La radicale diversità di vedute emersa ieri, dopo che si erano moltiplicati i segni della sua incubazione, tra il Presidente del Consiglio, Mario Draghi, e il  nuovamente eletto alla guida dei 5 Stelle, Giuseppe Conte, non viene certo a semplificare la contesa civile che scuote l’opinione pubblica sulla vexata quaestio dell’aumento delle spese militari da parte del nostro paese. Contesa civile che rischia di diventare esplosiva il giorno in cui il bellicismo  parolaio che contraddistingue gran parte dei media acquistasse un risvolto concreto.

Molti si riempiono la bocca con il nome dell’Ucraina, cui l‘Italia ha non solo (come tutti o quasi i paesi del blocco anti-russo) fornito armi, ma ha anche dato al governo di Kiev esplicito sostegno politico. Il che è ovviamente cosa distinta dalla questione dell’aiuto dato da noi, come da moltissimi altri paesi, al popolo ucraino, assaltato dalle armate di Vladimir Putin.

E su questa strada piena d’insidie, come dimostra il contenzioso con Giuseppe Conte, il Governo è andato avanti al punto che ieri, martedì 29 marzo, il nome del nostro paese è improvvisamente comparso nel novero dei possibili garanti della “neutralità” all’Ucraina.

Un onore, indubbiamente dato giacché di esso farebbero parte Israele, Turchia, Grecia, Polonia, e forse Australia. Ma anche un onere, dato che questi paesi sarebbero legati da un impegno ad intervenire militarmente in difesa di Kiev anche in situazioni che non giustificherebbero ancora un intervento della NATO. Un onere che implicherebbe di portare davvero le nostre spese militari fino oltre al 2 % del PIL. Un onore che si pensa di far accettare su una base emotiva, con una campagna mediatica che rischia di intorbidire le idee e sostituire ogni complessa valutazione con i cori di una tifoserie da stadio.

In ombra resta, invece, ciò che ci dicono i sondaggi. E cioè che la maggior parte della nostra popolazione non vuole che l’Italia sia armata fino ai denti. E giustamente che questa sarebbe una scelta foriera solo di effetti pesantemente negativi. In primo luogo, perché, come anche le vicende dell’Ucraina confermano, seguire la logica delle armi porta sempre ad un passo dalla catastrofe. Poi perché, quando si leggono le cifre, davvero impressionanti dell’ammontare che già si spende in armamenti (CLICCA QUI) diventa inevitabile chiedersi se la condizioni economiche cui l’Italia è stata ridotta non dipendano anche da sbagliate scelte di spesa pubblica, oltre che da due anni  pesanti per le conseguenze provocate dalla pandemia.

Sappiamo che nel solo 2020 – ma le cifre sono poi ulteriormente aumentate – sono stati spesi quasi 200 miliardi di euro per le armi. Una gran parte viene dagli investimenti fatti dagli Stati Uniti, da Cina e paesi arabi. Ma, anche se lo si nota solo molto raramente, neanche gli europei sono stati da meno. E comunque, tutta questa mostruosa distruzione di risorse non ha impedito la tragedia dell’Ucraina di questi ultimi 35 giorni. Il che costituisce un altro degli elementi di riflessione di Papa Francesco portandolo a dire di vergognarsi per la decisione di molti paesi d’impegnarsi nella “pazzia” della corsa agli armamenti.

D’altro canto, esistono gli impegni assunti in passato dal nostro Paese. E’ anche su questo che Mario Draghi sembra voler misurare la propria credibilità. Impegni, peraltro, ribaditi dai due governi guidati da Giuseppe Conte. Il leader dei 5 Stelle, così, non può negare la prospettiva, bensì deve dire di ritenere che questo non sia il momento per incamminarci su di una strada simile, in considerazione delle nostre condizioni.

Non sappiamo se lavorando su questa dialettica politica si potrà evitare di andare ad una crisi di governo. Molto probabilmente destinata ad essere letale per la sopravvivenza di questo Esecutivo, visto che i 5 Stelle costituiscono il gruppo parlamentare più grosso e che a loro si potrebbero in qualche modo avvicinare anche Salvini e una buona parte della Lega. Un eventuale sostegno dei Fratelli d’Italia a Draghi potrebbe rivelarsi del tutto ininfluente, oltre che eccessivamente compromettente per chi ricorda ancora le origini antifasciste della Repubblica. E che dovrebbe esserlo soprattutto per il Pd, non a caso già oggi rimproverato dal mondo “pacifista” di aver assunto ben altra cifra.

Mario Draghi ricorda che sulla conferma delle intese internazionali si gioca il patto di maggioranza. Questo è vero per la forma, ma solo parzialmente. Questo Governo è nato, infatti, sulla base delle indicazioni del Presidente della Repubblica finalizzate in due precise e quasi esclusive direzioni: lotta alla pandemia e migliore applicazione possibile del Pnrr. Guardando alla sostanza, però, la musica cambia. E’ quella che riguarda la grande apertura di credito verso l’Italia da parte dell’Unione europea in materia di ripresa economica. Cosa che, anche se non sta scritto ufficialmente da nessuna parte, condiziona non poco su un piano che va oltre le sole questioni afferenti il Pnrr. E che ci potrebbe esporre al rischio di un richiamo ad una responsabilità condivisa su di un tema tanto delicato qual è quello del confronto con la Russia. Reso ancora più crudo dalle vicende militari in corso, sia pure tramite l’Ucraina, con le armate di Vladimir Putin.

Nonostante tutti gli oggettivi problemi destinati a nascere con quel formidabile apparato politico, militare ed industriale che è la Nato, esiste il problema della Difesa europea. Un nodo irrisolto dal Vecchio continente che, in alcuni casi, ha finito per esporlo ad ulteriori subalternità e vulnerabilità. Che viene a confermare quanto l’Unione Europea abbia, in realtà, politiche differenziate su questa materia, come su molte altre. E politiche, grosso modo, coincidenti ciascuna con gli interessi nazionali, veri o presunti, e con i nazionalismi dei principali paesi che la formano; oltre che del Regno Unito, nonostante non ne faccia più parte formalmente.

Non sta certamente a noi, neppure da lontano, avere l’idea di mediare tra Draghi e Conte, che rappresentano in realtà ben più ampie parti del Paese e degli interessi, interni ed esterni, che su di esso insistono. Ma si tratta di valutare in che modo sia possibile salvare il Governo in un frangente tanto delicato per questioni internazionali ed interne. E’ questo che la politica è chiamata a fare. Non sulla base della ricerca di un accordo lessicale cui probabilmente si sta già lavorando, ma collocando il ragionamento all’interno del processo di definizione di un nuovo disegno di Difesa che non può che essere raggiunto, finalmente, in un quadro europeo.

Sapendo che per nessuno come gli europei, superando talune storiche pulsioni belliciste, anche di stampo neocoloniale, può lavorare per la pace, la cooperazione e lo sviluppo. Sì quello sviluppo che, come ha ricordato recentemente Stefano Zamagni (CLICCA QUI) fa superare una porta stretta, a volte strettissima, creata da un pacifismo e un bellicismo entrambi di maniera.

Solo uno sviluppo condiviso crea la cultura di quel “negoziato” che costituisce la vera anima forte di ogni politica di pace, cui ha continuamente ha fatto riferimento su queste pagine Giuseppe Sacco (CLICCA QUI) ed è diventato la cifra del “fare politica” verso la Pace di Papa Francesco. In generale, e  sull’Ucraina in particolare (CLICCA QUI).

Giancarlo Infante