Siamo sulla soglia dell’ anno nuovo ed i tradizionali auguri hanno un che di beffardo, dato che siamo destinati a portarci appresso, ben oltre Capodanno, dalla guerra alla pandemia tuttora strisciante, dalla crisi ambientale a quella energetica, un ventaglio di questioni che non lasciano intendere soluzioni ravvicinate. Suggeriscono, piuttosto, la convinzione di un’ impotenza della politica, quasi fossimo davanti ad eventi che siano frutto di un fato ineluttabile che trascende la nostra capacità di imprimere un diverso indirizzo alla storia dei giorni nostri.

Il rischio è, dunque, che si aggravi ancora e si avviti la disaffezione nei confronti delle istituzioni già ampiamente documentata, cresca l’ “atomizzazione” del tessuto sociale, che, a sua volta, induce ognuno a rabberciare al meglio la propria condizione, come se ciò fosse possibile solo al di fuori di un quadro di compatibilità generali o addirittura a suo dispetto. Forse ancor più temibile che non l’esplosione di forti tensioni sociali è questo sfarinamento, il progressivo sgranarsi della coesione sociale come se ognuno fosse rassegnato, abbandonato a sé stesso, consegnato all’alea indecifrabile di un’ algida solitudine.

Eppure la nostra società è percorsa, ad esempio, da un formidabile impegno nel campo del volontariato che, però, per quanto sia diffuso, non riesce a fare sistema, ad uscire, anche qui, da una pluralità encomiabile di nicchie che non fanno rete e, quindi, non creano un sentimento sociale diffuso e coinvolgente che riproduca, sul piano generale, quella cifra di generosità, di impegno gratuito, di reciprocità solidale di cui, per parte loro, danno prova. Né, per quanto sia nato da una recentissima consultazione generale che, da taluni, nel campo dei vincitori, è stata salutata come una catarsi, il riscatto da una stagione tormentata e grigia, il governo Meloni non riesce ad infondere al Paese, se non una speranza, almeno un senso di fiduciosa attesa.

Il governo “governicchia” e traccheggia, inclina dalla parte dei suoi, non trasmette sentimenti di rassicurazione e di effettiva equanimità, non offre una visione che vada al di là del bisticcio su aspetti sostanzialmente marginali, per quanto investiti di forti valenze simboliche. La “precarietà continua ad essere la cifra che prevale ed inquieta la vita dei singoli e della collettività, laddove il Paese avrebbe, al contrario, bisogno di uno sguardo penetrante che dia consistenza, spessore, profondità al tempo in cui ci stiamo inoltrando.

Peraltro, non si può demordere. E’ ancora possibile coltivare una speranza? L’ Italia – come, del resto, l’Europa – avrebbe bisogno di un’ispirazione, di un’idea forte che dia forma e colore al domani. Avrebbe bisogno di darsi un compito, di adottare un progetto che la proietti al di là dell’ immediata contingenza e susciti un moto di coinvolgimento e, se possibile, di entusiasmo. Senonché, non sembra lecito attendersi che qualcuno sappia dare un colpo d’ala e, dunque, è necessario armarsi di pazienza e ricucire, una dopo l’altra, le lacerazioni più offensive, le diseguaglianze crescenti, e poi via via le mille smagliature che deturpano il volto di una società che pur avrebbe potenzialità straordinarie.

Non si può contare su illusorie semplificazioni, come se si potessero sciogliere d’ incanto nodi che vanno, invece, attraversati esplorando le mille articolazioni della loro complessità. Insomma, ripartire dal basso, ricomporre le relazioni sociali prendendo le mosse dai territori e dalle periferie non è uno slogan, ma forse l’unica strategia ancora possibile per riassorbire la cosiddetta “liquidità” sociale che lamentiamo. E questo ci interroga anche in funzione di quale debba essere oggi, in un contesto talmente diverso, il ruolo che spetta a forze politiche che non siano la fotocopia dei partiti che furono, ma piuttosto rispondano ad istanze inedite.

Nessun dubbio che il loro compito primario sia quello di portare la loro visione dentro l’ordinamento istituzionale del Paese, sapendo che il potere non è “sterco del diavolo”, ma piuttosto quello straordinario strumento che può consentire alla politica di rappresentare la più alta forma di carità. Ma, nel contempo, devono anche saper schiodare la politica dal “palazzo” e riportarla tra la “gente” affinché diventi “popolo”, acquisendo la capacità di “pensare politicamente”, esercitando quel compito di analisi e di vero e proprio discernimento che consenta quel vasto processo di maturazione civile, in carenza del quale le società post-moderne, secolarizzate e globali rischiano di essere ingovernabili, come se fossero sabbia che scivola via dalle mani.

Domenico Galbiati