretti da una unità centrale. Così sono già organizzate – o lo erano – molte aziende. La tentazione di centralizzare è però così forte che mi sembra che spesso  laddove esisteva una struttura del genere essa è stata progressivamente intaccata. Ricordo solo che alla loro formazione i dipartimenti universitari avevano una serie di compiti che svolgevano in piena autonomia. Oggi non è più così e le regole centrali limitano molto ciò che può essere fatto senza permessi. Si noti che non si dice qui che il livello centrale non deve dare regole ed indirizzi. Ma che essi devono essere abbastanza generali da poter essere poi declinate dalle varie unità periferiche secondo quanto suggerito dagli obiettivi che localmente si vogliono raggiungere. Se le regole sono troppo dettagliate e numerose diventano esse stesse l’obiettivo da raggiungere, ovvero non interessa più il risultato ma una azione conforme alle regole formalmente rispettate. Ecco nascere il problema della burocrazia. Come nel cloud ci sono programmi a disposizione per le varie esigenze delle unità periferiche, così devono esistere, ad esempio nella PA, dei software interoperabili cui possono e devono accedere le unità e così via.

Potrei andare oltre illustrando altri vantaggi che l’adozione di questo paradigma può portare. Cito solo il fatto che in caso di una emergenza in una parte, le altre possono sopperire almeno fino ad un certo punto e riunirsi per un obiettivo comune. La miglior risposta al Covid-19 sembra sia stata quella della Regione Veneto[1] che aveva conservato una organizzazione sul territorio valida. Chi aveva fatto invece la scelta di centralizzare, magari accentuata dalla predominanza di grandi gruppi privati, si è trovato in maggior difficoltà. Diverso è invece il problema delle terapie intensive che devono essere inserite all’interno di una grande ospedale.

In questa emergenza la grande distribuzione è entrata in tilt nell’on line, mentre hanno retto benissimo i fornitori di quartiere con le telefonate e le consegne a casa. Sulla logistica ha retto Amazon, che ha una distribuzione mista tra il territoriale e il locale e tutte le forme di organizzazione locale, dalle pizze ai negozi di vicinato ecc. Già si discuteva se i grandi centri commerciali devono essere “la” soluzione, o se più modeste strutture locali potevano soddisfare meglio le esigenze, almeno nel nostro paese. In ogni caso una maggiore autonomia logistica dei negozi di catena presenti sul territorio aiuterebbe a migliorare l’affidabilità del sistema. Abbiamo avuto la risposta. Ovviamente tutta questa improvvisata logistica è basata sul telefono e va modernizzata. Qui si può discutere se un appoggio ai piccoli non possa essere giustificato da motivi strategici e non assistenziali.

La soluzione a molti problemi di mancanza di mascherine, respiratori, tute ecc. sta venendo convertendo aziende specializzate ma non grandissime che sono presenti in molte delle regioni più martoriate. Credo che ci sia abbastanza per concludere che un sistema che è presente in modo distribuito reagisce meglio alle emergenze di uno centralizzato. Ma c’è un punto in più che non è tecnologico. La reazione che c’è stata è stata determinata fortemente dal senso di solidarietà e di coesione che era presente. Questo elemento mi fa ricordare le famiglie i cui membri operano dapprima per il bene dei congiunti, ma quando sono coese si aprono e allargano la loro capacità di solidarietà al di fuori. Nello stesso tempo quando un problema non è risolubile all’interno deve esserci un livello superiore che offre la soluzione. E’ una sussidiarietà progressiva che via via che si allarga perde forza dal punto di vista emotivo, ma ne acquista oggettivamente. Lascio agli esperti l’analisi di quanto qui scritto rientri nel principio di sussidiarietà e del ruolo che in questo contesto deve avere il terzo settore. Insisto qui sul fatto che se la solidarietà sparisce e l’obiettivo della azione si allontana tutto diventa freddo e burocratico e non funziona più. Questi sentimenti albergano certamente nelle menti dei sanitari, sia di quelli degli ospedali, sia di quelli che sono accorsi dopo la chiamata alle armi. Non è che si ritorni al “piccolo è bello”. E’ bello se è in rete.

In Italia è nata in questi tempi una forma di nazionalismo che non è quella becera del “prima gli italiani”, ma che nasce dalla consapevolezza che la dimensione nazionale è quella che meglio ci aiuterà ad uscire dall’impasse. Al di là di alcune sgradevolezze è normale che in questa prima fase ogni nazione abbia tentato la sua via alla soluzione. E soluzioni regionali diverse hanno meglio evidenziato le pratiche migliori.  Ma in prospettiva bisogna creare una rete dove i compiti sono definiti con precisione. Dalla periferia al centro. Tutti hanno detto che va potenziata la struttura dell’emergenza sanitaria con sezioni di pronto soccorso più distribuite ed efficaci e con filtri a monte per fare una prima selezione. Ma attenzione che la chiusura di ospedali territoriali fu giustificata con motivi economici e non si è rivelata adeguata sul piano della efficacia.

Lo specifico dell’ICT

E’ chiaro che tutto quanto ho sopra esposto chiarisce l’importanza strategica delle telecomunicazioni e più in generale delle tecnologie ICT. Vale la pena di ricordare che più di un decennio fa si decise a livello nazionale che ciò non era vero. Venne eliminato il Ministero delle Comunicazioni, invece che estenderlo a tutto il mondo ICT, e venne inserito in un ministero economico. Venne abolito l’organo governativo di consulenza, il Consiglio Superiore  con l’idea che ormai tutto potesse essere lasciato alle libere leggi di mercato e che il paese non aveva più bisogno di una politica industriale per l’ICT. Gli ultimi governi hanno invertito la tendenza, con una notevole immissione di risorse su obiettivi come la BUL, ma con una strategia ancora confusa. La riorganizzazione del settore è uggi una priorità. Certo si deve prendere atto di quello che oggi è divenuto lo scenario competitivo, ma è ora di smettere di fare e disfare.

Sul piano tecnologico si è già detto che il sistema ha dato prova di essere basato su una tecnologia abbastanza solida. In effetti le reti hanno retto sostanzialmente bene anche se sono state messe sotto stress con punte di aumenti del 70%. Nelle grandi città c’era un sovradimensionamento a disposizione che è stato immediatamente sfruttato, assieme all’uso intelligente delle ridondanze. Il mobile è stato avvantaggiato dal fatto che, stando i clienti in casa, molti hanno usato il Wi Fi alleggerendo la rete dati cellulare. Se si facesse un discorso di efficienza globale invece molto c’è ancora da fare. Il mercato ha separato la parte infrastrutturale del mobile dal servizio, ma nel fisso, dove i costi sono anche maggiori, ciò non è avvenuto. Apparirebbe logico avere una unica rete in fibra per raggiungere le case e ridondare le grandi dorsali in modo ragionato e non seguendo i capricci del mercato.

Un breve cenno all’uso delle tecnologie ICT per aiutare a ridurre il contagio e controllare meglio le situazioni a rischio. E’ stata scelta una soluzione detta Immuni, basata sull’uso del Bluetooth, secondo la tendenza europea. L’impressione è che si sia pensato più ai problemi della privacy che non all’efficacia del risultato. Sull’uso del Bluetooth sembrano ormai convergere le soluzioni più accreditate. A me sembra che l’uso unico di questa tecnologia porti ad avere molti risultati privi di significato o falsi allarmi rendendo così poco efficace l’azione di supporto tecnologico.  E ci sono dubbi su cosa potrà offrire se solo pochi la installeranno ( si parla di una percentuale del 60% di adozione perché abbia efficacia).  Ma soprattutto mi dispiace che ci si sia limitati ad immaginare una versione tecnologica del campanello dei lebbrosi. Oggi le tecnologie di geolocalizzazione potrebbero essere ben usate per aumentare un po’ la libertà di movimento, diritto che abbiamo ormai perduto.  Ad esempio, se uso la macchina, ai fini sanitari poco importa se faccio un km o dieci. L’importante è che non mi fermi e che il posto d’arrivo sia sicuro. Una app, usata col consenso degli utenti, potrebbe monitorare lo spostamento che potrebbe essere autorizzato singolarmente o come categoria per verificare la correttezza del comportamento. E’ solo un esempio di un universo da esplorare per dare un vantaggio immediato a chi installa l’app e facilitare il controllo. Possiamo accettare di perdere qualcosa su un diritto se acquistiamo qualcos’altro per un altro che è stato fortemente limitato? O la nostra perdita di privacy si accetta solo se possiamo far finta di non accorgercene come accade continuamente nei confronti dei vari Apple Google Facebook ecc.?

Più in generale in questi tempi di emergenza, abbiamo imparato ad usare mezzi di comunicazione che pochi prima avevano familiari. Quando avremo la possibilità di ritornare ad una vita fisica normale non dimentichiamoci di quanto di buono abbiamo imparato. Dovremo riportare nel “vecchio mondo” le cose migliori di questo periodo. Se lo faremo avremo molti vantaggi di vario tipo.

Ma cosa succede se ci proiettiamo fuori dai confini nazionali? La prova di solidarietà a livello europeo è stata modestissima. Hanno fatto addirittura meglio paesi esterni. Shengen è di fatto crollato del tutto dopo che vari paesi avevano già provato a sospenderlo singolarmente. Di strategie comuni per difendersi dal virus  se ne parla a stento. Della solidarietà economica abbiamo già parlato. L’empatia tra stati non arriva nemmeno al capitalismo compassionevole. Eppure non possiamo fare a meno di una dimensione europea che però non deve essere quella dei bottegai. Dobbiamo rimettere insieme i cocci. Da dove possiamo partire? Dai ragazzi di Erasmus. Dal sistema formativo sempre meglio integrato. Dalla scienza che tutto sommato ha mostrato una certa coesione anche se è stata ben lontana dal parlare con una unica voce. Francamente dopo avere visto il comportamento di alcuni paesi cocciuti fino all’inverosimile a costo di un comportamento autolesionista sono scettico. Un libro di un po’ di tempo fa era intitolato “Il costo e il valore di una vita umana”. Evidentemente non siamo d’accordo su quello che si può spendere per salvaguardare la vita, il primo valore esistente. Pensate che la prima opzione di Boris Johnson e Donald Trump fu affidarsi alla immunità di gregge, che ancor oggi non si sa se sarà raggiungibile, che avrebbe comportato la scomparsa di una intera generazione.

Anche quando si tratta di guardare lontano ci sono diversi gradi di miopia. Ford suggeriva a tutti gli imprenditori di pagare bene i dipendenti altrimenti sarebbero mancati i compratori per le auto. Temo che per ripartire si dovrà cominciare con una limitata messa in comune che sia pari alla solidarietà esistente. Non può essere senza conseguenze che qualcuno pensi tuttora che se la caverà meglio degli altri e quindi …

Contrastare l’emergenza

Per far fronte all’emergenza, da qualunque parte arrivi, si deve predisporre un piano e delle risorse. Si tratta di scorte, di persone, di capacità produttiva, di danaro. In condizioni normali ognuna delle cose sopra citate viene usata in un modo ordinario. Non appena si avverte l’emergenza tutto ciò si indirizza nella direzione per far fronte alla minaccia. Non si può prevedere tutto ma ci si può preparare al meglio per reagire all’improbabile. Economico, sanitario, ambientale. Come ente base di coordinamento c’è già la Protezione Civile, ma essa deve costituirsi come una rete dove ogni nodo sa quale è il suo nuovo compito in emergenza. Chi scrive ha già anni fa indicato come il grado di digitalizzazione della nostra Protezione Civile è inadeguato agli scopi che essa deve perseguire e arretrato rispetto allo sviluppo tecnologico. Un serio programma di messa in sicurezza del territorio basato sul massiccio uso del digitale è necessario. E’ una versione della homeland security. In Emilia Romagna alcuni passi in questa direzione sono stati fatti, ma in mancanza di investimenti adeguati si è ancora indietro.  Proseguendo con il ragionamento, appena avvertita l’emergenza, da segnali ancora deboli,  si attiveranno i nodi che sono legati alla emergenza specifica. Porte di isolamento andranno attivate in caso di contagio per circoscriverlo. Non si tratta solo di zone rosse ma anche per esempio di immaginare contromisure economiche di barriera per circoscrivere il danno. Immaginate prima e quindi avviabili subito. Ciò va fatto quantomeno a livello nazionale ma se la solidarietà europea ritornasse potrebbe estendersi. Lascio ad un successivo approfondimento la declinazione di tutto ciò in campo economico.

Qui per ora mi fermo. Se si dovesse condividere in modo ampio questa impostazione un gruppo di esperti potrebbe approfondire la tematica ed arrivare ad una proposta concreta. Ma non accettiamo che una parte del paese esca da questa esperienza profondamente mutata e un’altra sia ai blocchi di partenza per ricominciare tutto come prima. E’ successo dopo il 2008, ma stavolta è troppo pericoloso fare gli struzzi.

Gabriele Falciasecca

Professore Emerito Alma Mater Studiorum Università di Bologna

[1] Il Veneto è la regione che sta andando meglio proprio per questo mentre Lombardia e Piemonte sono più in difficoltà. L’Emilia-Romagna ha un sistema sanitario pubblico eccellente ma stava rischiando di eccedere in centralizzazione per problemi economici: vediamo cosa accadrà in futuro.