Un altro 20 settembre è destinato a lasciare il segno sulla storia d’Italia. Proprio nel 150.mo anniversario della breccia di Porta Pia, una tremenda picconata viene inflitta non a un muro ma all’assetto costituzionale della Repubblica. Infatti nelle stesse giornate del 20/21 settembre 2020 gli italiani sono stati chiamati al referendum confermativo sul taglio dei parlamentari e al voto in sette Regioni, oltre al un rinnovo di un migliaio di comuni. Con riferimento alle Regioni, erano interessati al voto oltre 18 milioni di italiani, circa il 40% del corpo elettorale nazionale. Un dato significativo.

Al referendum ha votato il 53,84% degli elettori: quasi il 70% favorevole, il rimanente contrario. L’esercito dei vincitori, lasciando da parte i leader politici, ha esultato sui social invocando che al più presto faccia seguito un drastico taglio degli stipendi dei parlamentari. Emerge, dunque, che la stragrande maggioranza di chi si è espresso per il SÌ non l’ha fatto per auspicare l’avvio di un processo riformatore. Del resto sono apparsi ben poco credibili quei leader politici che chiedevano il SÌ per poi procedere con le riforme. Senza specificare quali, né quando, né perché.

Ha vinto il SÌ perché in una larga parte dell’opinione pubblica si è “istituzionalizzata” l’anti-politica coltivata negli ultimi decenni: da “Roma ladrona” per sfociare nel decennio dei “Vaffa…” passando per il giustizialismo di Mani pulite e la sempre più totale identificazione della classe politica con la casta. Così nell’opinione pubblica si è diffuso il virus dell’anti-politica anche se la stragrande maggioranza è asintomatica, pertanto non ha percezione di essere infettata.

Per questo motivo quello che è successo al referendum è ben poca cosa rispetto a quanto successo alle Regionali. Ilvo Diamanti su Repubblica del 23 settembre parla di “presidenzializzazione diffusa del paese che avviene attraverso le Regioni”. Invece sta succedendo qualcosa di più grave. L’esito del referendum sancisce che gli italiani vedono il parlamento come un ramo secco, qualcosa da sfoltire e magari eliminare. Nello stesso giorno gli italiani hanno deciso di affidare la guida delle Regioni a “capitani del popolo” con carta bianca sul da farsi, soprattutto senza controlli. Basta osservare attentamente quello che è successo in Veneto. E’ solo il caso più eclatante. Se a livello nazionale due italiani su tre hanno intrapreso la strada di mettere il Parlamento sempre più ai margini, in Veneto quattro su cinque hanno già messo ai margini il consiglio regionale: hanno incoronato un doge, per governare basta e avanza.

Il primo partito è un non-partito: è il comitato elettorale del presidente uscente e rieletto quasi con un plebiscito. Da solo il non-partito ha raccolto quasi la metà dei consensi. Non può essere una lista civica, perché il civismo è la massima espressione della partecipazione dei cittadini. Qui, invece, il presidente ha formato la lista che porta il suo nome scegliendo tra super fedelissimi. Il risultato quasi plebiscitario ha portato alla formazione di un consiglio regionale con 24 super fedelissimi (Lista Zaia), 17 fedelissimi (9 Lega Salvini, 5 Fratelli d’Italia, 2 Forza Italia e 1 Lista veneta autonomia) totale 41 e 9 consiglieri (6 Pd, 2 Veneto che vogliamo e 1 Europa verde) chiamati, loro malgrado, a svolgere il ruolo di opposizione.

Si tratta di un consiglio regionale sostanzialmente svuotato delle proprie funzioni, soprattutto quella di controllore. Questo è un segnale preoccupante. Una prima riforma urgente è quella di porre un limite ai seggi della maggioranza, per esempio 2/3: i consiglieri di maggioranza possono essere al massimo il doppio di quelli di minoranza. Il plebiscito è l’antitesi della democrazia. Il quasi plebiscito del Veneto è un segnale d’allarme per tutta l’Italia. Nell’immediato post voto Beppe Grillo ha ribadito: “Non credo più nella forma di rappresentanza parlamentare, ma nella democrazia diretta”. Il percorso è già iniziato.

Luigi Ingegneri