Ciò che sta accadendo in Europa è estremamente drammatico. L’organo rappresentativo dell’UE, l’Europarlamento, sta mostrando tutta la fragilità di una istituzione che non ha la capacità di opporre solide barriere alle influenze occulte e corruttrici dei poteri finanziari e statuali di calibro mondiale. Ma soprattutto, di fronte alla guerra in Europa, gli organi dell’ UE non sembrano in grado di articolare una comune posizione che ponga le basi per una vera cooperazione pacifica in grado di ricostruire le relazioni internazionali sconvolte dalla guerra e di evitare una “guerra globale” (non ancora mondiale) che somiglia sempre più, per numero di nazioni economicamente e politicamente coinvolte, e per i suoi risvolti economici,  alla “grande guerra” di un secolo fa, anche se la guerra combattuta coinvolge “solo” lo stato aggredito e quello aggressore.

La drammaticità della situazione è ancor più evidenziata dal fatto che dopo dieci mesi di guerra le parti in conflitto non hanno concordato mai neppure un’ora di tregua. Neppure il Natale 2022 sembra averne fornito l’occasione.  Strano, almeno a prima vista. Tanto più che nella “Grande guerra”- la vera “madre” di tutte le guerre del XX secolo- prima che violenza ed odio travolgessero tutto, fu realizzata, per il Natale 1914,  una tregua “natalizia” grazie all’iniziativa anomala e eccezionale  di soldati ed ufficiali, non dei governi. Su questo ha opportunamente richiamato l’attenzione il quotidiano l’ Avvenire in data 11 dicembre 2022, che ha lanciato la proposta di pubblicizzare, tramite i media, l’episodio vero, anche se incredibile, della tregua natalizia del dicembre 2014 realizzata spontaneamente sulla frontiera franco-tedesca e immortalata dal film di  Christian Carion “JOEUX NOEL  1914” presentato a Cannes nel 2005.

Dovrebbe sembrare un po’ strano, in effetti, in paesi a cultura cristiana, celebrare l’evento che presenta il fondamento trascendente della fratellanza degli uomini e della unità del mondo, rimuovendo semplicemente la realtà ripugnante, ma condivisa, di cristiani che si uccidono tra di loro, ciascuno con le sue buone ragioni. Neppure il fatto che vi sia una guerra “giusta” di autodifesa di un popolo può, credo, giustificare questo.

Luigi Pirandello in una straordinaria novella ( Un goj) ha messo in evidenza l’ipocrisia che potrebbe albergare in quei cristiani che ricordano l’evento che annuncia la “pace” agli uomini amati dal Signore, magari allestendo un pacifico “presepe”, senza provare rimorso per il fatto  che quei medesimi cristiani  rivolgono l’uno contro l’altro i propri cannoni e le proprie artiglierie.

Che senso ha, per un credente, celebrare  addirittura l’ avvento di una  “pace” di nuovo tipo,  intesa come unione degli intelletti e delle volontà, senza tener conto che ci troviamo in mezzo ad una guerra che non sembra accettare altre regole che quella della forza? Ma che senso ha anche,  agli occhi di un non credente, una celebrazione che sembra riferita ad un evento che pare quasi fiabesco, tanto ciò che si celebra è lontano da ciò che ormai crediamo la solida e unica, anti-umana “realtà” del mondo  umano?

In effetti, c’è qualcosa di profondamente disumano, ma disumano in senso nuovo, nella guerra in corso in Ucraina. Di post-umano, dovremmo forse dire. Ci sono stati progressi enormi nella tecnologia militare negli ultimi anni, ed altri ce ne saranno,  e questa guerra li ha già messi in mostra: ampio uso dei missili, guerra fatta coi  droni che colpiscono a grandi distanze, sabotaggi come quello ai gasdotti non rivendicati ufficialmente, come avviene nelle strategie dei terroristi, morti e sofferenze “indirette” causate dalle distruzione alle infrastrutture civili essenziali, oltre alle torture ed alle stragi di civili inermi prudentemente occultate.

Così, non è più possibile vedere in volto il nemico o distinguerne il profilo umano. L’esatto opposto della guerra di trincea del grande conflitto mondiale. C’è un “distanziamento tecnologico” che ci impedisce di vedere il “nemico”, di conoscere il suo habitat, il suo ambiente. Un missile può essere teleguidato da località remote su un obiettivo individuato da un algoritmo. Spariscono dalla vista le persone concrete, in carne ed ossa , rimangono numeri e cifre. Rimane l’astrazione. Ma  la “prossimità” del “nemico” per cui, nelle trincee della guerra 14/18, si viveva, si combatteva e si moriva gli uni in vista degli altri era sì un elemento di disumanizzazione, ma di una disumanizzazione che poteva anche tradursi in una ri-umanizzazione che passava attraverso il dolore e la pietà. Questo il senso della vicenda poetica di un combattente della “grande guerra” di Giuseppe Ungaretti, interventista di guerra e poi approdato alla denuncia vibrante e appassionata della immane tragedia bellica.

La “grande guerra” aveva così fatto  emergere un carattere centrale della guerra : senza nemico “naturale” o “culturale”- senza un “altro” con cui niente può essere  in comune, perché ciò è impedito da “natura” o dalla “cultura”-  non ci può essere guerra globale o guerra assoluta. La  “guerra di mercato” il “macello grande” come la definì Pirandello ( Berecche e la guerra) non diversamente da Benedetto XVI che la definì una “inutile strage” ha bisogno di questa idea. Dopo il secondo conflitto mondiale ci siamo invece un po’ abituati a considerare la criminalità della guerra come l’effetto finale della criminalità personale di Hitler, ci siamo abituati a personalizzare la criminalità di guerra. Dimenticando gli elementi “culturali” che sono stati costruiti proprio per rendere possibile ed accettabile la guerra.

Abbiamo così dimenticato la genesi concreta della criminalità di guerra  che esiste non grazie soltanto a singole personalità ma soprattutto grazie all’acquiescenza ed alla remissione di grandi masse umane. Questa criminalità, come ben ha spiegato Bauman, è nata dal “progresso” bellico e tecnologico e col “progresso” si è sviluppata.

“Il progresso ( delle armi moderne) è consistito  principalmente nella progressiva eliminazione  delle possibilità di un combattimento corpo a corpo , di compiere l’atto di uccidere  nella sua dimensione umana , nel significato attribuitogli dal senso comune; quando le armi separano e allontanano  invece di avvicinare  e mettere di fronte  gli eserciti nemici,  l’abitudine dei combattenti alla soppressione dell’istinto morale  o gli attacchi diretti alla “vecchia” morale  perdono gran parte della precedente importanza, poiché l’uso delle armi sembra avere un rapporto astratto  con l’integrità morale di chi le utilizza….La società industriale ( riesce ad) ampliare la distanza fra gli uomini fino al punto  in cui la responsabilità e le inibizioni morali non riescono più a farsi sentire” “ ( Zygmunt Bauman, Modernità e Olocausto, Il Mulino, 1992,  p. 261, 260)

Se la “prossimità”, sostituita dalla separazione fisica e spirituale e dal “distanziamento sociale”, si dissolve,  se vi è la “morte del prossimo”, allora la responsabilità è messa a tacere e tutto diventa possibile, non c’è limite all’atrocità. E’ quella separazione ciò che ha che consentito   a migliaia di uomini di uccidere  e a milioni di altri di osservare l’assassinio senza protestare. Come oggi può fare chi si appassiona a riprendere coi telefonini le tragedie umane cui assiste.

Solo se quella separazione dalla realtà viene meno allora non è più garantito il conformismo ad ogni volontà di guerra. La disciplina di guerra è esposta al rischio di un distanziamento critico e di un ritorno della razionalità umana e  della saggezza. La separazione dell’uomo dalla realtà perciò era essenziale per i totalitarismi,  ovviamente soprattutto in guerra. Per questo le ideologie totalitarie e il nazismo si sforzavano di sfigurare il volto umano, di degradare il nemico- basta ricordare la graduale e astuta degradazione degli Ebrei prima di avviarli alle camere a gas-  per poi poterlo eliminare, senza il “rischio” di una ripulsa morale dei subordinati.  Oggi non vi sono più queste ideologie totalitarie al potere degli Stati , ma soprattutto è divenuta superflua la pratica della degradazione. Non c’è più il bisogno di sfigurare il volto umano.

La tecnologia consente di rimuovere e cancellare il volto umano e quindi rendono possibile tutto. Si schiaccia l’individuo senza odio umano, in modalità totalmente post umane. La tecnologia in queste modalità è essenziale per dar vita alla grande menzogna, senza la quale la logica di una guerra assoluta sarebbe in pericolo. L’ idolo della guerra può allora   vacillare e rovinare a terra, se quella menzogna è rimossa.  Per questo ogni tregua, ogni sospensione della logica di guerra è pericolosa per chi crede nella priorità della violenza. Rischia di disturbare la logica della guerra, anche solo facendo riflettere o riaprendo spazi all’umanità. Per questo più si avvicina il Natale meno si parla di tregua.

Il Natale cristiano è un pericolo serio per questa concezione disumana.  La pace non come condizione di equilibrio  o di sicurezza  ma come  concordia delle menti e delle volontà degli uomini, la pace come accordo delle volontà,  come unità delle persone e come costruzione paziente e frutto di saggezza, più che di equilibrio  . La pace come ordine, e l’ordine come unità nella libertà, non nella simbiosi forzata. In effetti ricordare e celebrare la nascita di Colui che annuncia il messaggio di voler unire gli uomini nella verità e nell’amore, di cui il profeta Michea scrive che “Egli stesso sarà pace” ( Michea, 5/4) è qualcosa che si colloca esattamente all’opposto di quel modo di pensare. In questo senso ogni interruzione delle armi- prima di un “evento finale” del conflitto- potrebbe costituire un “pericolo”.  Questo però potrebbe essere il senso di questo Natale 2022.

Umberto Baldocchi